Rischio estinzione per il Camoscio d’Abruzzo. Colpa del riscaldamento globale

Il camoscio appenninico potrebbe scomparire entro il 2070

di Cristina D'Armi | 16 Ottobre 2020 @ 07:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – Rischio estinzione per il camoscio appenninico che, a causa dei cambiamenti climatici in corso negli habitat montani, potrebbero scomparire entro il 2070.

Secondo lo studio Climatic changes and the fate of mountain herbivores, Il camoscio appenninico non sembra mostrare adattamenti compensativi: la sua efficienza di foraggiamento diminuisce con l’aumento della temperatura e la diminuzione delle piogge. Inoltre, le conseguenze negative dei cambiamenti climatici che si verificano attualmente alle quote più basse si sposteranno in un futuro non troppo lontano a quelle più elevate. Nel Parco Nazionale della Majella, infatti, ad altitudini più elevate (2400-2790 m), cominciano ad  aumentare in risposta alle temperature più miti degli ultimi decenni.

Nonostante il loro recente aumento sulle montagne sopra i 2000 m e la loro reintroduzione dal 2008 nel parco nazionale dei Monti Sibillini e da luglio 2013 nel parco naturale regionale Sirente-Velino, i camosci appenninici sono diminuiti di circa il 20%.

Se si considera che dagli anni ‘70 del secolo scorso l’aumento della temperatura primaverile (+2°C) ha anticipato di quasi un mese l’inizio del green-up nelle praterie e ridotto la copertura della vegetazione pascolata dal camoscio, influenzando negativamente la sopravvivenza invernale dei piccoli, e se si ipotizza un ulteriore aumento di temperatura i di circa 2° C,  nei prossimi 50 anni si  potrebbe verificare la totale mortalità invernale dei piccoli di camoscio entro il 2070. A spiegarlo sono gli studiosi Sandro Lovari, Sara Franceschi, Lorenzo Fattorini, Niccolò Fattorini  e  Francesco Ferretti dell’università di Siena e Gianpasquale Chiatante dell’università di Pavia.

Non  è la prima volta che il camoscio appenninico rischia di estinguersi. Tra XIX e XX secolo, la vita di questo mammifero è stata più volte messa a repentaglio, soprattutto a causa delle continue uccisioni seguite all’abolizione della Riserva reale dell’Alta Val di Sangro. Per porre fine a questa situazione ,tra la fine del 1912 e l’inizio del 1913 il  deputato Erminio Sipari insieme al botanico Pietro Romualdo Pirotta, allo zoologo Alessandro Ghigi, e  all’allora ministro dell’Agricoltura Francesco Saverio Nitti, sottopose alla firma del Re un apposito decreto per il divieto di caccia ai camosci.

Rupicapra pyrenaica ornata, è il nome attribuito al campisco appenninico che vive sulle montagne abruzzesi. Il camoscio d’Abruzzo, dalla famiglia dei Caprini,  è un mammifero artiodattilo ben distinto  dai camosci alpini e da quelli pirenaica (Rupicapra pyrenaica), alla quale tuttavia è ascritta col rango di sottospecie. Questi animali sono piuttosto schivi: i maschi vivono isolati mentre le femmine in gruppo anche insieme ai cuccioli. I camosci sono noti per i loro salti da una parete rocciosa all’altra, spesso anche molto ripide.


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