Da un lato meraviglie che si svelano dopo i restauri, una città rinascimentale e barocca che viene fuori, dall’altra l’assenza di residenti in un centro storico ancora cantiere, scuole e palazzi pubblici non ricostruiti.

   Luci e ombre si proiettano sulla ricostruzione dell’Aquila a nove anni dal terremoto del 6 aprile 2009. Da un lato procede, anche spedita considerando le difficoltà di ricostruire un grande centro storico come il capoluogo abruzzese, la ricostruzione di palazzi storici e delle chiese, è conclusa quella delle periferie e, seppur tra mille difficoltà e distinguo, procede quella dell’edilizia privata. Dall’altro c’è il grave ritardo delle scuole non ancora ricostruite, come già evidenziato lo scorso anno, e della ricostruzione pubblica praticamente al palo.

Soprattutto a causa delle difficoltà di vivere in un centro che è ancora un megacantiere, il più grande d’Europa, i residenti non tornano nei palazzi ristrutturati del centro, che dunque è ancora fantasma: abitato da pochi pionieri, frequentato la notte dagli studenti amanti della movida nei locali notturni che hanno aperto dopo il terremoto, luogo di passeggio nel fine settimana per gli aquilani nostalgici e per i turisti.

Ma non c’è solo il problema del centro dell’Aquila: molte frazioni e altri Comuni del cratere sono più indietro nella ricostruzione e, contando su una minore risonanza rispetto al capoluogo, sono a maggior rischio di oblio. La domanda tragica per la sopravvivenza di tutti questi centri storici, L’Aquila come i borghi, è: chi ci tornerà?

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