Ricordi abruzzesi di Benedetto Croce

di Fausto D'Addario | 25 Febbraio 2024 @ 05:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Croce
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L’AQUILA – Il 25 febbraio del 1866 nasceva Benedetto Croce a Pescasseroli. L’infanzia abruzzese, il terremoto di Casamicciola, l’esperienza troppo focosa di Roma e il trasferimento a Napoli, città d’elezione. Fu tra i maggiori pensatori italiani del secolo scorso, capace di coniugare l’alta cultura con l’alta politica. 

La vita di Benedetto Croce, tra i maggiori pensatori italiani del secolo scorso, è stata lunga e intensamente vissuta. Era nato a Pescasseroli, paese un tempo “sperduto tra le montagne e quasi inaccessibile“, il 25 febbraio 1866 da un’agiata famiglia abruzzese già residente a Napoli da tempo, ma allora trasferitasi nel paese avito della madre; il padre era invece di Montenerodomo, in provincia di Chieti. Il gran palazzo dove il piccolo Benedetto venne alla luce è proprio il Palazzo Sipari, che si incontra all’ingresso del paese venendo dalla Roma-Pescara e da Pescina.

La nascita pescasserolese fu motivata dai numerosi casi di colera registrati a Napoli: i genitori avevano deciso di far nascere Benedetto in una località più sicura, il paese nativo della madre. La vita tranquilla della famiglia fu sconvolta dal terremoto che, alle 21.30 del 28 luglio 1883, colpì Casamicciola nell’isola di Ischia, dove i Croce si trovavano a villeggiare. Croce, ferito in più parti del corpo, si salvò, ma perse i genitori e una sorella. Fu allora accolto a Roma nella casa dello zio materno Silvio Spaventa che, come il fratello Bertrando, furono animatori della vita politica dell’ancor giovane Italia unita. Ma la sua città d’elezione rimase Napoli: nel 1912 comprò una grande casa al n. 12 della via che oggi porta il suo nome e visse qui, fino alla morte, con la moglie torinese Adele Rossi e con le quattro figlie che ne ebbe. La sua casa divenne ben presto la base delle sue appassionate ricerche e della sua vita interiore, aperta liberalmente a studiosi e giovani che si rivolgevano a lui. Da quell’angolo di Napoli, Croce poteva abbracciare idealmente in un solo sguardo l’Italia e l’Europa tutta.

Della sua vita Croce parlò in molti luoghi, in più di 80 volumi delle sue opere e nelle oltre centomila lettere della sua corrispondenza, solo in piccola parte pubblicate. Croce fu anche il primo biografo di se stesso: alle soglie dei 50 anni compose un’originale autobiografia, “Contributo alla critica di me stesso” nel 1915; inoltre dal 1906 e per oltre quarant’anni tenne un diario in cui annotava le sue attività giornaliere per “invigilare me stesso“, per sfuggire alle distrazioni e controllare di giorno in giorno come impiegava il suo tempo. Questo diario, che rifletteva anche la sua vita personale e familiare, fu poi ripreso e pubblicato quarant’anni dopo la sua morte, col felice titolo di “Taccuini di lavoro“. 

Dell’infanzia abruzzese Croce serbò sempre un caro ricordo; più volte ricordò, non senza affetto e rimpianto, l’ambiente familiare dove era cresciuto. Nel sopracitato “Contributo” lasciò questa vivida testimonianza delle sue prime letture:

“Quando torno alla mia più lontana fanciullezza per ricercarvi i primi segni di quel che poi son diventato, ritrovo nella memoria l’avidità con la quale chiedevo ed ascoltavo ogni sorta di racconti, la gioia dei primi libri di romanzi e di storie che mi furono messi o mi capitarono tra le mani, l’affetto pel libro stesso nella sua materialità, sicché a sei e sette anni non gustavo maggior piacere che l’entrare, accompagnato da mia madre, in una bottega di libraio, guardare rapito i volumi schierati nelle scansie, seguire trepidante quelli che il libraio porgeva sul banco per la scelta e recare a casa i nuovi preziosi acquisti, dei quali perfino l’odore di carta stampata mi dava una dolce voluttà. Mia madre aveva serbato amore ai libri da lei stessa letti nell’adolescenza, nella sua casa di Abruzzo, appartenenti quasi tutti alla letteratura romantica di costume medievale; e già prima dei nove anni io conoscevo questa sorta di letteratura […] Mia madre aveva anche amore per l’arte e per gli antichi monumenti; e debbo a lei il primo svegliarsi del mio interessamento pel passato, alle visite che con lei facevo delle chiese napoletane, soffermandoci innanzi alle pitture e alle tombe. In tutta la mia fanciullezza ebbi sempre come un cuore nel cuore; e quel cuore, quella mia intima e accarezzata tendenza, era la letteratura o piuttosto la storia”. Sarebbe poi entrato un collegio cattolico di Napoli all’età di nove anni.

Ma a Pescasseroli, dov’era nato, Croce tornò per la prima volta quarantaquattro anni dopo, il 20 agosto del 1910. Trovandosi in vacanza a Raiano, vicino a Sulmona, un ormai maturo Croce fece tappa a Pescasseroli per un paio di giorni insieme al cugino Erminio Sipari, fondatore e primo presidente del Parco nazionale d’Abruzzo. Qui venne accolto dalla popolazione festante. In quella visita rievocò, in un bel discorso, i ricordi che aveva di Pescasseroli, spiegando la ragione per cui non era più tornato: 

“A me fanciullo, i racconti di mia madre, nei quali appariva sempre una città biancheggiante di neve, quasi divisa dal mondo, e una vasta casa dove si stava intimamente raccolti attorno al lieto fuoco del camino; nei quali si narrava di uomini forti e austeri, di pastori di innumeri greggi, e poi ancora (argomento assai adatto alla curiosità del bambino) di soldati e di briganti, e meglio ancora di cacce e di orsi (poiché il bambino si interessa agli animali assai più vivamente che agli uomini) questi. racconti, queste descrizioni, facevano di Pescasseroli per me come uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti. E un po’ paese di fiabe rimase per me anche quando divenni adulto. Tanto che, se dovessi cercare la ragione profonda per la quale io, che pure sono andato in giro per molta parte del mondo, non mi ero ancora risoluto a venire a Pescasseroli, nonostante gli incitamenti dei miei affettuosi zii e i propositi ripetuti, mi accorgerei che c’era, in fondo al mio animo, il ritegno a realizzare il mondo del sogno, a sostituire immagini precise a quelle ondeggianti che erano nel mio cuore ricche di tanto significato, giacché facevano tutt’uno con l’immagine di mia madre”.

Dopo la prima visita, Croce tornò a Pescasseroli una decina d’anni dopo, nel settembre del 1921. Fu quello un anno caldo politicamente: le aggressioni fasciste si intensificavano, ma venivano tollerate; nel Natale di sangue Giolitti fece sgomberare Fiume dai legionari di un altro abruzzese, D’Annunzio. Nel giugno dello steso Giolitti aveva rassegnato le dimissioni e in quel governo – durato poco più di un anno – Croce aveva ricoperto la carica di ministro della Pubblica istruzione. Questa volta si concesse un soggiorno un po’ più lungo nel paese montano, dal 7 al 17 settembre, periodo che impiegò in in ricerche d’archivio nei registri parrocchiali e in Comune, con l’intenzione di raccogliere materiale per “una monografietta su Pescasseroli”, uno studio di storia locale. L’operetta vide in effetti la luce all’inizio di dicembre dello stesso anno e venne posta in appendice al volume dedicato al Regno di Napoli, che vide la luce nel 1924. “Due paeselli d’Abruzzo“, era intitolata l’appendice, e i due paeselli in questione erano quelli di Pescasseroli e di Montenerodomo.

Il rapporto tra Croce e Pescasseroli è stato molto singolare. Nasce come amore da lontano, come spiegava nel celebre discorso di Pescasseroli. Appena divenuto senatore, va a Pescasseroli. Croce, pur essendo stato in tante sue vacanze nei paraggi, se ne era tenuto alla larga fino a quel momento. La ragione? Perché il paese era legato alla memoria di sua madre e dei suoi racconti. Pescasseroli era la favola, viveva nel sogno dei ricordi d’infanzia. Nel ripercorrere le vicende storiche del paese natio, non mancano le notizie sull’origine della famiglia della madre, Luisa Sipari. I Sipari sono attestati a Pescasseroli a partire dalla metà del XVII secolo, una famiglia la cui ascesa sociale va collocata tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento. I due nonni materni, Pietrantonio ed Elisabetta Ricciardelli, già morti, erano di Pescocostanzo, erano già morti. La quarta figlia femmina di Pietrantonio, Luisa, aveva sposato nel novembre del 1861 Pasquale Croce, originario di Montenerodomo in provincia di Chieti. Anche la famiglia del padre era quindi radicata in Abruzzo. Situato nell’alta val di Sangro, tra il fiume Aventino e il lago di Sangro, sotto la Maiella, Montenerodomo finì col trovarsi sulla linea Gustav durante la Seconda guerra mondiale e dovette sostenere gravissimi bombardamenti. Il palazzo dei Croce, ridotto in macerie, non venne più ricostruito. Anche qui Benedetto Croce non vi tornò, se non in età adulta, nel 1919, ospite del cugino Vincenzo. Da quel soggiorno nacque uno scritto intitolato: “Montenerodomo. Storia di un comune e di due famiglie“, dove le due famiglie sono quelle dei Croce e quella imparentata dei De Thomasis. 

Alla fine del saggio su Montenerodomo, Croce confessava la propria difficoltà a sentirsi legato alle sue origini abruzzesi, a qualcosa che lo ricongiungesse ai suoi antenati e scriveva: 

“Ed io mi sforzavo di ritrovare nel fondo del mio essere qualcosa che mi ricongiungesse a loro, una regola, un istinto, una passione, un palpito, e riuscivo in ciò soltanto a una consapevolezza debole, intermittente e sfuggevole, laddove ritrovavo prontamente quanto mi congiunge, con tanta molteplicità di legami e con tanta prepotenza, al vivo presente. E pensavo non senza malinconia (così mi pareva a volte di essere straniero e diverso), che forse l’uomo, piuttosto che figlio della sua gente, è figlio della vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo; piuttosto che filius loci, è filius temporis”.


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