Resistenza. L’intraprendente attivismo di monsignor Confalonieri

di Redazione | 25 Aprile 2022 @ 06:48 | RACCONTANDO
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«Il grado di libertà echeggia (…) sui monti e nelle valli (…), mentre purtroppo ancora, oltre le frontiere, perdurano i furori di volontà omicide e suicide. Ritornano per noi i canti del puro risorgimento. Gli animi si aprono a speranze feconde di rinnovata ascesa; fremono dovunque manifesti propositi di ardimentose attuazioni».

L’omaggio l’indomani della Liberazione dell’allora arcivescovo dell’Aquila, Mons. Confalonieri. L’omelia del 26 aprile 1945 solennizzò invero il pontificale in san Massimo per la processione di restituzione al convento di san Giuliano della Croce di san Giovanni da Capestrano. Il simbolo cristiano per eccellenza era stato spostato dal romitorio ad est della città fin dentro la cattedrale, in centro storico, 2 anni prima. Si volle così permanentemente invocare, nell’intervallo delle operazioni di guerra, la celeste protezione contro la furia bellica: distruzioni per causa di bombardamenti anche da parte degli alleati; deprivazioni economiche e criticità sociali, istituzionali e morali.

Quell’intervento del presule aquilano in qualche modo concluse una fitta agenda di iniziative, che avevano instancabilmente impegnato la Chiesa diocesana nel contrasto alla devastante arroganza degli occupanti. A principiare dalla drammatica strage dei IX Martiri Aquilani (23 settembre 1943 ovvero 11 giorni dopo la liberazione di Mussolini a Campo Imperatore). Mons. Confalonieri si adoperò particolarmente per evitare l’eccidio di fronte allo scaricabarile di ufficiali inferiori tedeschi. Si rimproverò invero al porporato l‘occultamento dell’identità delle vittime (peraltro, nota in città). Gli si contestò, poi, la copertura delle ambiguità delle autorità post-fasciste sulla sorte dei giovani trucidati alle Casermette.

In realtà, furono numerosi gli interventi caritatevoli di Confalonieri; le sue determinazioni istituzionali; altrettanto difficili e iterate le mediazioni assistenziali del presule; consistente fu pure l’impiego di fondi vaticani e di collette universali, autorizzato a favore di sinistrati, rifugiati, sfollati, bisognosi e perseguitati, perfino stranieri. A proposito dei quali, ad esempio, la Curia diede espresso incarico professionale ai migliori legali della città, per restituire alla libertà e alle famiglie inquisiti e incarcerati per presunte violazioni alla restrittiva, autoritaria e liberticida legislazione dell’epoca. In questo concretamente attivato  – sempre con esiti favorevoli ai richiedenti –  anche da fuori città; da altre regioni contermini o quasi e da autorità civili ed ecclesiastiche di territori non immediatamente prossimi all’Aquila e, pertanto, esclusi dalle giurisdizioni amministrativa e religiosa del nostro mandamento.

Confalonieri, quindi, divenne faro ad ampio raggio dell’azione resistenziale cristiana, con ciò smentendo le accuse di inettitudine e connivenza spessissimo alimentate strumentalmente contro una Chiesa, dipinta da vasta bibliografia sul XXV Aprile come “imbelle” e “attendista”, ironicamente distintasi solo per una beffarda “Resistenza… dello Spirito”. Non fu così per Confalonieri, ogni volta netto nei suoi interventi pubblici sull’inderogabile urgenza di «pacificare terra e cielo». Quasi anticipando di un ventennio il senso di quell’ «ordine nell’universo», focus della principale enciclica del “papa buono”. Di più, inaugurando, se possibile, l’attuale linea di papa Francesco sul conflitto russo-ucraino, in special modo nella riflessione, presente nel richiamato scritto di Confalonieri, dove nel primo capoverso di pag. 215 si sottolinea: « (…) non possiamo rinunciare alla nostra personalità e disconoscere la reale responsabilità che abbiamo delle opere nostre (…)». Valutazione, che precede di due capoversi, un icastico passaggio sempre a pagina 215. Elemento, che, nelle considerazioni sui disastri di allora, sembra, infatti, perfettamente sovrapponibile al tremendo oggi di Kyiv, secondo il pensiero della Chiesa: «Ci lamentiamo del male. Ma i terribili castighi dell’umanità traggono origine dalla superbia che proclama l’indipendenza da Dio, e osa sfidarlo gridando: non ti voglio servire!».

Di seguito, però, l’invito al “perdono”- Tema, particolarmente caro alla città di Celestino; al santo del Morrone, che proprio la catechesi di mons. Confalonieri aveva notevolmente contribuito anni prima a riscoprire del pari di una folta schiera di santi testimoni locali della cristianità: tutti, poi, diventati compatroni della città ed eminenti figure della devozione popolare, quale la Madonna di Roio. Seguiamo l’allora presule aquilano: «Quante volte i sapienti del mondo non sanno quello che fanno! Perdonare? Pure quando lo spirito del mondo è odio, è vendetta, è sopraffazione? Quando è così comodo rimproverare agli altri, oggi, quello che tu stesso, o improvvisato giudice, hai forse servito ieri perché tale era il tuo tornaconto, e condanni ora a voce più grossa, quanto forse più supina è stata la tua ancora recente acquiescenza a calcoli interessati». E, nell’improbabile fil rouge con la prefata “Pacem in Terris”, l’affermazione a pag. 217 del volume di mons. Confalonieri, quanto più giustificata dal rinascente clima di fiducia nelle migliori sorti e progressive, schiuse dall’archiviazione di guerra e  del regime: «Un nuovo ordine, una nuova vita si apre all’umanità (…)». Di qui l’insistenza sui meriti della «pace opera di giustizia», praticata, secondo il presule aquilano (con evidente scelta di campo politica nell’immediatezza del riferimento agli Usa): «dai capi di quella nazione d’oltre oceano dove sembra che la libertà e la democrazia abbiano realmente onorato dominio». Conferma di collateralismo atlantista, all’epoca oggettivamente comprensibile con la conclusione della guerra; oggi, forse non esattamente condivisibile in Vaticano, dove, proprio come nelle chiosa dell’omelia di mons. Confalonieri in quel 26 aprile 1945, il richiamo è, del pari a quello odierno, a fedeli che vogliano essere: «buoni soldati nel Nome di Cristo e del suo Vangelo». Così come già nel 1963, in largo anticipo, mons- Confalonieri, sulle posizioni dell’attuale pontefice, Giovanni XXIII richiamava, nella sua “Pacem in Terris”, 77: «i nostri figli ad adoperarsi perché le istituzioni non creino ostacoli, ma piuttosto facilitino o rendano meno arduo alle persone il loro perfezionamento».

Obiettivo, appunto, cui mons. Confalonieri aveva sempre informato l’agenda di quelle tantissime applicazioni, sviluppate durante la Resistenza, per inibire l’impudenza dell’occupante; prevenirne l’iterazione e, soprattutto, consigliare prudenza di atteggiamento in un ragionevole approccio alla “guerra giusta” e alla vittoria finale di libertà e democrazia.


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