Referendum giustizia, il 12 giugno ecco per cosa si vota

di Matilde Albani | 07 Giugno 2022 @ 06:00 | LA LEGGE E LA DIFESA
Referendum
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L’AQUILA – Sono cinque i referendum in tema di giustizia su cui domenica 12 giugno si dovranno esprimersi gli aquilani insieme alla scelta del Sindaco. Si tratta di referendum abrogativi, cioè quesiti, ex art. 75 della Costituzione, con cui si chiede ai cittadini se vogliono mantenere norme già presenti in leggi del nostro ordinamento o se vogliono che siano abrogate, quindi cancellate.

La consultazione popolare è stata indetta con decreti del Presidente della Repubblica del 6 aprile scorso dopo che la Corte Costituzionale ha dato il disco verde ai cinque dei sei referendum proposti dal Comitato promotore sostenuto da Lega e Radicali. Non sono stati ammessi, invece, i quesiti su eutanasia e cannabis legale. In sostanza di tratta di referendum abrogativi, chi vuole mantenere in vigore le norme che si propone di cancellare deve rispondere ‘No’ sulle schede. Chi è d’accordo con i promotori deve rispondere ‘Si’ in modo che non abbiano più valore di legge.

I seggi saranno aperti dalle ore 7 alle ore 23; affinché ciascuna consultazione sia valida, dovrà partecipare alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e dovrà essere raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Quesito 1: abolizione della legge Severino

Per il referendum numero 1, la scheda è di colore rosso.

La richiesta dei proponenti è di abrogare il Testo unico del 2012 in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di governo, noto come legge Severino (dal cognome della Guardasigilli all’epoca del governo Monti). Quel testo prevede il divieto di ricoprire incarichi di governo e l’ineleggibilità o incandidabilità a elezioni politiche o amministrative (a pena di decadenza) per chi viene condannato in via definitiva per corruzione o altri gravi reati. Secondo i promotori del referendum, una parte di quel meccanismo è inefficace e dannosa per le persone coinvolte, laddove prevede la sospensione di sindaci e amministratori locali anche in caso di sentenze non definitive. Tuttavia, l’abrogazione comporterebbe la cancellazione dell’intero testo. Chi viene condannato con sentenza definitiva potrebbe proseguire il mandato o ricandidarsi. E tornerebbe in capo alla magistratura stabilire se applicare o meno la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Quesito 2: limitazione delle misure cautelari

Per il secondo referendum, la scheda è arancione.

In questo caso, i proponenti chiedono di limitare i casi di applicazione delle misure cautelari (le restrizioni di libertà come custodia in carcere o ai domiciliari, obbligo di firma e altre a cui un indagato può esser sottoposto prima di una sentenza). A elencare i presupposti per l’applicazione delle misure cautelari (pericolo di fuga, rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato da parte dell’indagato) è l’articolo 274 del codice di procedura penale. Il quesito propone di abrogare l’ultima parte del suddetto articolo, in cui si prevede la possibilità, anche per reati di minor gravità, di motivare la custodia preventiva con il pericolo di reiterazione, motivazione usata di frequente – sostengono i promotori del referendum – per trattenere gli indagati anche a lungo prima di una sentenza di condanna o di assoluzione. Resterebbe comunque la misura cautelare per i reati più gravi. Ma chi difende le ragioni del no, ritiene che per diverse tipologie di reato (come la truffa, alcuni crimini fiscali o anche lo stalking) il rischio di reiterazione esista e dunque la custodia cautelare abbia un senso.

Quesito 3: magistrati e separazione delle funzioni​

In questo caso, la scheda è di colore giallo.

Il referendum ha al centro la separazione delle carriere dei magistrati e propone di eliminare quelle disposizioni che consentono (per quattro volte, al massimo) la possibilità di passare dalla funzione requirente (il sostituto procuratore, che avvia e conduce le indagini e che, come pubblico ministero, rappresenta l’accusa nel processo) a quella giudicante, incarnata dal giudice super partes, che emette la sentenza. Chi propone il sì, ritiene che le due funzioni debbano essere nettamente separate: chi entra in magistratura dovrebbe scegliere all’inizio della carriera il ruolo, requirente o giudicante, senza la possibilità di cambiare in seguito. Sulla questione, è contenuta una previsione anche nella riforma Cartabia, l’articolo 12 che va nella medesima direzione senza azzerare i passaggi, ma riducendoli dagli attuali quattro a uno.

Quesito 4: valutazioni sull’operato delle toghe

Scheda grigia per il quarto referendum, che chiede l’abrogazione delle le norme riguardanti le competenze dei membri laici (giuristi o avvocati) in seno ai Consigli giudiziari. L’intento dei proponenti è evitare che, come invece accade adesso, la componente laica sia esclusa dalle discussioni e dalle valutazioni in merito alla professionalità dei magistrati, che oggi viene demandata esclusivamente a chi indossa la toga. Chi vota sì, apre alla possibilità che docenti universitari di materie giuridiche e rappresentanti dell’avvocatura dispongano del diritto di voto sia nelle deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione che in quelle dei Consigli giudiziari a livello territoriale. Ciò, a detta dei proponenti, abbasserebbe il tasso di «autoreferenzialità» nei giudizi sul lavoro delle toghe, in linea di massima sempre favorevoli. Sul punto, va ricordato, interviene pure l’articolo 3 della riforma Cartabia, una norma di delega (e non di diretta applicazione) che tuttavia apre al solo intervento dell’avvocatura nei consigli giudiziari.

Quesito 5: elezione dei componenti togati del Csm

Nell’ultimo referendum, la scheda è verde.

Il quesito si propone di incidere sulle norme in materia di elezione dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno dei 10mila magistrati italiani. A parte i tre membri di diritto (presidente della Repubblica, primo presidente e procuratore generale della Cassazione), gli altri componenti vengono eletti ogni quattro anni, che siano togati (ossia provenienti dalla magistratura e votati dalla stessa) o laici (esperti di diritto, votati dal Parlamento). Attualmente, per candidarsi al Csm, un magistrato deve depositare una lista di almeno 25 firme di colleghi. Una eventuale vittoria del sì cancellerebbe la raccolta di firme e riporterebbe in vigore la normativa del 1958, secondo la quale qualunque magistrato può autonomamente e liberamente candidarsi. Ciò, affermano i proponenti, indebolirebbe il potere delle cosiddette “correnti”, i gruppi con orientamento politico rappresentati nel “parlamentino” dell’Associazione nazionale magistrati. Ma i sostenitori del no ritengono che la cancellazione delle firme di lista abbia una valenza limitata contro le degenerazioni del correntismo, mentre l’articolo 33 dell’attuale riforma del Csm, contenuta nel pacchetto Cartabia, potrebbe avere un’incisività ben maggiore.


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