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Rapporto Caritas 2025, è allarme povertà in Italia

Rapporto Caritas 2025, è allarme povertà in Italia
Nel terzo Rapporto Statistico Nazionale, Caritas fotografa un’Italia sempre più fragile: oltre 5 milioni in povertà assoluta, lavorare non basta più, sanità, educazione, famiglie e anziani al centro del report

Nel terzo Rapporto Statistico Nazionale, Caritas fotografa un’Italia sempre più fragile: oltre 5 milioni in povertà assoluta, lavorare non basta più, sanità, educazione, famiglie e anziani al centro del report

L’Italia è sempre più un Paese in sofferenza sociale. Lo certifica il Terzo Rapporto Statistico Nazionale 2025 di Caritas Italiana, che offre un quadro dettagliato e preoccupante della povertà nel nostro Paese. È una povertà che spesso non si vede, ma che esplode nei numeri. Che non urla, ma che vive ogni giorno nelle file ai centri Caritas, nei silenzi delle case in affitto troppo care, negli ambulatori deserti perché molti hanno rinunciato a curarsi. Una povertà che non è solo mancanza di soldi, ma frattura di diritti: casa, salute, istruzione, lavoro. L’Italia, nel 2025, è un Paese che non può più permettersi di ignorare la propria emergenza sociale.

Un Paese in difficoltà crescente

CARITAS

Nel 2024, secondo Caritas, 277.775 nuclei familiari sono stati sostenuti attraverso la sua rete di 3.341 centri di ascolto e servizi attivi in 204 diocesi italiane. È un incremento del 3% rispetto all’anno precedente, ma ancora più allarmante è l’aumento del 62,6% rispetto al 2014. In dieci anni, le richieste di aiuto sono esplose, soprattutto nel Nord Italia (+77%), dove la crisi ha colpito anche fasce sociali un tempo considerate “al riparo”.

L’Italia è oggi il settimo Paese europeo per incidenza di persone a rischio povertà o esclusione sociale, con un 23,1% della popolazione coinvolta, in crescita rispetto al 2023. Secondo l’Istat, il 9,7% degli italiani vive in povertà assoluta, per un totale di 5,7 milioni di persone. Le famiglie coinvolte sono oltre 2,2 milioni.

Lavorare non basta più

Uno su quattro tra gli assistiti Caritas ha un lavoro. Un dato emblematico del nuovo volto della povertà è che il lavoro ha smesso di essere una garanzia contro l’indigenza. Il 21% dei lavoratori italiani ha un reddito insufficiente per vivere dignitosamente. Tra gli operai e le figure assimilate, il 16,5% è in povertà assoluta. Il fenomeno del working poor è sempre più presente, soprattutto tra i 35 e i 54 anni.

Il paradosso si fa evidente nei dati: gli operai sono tra i più colpiti dalla povertà assoluta (16,5%), mentre solo il 4,6% delle famiglie con almeno un diplomato si trova in questa condizione. L’istruzione protegge, il lavoro non più.

In parallelo, il costo della vita ha eroso il potere d’acquisto: tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali sono diminuite del 4,4%, mentre dal 2008 la perdita è dell’8,7%, la peggiore tra i Paesi del G20.

Famiglie sotto pressione, figli più vulnerabili

Il dato più inquietante è forse questo: due terzi degli assistiti Caritas hanno figli a carico. L’insicurezza economica colpisce le famiglie più giovani, rendendo fragile anche il futuro delle nuove generazioni. E mentre l’Assegno Unico Universale viene percepito dal 38,8% delle famiglie con figli, resta comunque insufficiente per coprire i bisogni crescenti.

L’istruzione, un tempo scialuppa di salvataggio, diventa difficile da garantire in contesti di disagio. I minori crescono in ambienti segnati da stress, deprivazione, solitudine genitoriale. La povertà educativa rischia di diventare ereditaria.

Il rapporto segnala una cronicizzazione della povertà: il 26,7% degli assistiti è in condizioni di disagio stabile e prolungato. Il numero medio di incontri annui per assistito è quasi raddoppiato rispetto al 2012, segno di bisogni più complessi e persistenti.

Le famiglie con figli minori sono il gruppo più rappresentato tra gli utenti Caritas (63,4%), ma cresce anche la componente anziana: nel 2015 gli over 65 erano il 7,7% degli assistiti, oggi sono il 14,3%.

Casa e salute: emergenze trasversali

Il problema abitativo si conferma una delle emergenze più gravi: il 33% degli assistiti manifesta almeno una forma di disagio abitativo. Il 22,7% è in grave esclusione (senza tetto, in alloggi di fortuna o insicuri), mentre il 10,3% ha difficoltà nel mantenere l’alloggio.

Le difficoltà abitative colpiscono soprattutto famiglie con minori, persone separate, adulti tra i 45 e i 64 anni, con un’incidenza maggiore al Sud e nelle Isole. I più colpiti dalla grave esclusione abitativa sono uomini soli, giovani adulti (18-34 anni), spesso stranieri e privi di accesso a strumenti di sostegno.

Anche la sanità, teoricamente universale, diventa privilegio. Nel 2024 il 9,9% della popolazione – 6 milioni di italiani – ha rinunciato a cure necessarie per i costi o per le liste d’attesa infinite. Tra gli assistiti Caritas, la situazione è ancora più grave: il 15,7% è in condizione di vulnerabilità sanitaria, spesso con patologie croniche o gravi.

Le cure odontoiatriche, le visite mediche, i farmaci diventano beni di lusso. La rete Caritas ha risposto con 75 mila interventi sanitari, ma non basta. Le fragilità sanitarie si intrecciano con quelle economiche e sociali, creando un effetto domino: quasi il 60% di chi ha problemi di salute, vive anche almeno altri due gravi ambiti di bisogno.

I sostegni pubblici non bastano

Meno di un assistito su otto (11,5%) percepisce l’Assegno di Inclusione (ADI), mentre solo l’1,3% riceve il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL). I beneficiari dell’ADI sono più presenti al Sud (32,7%) e tra gli italiani (19,4%) rispetto agli stranieri (4,2%).

Nel frattempo, la rete Caritas ha erogato oltre 5 milioni di interventi nel 2024, con una media di 18 per persona, a conferma dell’intensificarsi dei bisogni. Gli aiuti più frequenti riguardano beni materiali (3,8 milioni di interventi), alloggio, sostegno socio-assistenziale, ma anche sanità e istruzione.

Una questione di giustizia

Il quadro che emerge dal Rapporto Caritas 2025 è chiaro: la povertà non è più un’eccezione. È diventata una struttura parallela. Un sistema in cui tanti — troppi — sono intrappolati, spesso senza colpa, spinti dentro da dinamiche economiche globali, da politiche deboli, da servizi inefficaci. Il disagio economico si intreccia con quello sanitario, abitativo e relazionale, e colpisce sempre più persone che, fino a poco tempo fa, non si sarebbero mai immaginate in difficoltà.

Serve un cambio di paradigma. Serve una politica che smetta di rincorrere l’emergenza e cominci a costruire equità. Non basta più aiutare i poveri. Bisogna evitare che la povertà diventi ereditaria. Perché questa è prima di tutto una crisi di giustizia, non solo di reddito.