Raffaele Accili, una guida per conoscere tutte le piante del Parco del Castello

di Alessio Ludovici | 28 Aprile 2021 @ 06:00 | AMBIENTE
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – “Le piante del Castello”, un’opera divulgativa, ben fatta, per scoprire i piccoli tesori di uno dei principali parchi cittadini. E’ dell’ex dirigente del settore Ambiente del Comune dell’Aquila, Raffaele Accili, ora in pensione, che non ha certo dismesso le passioni di una vita. Dopo la laurea in Scienze Agrarie e la lunga trafila in Comune, oggi Raffaele si dedica ad attività di docenze, consulenza e divulgazione nel campo ambientale e paesaggistico. 

Il libro, autoprodotto per il momento, è rivolto proprio a chi ne sa meno. E’ una guida botanica. La lettura è semplice e per niente pesante. Ci guida al riconoscimento delle piante a partire principalmente dalle loro foglie, che sono l’elemento più facile da individuare. E il Parco del Castello è un piccolo scrigno di conoscenze da questo punto di vista considerate le 50 e oltre specie arboree e arbustive presenti. Del resto il Parco nasce proprio su progetto. L’area, di circa 5 ettari, fu ideata infatti dall’architetto aquilano Mario Bafile e realizzata dalla ditta Capecchi di Pistoia. 

La relazione programmatica del Comune del 1928 immaginò da zero tutta l’area che fu quindi oggetto di diversi interventi negli anni ’30 e ’40. A questo periodo possono essere fatti risalire il Parco del Castello, il livellamento del colle su cui si erge la fortezza, la realizzazione della vecchia Piazza Battaglione Alpini e della Fontana Luminosa progettata nel ’37 da Valentini con le statue di D’Antino, la realizzazione della Piscina e l’ampliamento dell’ospedale e, purtroppo anche la perdita di un tratto di mura. 

Il progetto prevedeva una sistemazione generale dell’area a parco con il viale centrale proprio in corrispondenza di uno dei bastioni del castello così da valorizzarne prospetticamente la mole. Stesso ragionamento che ha portato all’abbassamento del terrapieno attorno alla fortezza. Il viale Gran Sasso invece guardava appunto al Gran Sasso.

Il parco era pensato con varie tipologie di giardini. Oggi se ne respira ancora il senso. Erano previsti ad esempio i bellissimi lecci oggi visibili entrando da piazza Regina Margherita o i maestosi platani che circondano la ex piazza Battaglione Alpini. Ma nel parco del Castello ci sono anche aceri, faggi, il pioppo bianco, tigli e olmi, biancospini e agrifoglie. E ancora vi si trovano ippocastani, sambuco, sophora giapponese. Ci sono abeti bianco e azzurro, i pini, da quello nero a quello himalayano, i cipressi e i maestosi cedri, nonché ben due specie di sequoia, compresa quella gigante. Stesso discorso per gli arbusti. Una vera aula didattica a cielo aperto. 

Accili ricorda con passione i tempi in cui se ne occupava. Ci sono stati periodi in cui la città probabilmente era più attenta al proprio verde, anche se il settore “è sempre stato in emergenza”, che tradotto vuol dire con meno fondi di quelli di cui avrebbe bisogno. “Al Castello avevamo un sistema di irrigazione, così come al Parco del Sole”. Qui l’originaria sistemazione, tutti ricorderanno lo splendido viale di ingresso fiorito, era proprio un progetto di Raffaele.

“A Collemaggio avevamo anche una serra, dove tenevamo a dimora le nostre piantine e fiori”. Alcuni ricorderanno che alla Villa Comunale c’era il calendario fiorito, che ogni giorno veniva aggiornato dai giardinieri del Comune. “In certi anni avevamo fino a 50, 60, 70 stagionali a nostra disposizione, in più c’erano i diversi tecnici in Comune, i giardinieri e tutto veniva fatto in economia”. 

Ma, appunto, sempre in emergenza. “All’epoca avevamo un bilancio di 100 milioni di lire, per fare un termine di paragone, a Bolzano, città molto simile per caratteristiche alla nostra, avevano un miliardo”. Non possiamo non chiedere cosa ne pensa un ex dirigente del settore ambiente del Comune della gestione del verde urbano, cosa potrebbe essere migliorato. Il Comune del resto si ritrova spesso a rincorrere le emergenze di piante ormai quasi centenarie o malate o a fine ciclo di vita, con tagli e potature che diventano sempre più pesanti.

“Serve programmazione, ovviamente poi serve che la politica investa. Sarebbe utile un piano del verde che può essere anche un modo di coinvolgere le scuole, la cittadinanza e aumentarne la consapevolezza”. Ora sta per partire un censimento, ma è solo una prima fase. Poi va fatta la valutazione di stabilità delle piante più a rischio spiega Raffaele. Infine il piano, che permette di programmare interventi, manutenzioni, ed eventualmente anche  le sostituzioni adatte. Purtroppo la programmazione non va di moda, la natura da risultati solo dopo anni, ma come dice Raffaele “è più facile ed economico curare e manutenere aree verdi estensive che realizzare tante piccole aree verdi”.

Nella prefazione della guida di Raffaele, curata dal professor Gianpiero Negrini, leggiamo: “La cura ed il rispetto del verde pubblico fanno parte del senso civico di ogni cittadino e al tempo stesso dovrebbero costituire un obbligo istituzionale per gli amministratori pubblici, essendo una premessa fondamentale per rendere più fruibile l’ambiente urbano e valorizzare al meglio la vocazione turistica di una citta”. E quindi: “La sua diffusione – della guida – non potrà che migliorare quel sentimento di rispetto e cura per le piante che sono elementi fondanti del bagaglio culturale e del senso civico di ogni cittadino”. 

Stampata per passione, per regalarla ad amici, parenti, appassionati, la guida sarebbe molto utile anche per fare un po’ di educazione ambientale di grandi e piccini. Magari qualcuno, in Comune o fuori, potrebbe dare una mano in tal senso.


Print Friendly and PDF

TAGS