Protagonisti ricordano. Quel futuro mancato nella fine Italtel

di Paolo Rico

di Redazione | 08 Maggio 2022 @ 06:00 | RACCONTANDO
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Non soltanto una fabbrica di rango l’Italtel dell’Aquila, con le sue dinamiche interne e nelle sue vicende aziendali, ma un “sistema” strutturato; una rete di interconnessioni con tutta la realtà territoriale. Insomma, Italtel un bias nel dibattito cittadino sullo sviluppo del comprensorio. Una sorta di ‘deviatore’ all’intersezione tra i binari, che contengono entro l’equilibrio parallelo del confronto, pur vivace ed eccentrico, ogni voce di diversi stakeholder; tutti, interessati alle espressioni relative alle dinamiche socio-economiche locali.

Perciò, quell’opificio di telecomunicazioni, più che porsi come un gagliardo polo industriale  – per contenuto produttivo, in alcuni decenni, il più innovativo d’Abruzzo; proprio come, in dotazione occupazionale, il più grande della regione -, ha vieppiù titolato, a fortiori, qualsiasi riflessione pubblica o personale sul complessivo andamento locale. Italtel è stata sì, una sorta di etichetta incollata sull’impianto in sé; ma l’insediamento all’Aquila  –  insisto –  è stato immediatamente apprezzato pure come sineddoche del tipo di “miracolo economico”, che negli anni ’60 aveva cominciato a riscattare l’economia nazionale post-bellica. Quel che ha conferito centralità alle sue sorti, quasi identificandole con le plurali vocazioni e il destino stesso del capoluogo abruzzese e dell’hinterland.

Perciò, quando un ventennio fa  – era il ‘2004-5 – fu rimossa l’insegna Italtel dal frontespizio dell’opificio (ceduto dopo un’estenuante fase di declino ad altra società e poi ancora a nuovi decisori fin al quasi-nulla di oggi), non si trattò di un atto ordinario, quasi un rogito notarile di successione proprietaria, ma si volle addirittura registrare l’evento di cronaca come eclisse di un’epoca. Tanto che gli sviluppi di quella vertenza, che riguardò  – per stare alla “carne viva” dell’organico lavorativo –  più di tremila metalmeccanici, dimostrò immediatamente che la buia pagina industriale chiusa non avrebbe più consentito alla città di acquisire altro appiglio a più rosee prospettive; a «magnifiche sorti e progressive» di memorabile citazione mamian-leopardiana!

Un po’ come oggi lamenta Clara Ciuca, all’epoca amazzone dell’interventismo sindacale, in rappresentanza della componente femminile, la dominante dell’organico di fabbrica. «Prestigiosa opportunità sciupata», ha denunciato l’ex-segretaria dell’Uilm, ricordando il fallimento di ogni iniziativa di contrasto, messa allora in atto contro l’uscita di scena di Italtel, all’Aquila. «Amarezza per la fine di una storia della mia stessa gioventù», prosegue, lucida, l’interlocutrice: «Tanta rabbia anche, per aver dovuto capire subito, fin dall’avvio della trattativa infinita a palazzo Chigi, che non si profilava, netta e credibile, nessuna alternativa fondata e promettente, per il rilancio produttivo ed occupazionale della fabbrica, pur se ad invocare un nuovo sviluppo si era praticamente tutti», scandisce la Ciuca, insoddisfatta dell’oggi «del sostanziale vuoto, che il riuso ex-Italtel più commerciale e di servizi, che autenticamente di ricerca industriale, caratterizza il magro panorama di presenza imprenditoriale odierna nel sito di località Boschetto».

Né sembra discostarsi l’amarcord del dr. Antonio Cappelli, 69 anni, allora direttore provinciale di Confindustria. «Fu un terremoto» osserva, perentorio. «Si creò un vero e proprio panico per la scomparsa dell’Italtel». Come il 6 aprile 2009 ricorda il dr. Cappelli, indenne tra le macerie di casa la notte del terremoto, che provocò il crollo della palazzina di proprietà in centro. Da qualche anno l’ex-direttore di Confindustria-AQ vive «esclusivamente da pensionato», ironizza, con la famiglia, tra Agropoli e Salerno, ma non dimentica che: «frustrazione ed impotenza, miste, però, ad orgoglio e tenacia caratterizzarono le alterne reazioni delle istituzioni, convergenti nell’auspicato ed infruttuoso recupero di quell’esperienza produttiva». Quadro emotivo e allo stesso tempo manifestazione pratica; «comportamento e disagio non solo interiore » insomma: «di noi sopravvissuti alla tremenda notte del terremoto», insiste l’interlocutore, ancora alle prese  – quale responsabile del condominio ristrutturato dopo i crolli tellurici –  con la burocrazia contabile del cantiere, che ha da tempo riconsegnato invero agli inquilini l’immobile sinistrato. La vertenza-ex-Italtel ha, pertanto, accomunato nella valutazione fronti distinti, spesso distanti in altre evenienze, come sindacato ed impresa. A testimoniare che a quella presenza nel territorio tutti si riferivano, consci della sua incidenza nel reddito di centinaia di famiglie di addetti alla fabbrica, ma anche del suo specifico nel profilare il futuro più ampio del circondario.

Perciò, la crisi del sito produttivo aquilano: «non fu una sorpresa», chiarisce con icasticità di studioso il dr. Mario Santucci, 75 anni, di Tornimparte. All’epoca era direttore provinciale della Camera di Commercio e del Cresa, il pensatoio socio-economico anche della Regione Abruzzo: dunque, una vera e propria cabina di sorveglianza sull’andamento congiunturale. Quel che gli ha permesso di cogliere in anticipo l’inevitabile sbocco disastroso della: «costante perdita di competitività di Italtel, all’Aquila; più, in generale, della manifattura tlc, che si trascinava dietro anche un irrefrenabile declino della grande industria non altamente innovativa», ricorda oggi l’autore, ancor adesso, di rilevanti analisi economiche per importanti pubblicazioni tematiche. La crisi Italtel all’Aquila, spiega il dr. Santucci fu: «di non aver stabilito un forte raccordo con l’indotto, impedendo di fatto che questo fosse attrezzato a subentragli dopo la traumatica dismissione». Crisi, che impegnò il Cresa ad imbastire una serrata controffensiva amministrativa contro l’Europa (si chiamava Cee), che non voleva ieri come oggi aiuti di Stato a favore di realtà fuori del perimetro di sofferenza congiunturale: allora era il Mezzogiorno, le aree deboli del sud, da cui l’Abruzzo rimaneva escluso per un Pil meno sfortunato di quello di altre regioni povere. Perciò, il Cresa dell’Aquila, ricorda il dr. Santucci: «dimostrò che i parametri economici delle zone interne di montagna non erano così gagliardi come quelli del resto abruzzese, convincendo, in un difficilissimo negoziato, Bruxelles che uno ‘bonus’ all’Aquila era da riconoscere eccome, per essere ammessa, nella vertenza-Italtel, ai benefici comunitari di assistenza e sviluppo a favore delle zone svantaggiate».

Quasi la conferma che con la fine dell’Italtel si declamava un vero “de profundis” per un intero spaccato di insufficiente sviluppo socio-economico. Insomma, la storia continua; purtroppo, non in meglio: o no?


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