Primavera, ma che roba è?

Senza che nemmeno ce ne accorgiamo, è primavera, la botanica Daniela Tinti ci racconta il risveglio della natura

di Alessio Ludovici | 15 Aprile 2024 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – A un certo punto, senza che nemmeno ce ne accorgiamo, è primavera, la natura si risveglia e abbraccia un nuovo ciclo della vita. Come accada tutto ciò ormai lo ignoriamo allegramente, così siamo andati a chiederlo alla nostra botanica di fiducia, Daniela Tinti.

In un piccolo fazzoletto di terra a Monteluco, tra un lampascione, un astragalus e un tarassaco, Daniela ci ha trasportato nel bel mezzo della primavera. Tecnico del Parco Gran Sasso, nel tempo libero è artista e divulgatrice e nei prossimi giorni uscirà il suo primo album, “L’Estinzione e altri grandi (in)successi”, dove mette in musica, riadattandoli a tema botanico, alcuni grandi classici della musica italiana.

Da Daniela ci eravamo fatti già raccontare quello che accade in autunno, le strategie che alberi e piante utilizzano per resistere all’inverno, strategie sostanzialmente volte a risparmiare energie perdendo le foglie, ma non tutti chiaramente.

A primavera, sostanzialmente, accade il contrario. Gli alberi mettono su nuovi apparati fogliari e cominciano il periodo di accrescimento che tutti ricordiamo negli anelli che si possono vedere in un albero tagliato.

Ma la cosa stupefacente della primavera forse accade sotto gli alberi e intorno ad essi, nei prati, nei giardini. Come dal nulla sbucano fuori fiori e piante di ogni tipo, alcune più rare, altre meno. E noi poveri cittadini urbani siamo lì a chiederci da dove saltino fuori.

“Ogni specie ha la propria strategia per resistere all’inverno” ci racconta Daniela. “Nelle bulbose e rizomatose, che non a caso sono le prime a fiorire a primavera, la parte epigea secca completamente: per questo non vediamo né le foglie, né il fusto, il fiore o il frutto. Rimane solo il bulbo sotto terra che poi, a primavera, avrà già belle pronte le sostanze per rigerminare e ricomporre tutta la parte vegetativa esterna”.

Non è l’unica strategia. “Altre specie, sempre perenni o bienni, sopravvivono con le gemme al livello del suolo, non le vediamo e non ce ne accorgiamo, ma ci sono”. E le piante annuali? “All’inizio dell’inverno muoiono completamente, il loro ciclo di vita dura solo un anno in cui la pianta deve sviluppare tutta la parte vegetativa, fiorire, impollinarsi, fare il frutto, il seme e quindi disseminarsi”.

E’ quel piccolo seme che a primavera germina e dà origine a un nuovo individuo che a noi sembra sbucare dal nulla nel nostro giardino.

Alcune piante fioriscono prima, altre dopo. La santoreggia, ad esempio, è una ritardataria cronica, “è fra le poche a rimanere in fioritura nella stagione avanzata per gli impollinatori. Dovendo scegliere qualche specie per i nostri giardini, si potrebbe optare, anche in relazione ai cambiamenti climatici, per quelle specie che riescono a fiorire in presenza di aridità spiccata, con fioriture tardive e che non necessitano di acqua, mi viene in mente l’Issopo“.

Piante e fiori non hanno solo un valore estetico, ovviamente. Ma non hanno neanche necessariamente una funzione nelle vite di noi umani. Lo sforzo divulgativo di Daniela è teso proprio a farci comprendere l’importanza delle piante indipendentemente dal valore che gli attribuiamo come piante officinali o ornamentali. Insomma, l’Isatis tinctoria che vediamo fiorire sui cigli delle nostre strade e da cui si ricava un colorante blu non è più importante del nostro Astragalus aquilanus, una sorta di minifagiolino (cioè appartiene alla stessa famiglia dei fagioli), scoperto a Roio, che cresce solo all’Aquila. E’ la rarità a determinare l’importanza nella conservazione: “L’Astragalus è solo qui, vuol dire che se scompare da qui scompare da tutto il mondo”.

“Ci sono piante che, pur essendo magari molto utili per gli umani, hanno un valore basso, come il tarassaco o l’iperico ad esempio, quelle che hanno un valore intermedio, come le orchidee spontanee che adesso spuntano nei prati a maggiore naturalità, e quelle che hanno un valore altissimo come appunto l’Astragalus aquilanus”.

Nel territorio aquilano gli fanno buona compagnia altre due piante. “La ginestra aquilana, credo una delle specie più rare d’Italia o d’Europa” e di cui abbiamo parlato spesso durante gli incendi del 2020 perché l’unico posto nel mondo in cui vive è andato quasi in fumo in quel di Arischia, e “il Goniolicum italicum, altra specie endemica abruzzese in forte declino e a grave rischio di estinzione, presente con 4 o 5 individui nel disastrato Orto Botanico di Collemaggio.”

“Ma ci sono specie che hanno un valore conservazionistico negativo” continua Daniela, che “svalutano il valore della nostra biodiversità”. Sono le specie aliene invasive, “il Senecio inaequidens, di origine sudafricana, è quello che ci preoccupa di più qui da noi perché si sta espandendo in maniera incontrollata a discapito spesso di specie rarissime come Astragalus aquilanus appunto”. Ma non è l’unico. “Ci sono l’ailanto o la robinia, sono specie che non appartengono alla nostra flora. Sono state importate per motivi utilitaristici e in seguito divenute invasive. Anche le Maonie, presenti in tanti giardini di Roio e San Giacomo, si sono spontaneizzate e stanno salendo verso l’alto”.

Finiamo il nostro giro in pineta. Daniela ci fa notare il rinnovamento del leccio sotto i pini di rimboschimento. “Questa zona esposta a sud probabilmente era una lecceta in antichità, mentre quella esposta a nord dovrebbe ospitare carpini e ornielli. Le pinete il loro lavoro di ricostituire il sottosuolo lo hanno fatto, tant’è che c’è molta ripresa di latifoglie autoctone, ma ci sarebbe bisogno di diradarle un po’. Comunque, la natura si riprenderà i suoi spazi in ogni caso”.

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