Prese a morsi, Bambina e le altre nei postriboli di via Santa Lucia

di Alessio Ludovici | 16 Novembre 2022 @ 06:00 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – Il nostro protagonista, Gaetano, sarà passato per la piazza del Duomo e quindi per l’allora via dei Macelli, o nelle adiacenti via degli Speziali o dell’Acconcio – oggi via Marrelli, via Cavour e via Patini. Avrà sbirciato tra le mercanzie e magari si sarà fermato in una delle tante cantine e locande della città del tempo. Poi giù per via Roma verso i bassifondi cittadini dove erano tenuti i postriboli case di tolleranza e bordelli che dir si voglia. Ce la immaginiamo così, per libertà giornalistica, la giornata di Gaetano. Una testa calda, almeno stando al suo casellario  che è agli atti del processo depositato nell’Archivio di stato dell’Aquila.

Un lungo elenco di precedenti quelli di Gaetano, alcuni ai danni di prostitute: già nel 1881, in un postribolo a San Nicola d’Anza, gestito da Viriglia, Gaetano è infatti protagonista di un’aggressione armato di un trincetto da calzolaio.

Siamo in pieno Regno d’Italia e Gaetano entra ed esce dalle patrie galere. In quel bel giorno di marzo del 1885 decide di recarsi nella casa di tolleranza gestita da Bambina. Siamo in via Santa Lucia, tra l’attuale ma allora inesistente viale Duca degli Abruzzi, e la zona dell’attuale oratorio.

Nei bordelli le cose sono tutto fuorché romantiche. Degli amori venali, quelli delle meretrici d’alto borgo di cui sono zeppe la letteratura, l’arte, i palazzi del potere, se ne contano pochi e certamente non sono rappresentativi del grosso del “mestiere”. Il mestiere più vecchio del mondo è semmai una lunga storia di sfruttamento di donne ridotte a poco più che cose.  Merci vere e proprie per le quali spesso si pagava anche la gabella daziale. Quando va bene valgono poco più di un lebbroso, ecco, a seconda dei periodi certo: ci sono quelli più libertini, quando queste ragazze affollavano piazze, feste e cerimonie pubbliche, e quelli di crisi quando masse di contadini e, di poverissime donne, sono stati costretti a mendicare una qualche disumana vita in città.

Sempre, comunque un affare di stato, che si cerca in qualche modo di governare. L’Aquila non sfugge alla storia della prostituzione. Basti pensare alla vicenda delle donne di Machilone, quando gli aquilani conquistarono l’omonimo castello. Allora, scriveva Clementi, “le donne furono condotte all’Aquila ove vissero di stenti e dopo che fu per loro fondato apposito convento, non essendosi per esso costituita una adeguata rendita, furono costrette alla prostituzione e pertanto scacciate dal vescovo”.

Un secolo più tardi, nel 1491, Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, concede alla città “di eleggere, con la partecipazione del capitano, un proboviro con l’incarico semestrale di censire le prostitute e di sorvegliare il locale cittadino in cui esercitano”. Che il locale fosse quello di tardo ‘800, in via Santa Lucia e dintorni, noi non lo sappiamo. Ad ogni modo è lì che sembrano concentrati tutti nell’Ottocento, almeno stando ai fascicoli dei processi; ed è lì, in quel giorno di marzo del 1885, che si dirige Gaetano.

Le intenzioni sono tutto fuorché amichevoli tanto è vero che di lì a poco nasce un parapiglia che costringe all’intervento della forza pubblica. La prima a rimetterci è Antonina, prostituta che, per aver respinto le “voglie” del Gaetano –  lo si legge nel verbale degli agenti – viene presa a morsi al collo e ad un braccio. E’ solo a quel punto che interviene Bambina, storica padrona di casa: genitori ignoti e con un nome che la dice lunga sulla sua tribolata vita. Alla fine sarà imputata anche lei nel processo e condannata a un’ammenda di dieci lire, per percosse. Si perché mentre le altre prostitute protestano, qualcuna va a a chiamare la mamma del nostro Gaetano e Bambina non si fa pregare a menare ceffoni a destra e a manca alla signora e al figlio.

Ordinaria amministrazione. In archivio è pieno di processi del genere, zuffe e baruffe, violenze di ogni genere. Un anno più tardi, ad esempio, è Pietro a finire dietro le sbarre. Operaio anche lui e con un curriculum giudiziario promettente nonostante i suoi 19 anni: pochi oggi, tantissimi evidentemente all’epoca. Non ha nulla da invidiare a Gaetano come a tanti altri: “Un pessimo soggetto” si specifica nel fascicolo. A rimetterci è un’altra prostituta, Concetta, appena 23enne che risiede in un altro, desumiamo, postribolo di via Santa Lucia gestito da donna Maria. Ferite alla regione parietale sinistra ed un’altra alla testa. A testimoniare in suo favore le altre donne della casa, come Gemma, 30enne di Sulmona, o Maddalena, 28enne originaria anch’essa della Valle Peligna. La prognosi è di appena cinque giorni. poi chiaramente si può tornare a lavorare. Le pene per gli aggressori sono poca roba, qualche settimana di galera, e volte a tutelare l’ordine pubblico più che le donne. Bisognerà aspettare gli anni ’60 del Novecento, con la legge Merlin, per vedere un approccio diverso allo sfruttamento della prostituzione. Nel mezzo tanti altri tentativi di regolamentazione, durante il regno e durante il regime fascista, una corpus normativo che aveva soprattutto l’obiettivo di non diffondere malattie, la sifilide in particolare, vero flagello sanitario della storia dell’umanità e degli eserciti in particolare.

Oggi, di quelle storie, come per tanti altri scorci cittadini, rimane poco. Anche via Santa Lucia sembra una piccola bomboniera, eppure, proprio in quegli scorci si vivevano splendori e miserie di epoche complicate, vicende che della nostra città fanno parte a tutti gli effetti.  

 

 


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