Premio nazionale Donna, a L’Aquila premiate Daniela Di Maggio e Filomena Lamberti 

di Alessio Ludovici | 04 Luglio 2024 @ 06:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Il coraggio delle donne: per la pace, contro le violenze. Questo il tema scelto per il Premio nazionale Donna 2024 che ieri ha premiato Daniela Di Maggio e Filomena Lamberti, protagoniste di due efferati fatti di cronaca ma anche testimoni della voglia di reagire e trasformare le loro esperienze in qualcosa di utile a tutti.

La manifestazione, giunta alla sesta edizione è promossa dalla Onlus Antonio Padovani, e nasce – ha ricordato Gianni Padovani – con la finalità di diffondere il messaggio di rispetto e tutela delle donne da qualunque forma di violenza, fisica e psicologica, in ambito familiare e professionale. All’incontro, moderato dalla giornalista Monica Pelliccione, hanno portato il loro contributo anche Stefano Pallotta, presidente Ordine dei giornalisti d’Abruzzo e Pieremidio Bianchi, commissario capo Divisione anticrimine Questura dell’Aquila.

“Il premio nazionale Donna, dedicato a mio padre Antonio, apre le porte all’universo donna nell’intento di far emergere il sottobosco celato, eppure ancora marcatamente presente, della violenza” ha affermato Padovani

Significativi gli interventi delle due premiate. Daniela Di Maggio è la mamma di Giovanbattista Cutolo, ucciso a 24 anni a Napoli lo scorso 31 agosto da alcuni colpi di pistola, dopo una lite per il parcheggio di uno scooter. Il colpevole, all’epoca dei fatti minorenne, è stato condannato a 20 anni anche grazie all’impegno della madre che si sta battendo anche per importanti modifiche normative che permettano di inasprire le pene per i killer minorenni.

Filomena Lamberti è invece la prima donna in Italia sfregiata in volto con l’acido dal marito. Nel 2012 aveva aveva deciso di lasciare suo marito, l’uomo ha patteggiato 18 mesi di reclusione e oggi è un uomo libero. Una storia di controllo, di violenza anche psicologica sfociata tanti anni dopo in qualcosa di ancora più drammatico. “La mia storia – ha raccontato Filomena – risale all’adolescenza quando mi fidanzai con il mio ex marito e camminavo con le fette di prosciutto sugli occhi. All’epoca non mi rendevo conto della violenza che esercitava su di me, dicevo tra me e me se è geloso vuol dire che mi ama. Rimanemmo solo io e lui, mi isolò da tutto e di tutti e quando arrivò quel fatidico momento non c’era nessuno a tendermi la mano”.

Fatti di cronaca difficili anche da raccontare ha raccontato Pallotta che ha ripercorso la discussione deontologica che ha portato i giornalisti italiani a dotarsi di regole e comportamenti che sappiano abbracciare il punto di vista della donna. “Per noi giornalisti è difficile poter raccontare queste violenze, abbiamo un condizionamento patriarcale milleniario che ha inciso sull’educazione di tutti noi ed è difficili da scrostare. Il massacro del Circeo fu un vero spartiacque. Una delle vittime fu fotografata da noi giornalisti e quei due occhi terrorizzati furono pubblicati su tutti i giornali senza alcun rispetto per la dignità della persona”. Di li la riflessione dei professionisti dell’informazione: “Quella vicenda ci ha indotto a riflettere e oggi grazie anche all’azione delle giornaliste italiane il nostro linguaggio è cambiato e questi fatti vengono raccontati in modo diverso. Ci siamo dati delle regole molto precise sull’anonimato, che deve essere completo”. Allo stesso modo è cambiato il linguaggio giornalistico: “Non parliamo più di raptus di gelosia, di alterazioni momentanea delle facoltà mentali, che momentanee non sono. Non scriviamo più che si ammazza per amore, eppure succedeva”.


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