Pilato, Longino e gli altri abruzzesi sotto la croce

di Fausto D'Addario | 29 Marzo 2024 @ 05:00 | RACCONTANDO
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Secondo vecchie leggende Ponzio Pilato veniva da Bisenti (Teramo) o forse da Amiterno (L’Aquila), mentre Longino, il soldato che trafisse il costato di Gesù, era di Lanciano (Chieti). Ma tanti paesi abruzzesi si vantavano di aver dato i natali ai personaggi della Passione

Ponzio Pilato, il procuratore del più famoso lavaggio di mani della storia, da dove veniva? Era di Bisenti, in provincia di Teramo. E Longino, il centurione che trafisse il costato di Cristo? Era di Lanciano. Due abruzzesi che non sapevano di esserlo, si ritrovano sotto la croce di Gesù che, nemmeno a farlo apposta, era un altro abruzzese. “Certo, certissimo, anzi probabile“, direbbe un altro abruzzese, Ennio Flaiano. Che era di Pescara, città notoriamente più pratica e meno proclive alla vita mitica e mistica. Uno si aspetterebbe qualche storia tirata fuori dall’immaginifica penna del Vate, e invece no, a Corso Manthonè bisogna andare più in là di Casa D’Annunzio, proprio a Casa Flaiano. Nel suo “Don Oreste”, Flaiano rievoca quella fede dai tratti quasi metafisici degli abruzzesi, dove la pratica della religione cristiana ha conservato molti caratteri pagani, e dove religione e vita si identificano in un sacro teatro dell’impossibile. Anzi, probabile.

L’identificazione arriva all’assurdo della favola“, scrive il marziano pescarese, “così che è convinzione di molti paesi di aver dato i natali a personaggi della passione. Come le sette città greche che si disputavano la cittadinanza di Omero, così Collarmele, Stiffe, Prata d’Ansidonia, Amiterno e Pietracamela si disputano l’onore di aver dato i natali a Gesù, a Maria, San Giuseppe, San Giovanni, a San Matteo eccetera“.

In un tempo in cui i fatti del Vangelo erano praticamente l’unica letteratura amena ed edificante per i piccoli paesi dell’Appennino abruzzese, non stupisce che “l’esistenza della Palestina è ignorata; nei pressi di Aquila i contadini fanno ancora processioni in un luogo ove si dice che l’asino di San Giuseppe ebbe a cadere durante la fuga in Egitto. Lanciano crede di essere la patria di Longino, il capitano delle guardie che trafisse il costato del Cristo; e Bisenti, altro paesetto vicino, credo di aver dato i natali a Ponzio Pilato“.

Guai a chiamarle favole! Questi fatti vanno presi sul serio: “Vecchi abitanti dei due paesi possono dirvi come i due colpevoli, pentiti e convertiti alla religione cristiana, passassero gli ultimi anni della loro vita in quel luoghi e come spesso si incontrassero per parlare di quel Dio che avevano martirizzato“. E in un tempo in cui non ci sono più profeti, ma sono tutti padreterni, conclude laconico Flaiano: il tempo in Abruzzo è l’unica dimensione incommensurabile.

Certo, questi miti credenze si spiegano meglio, quando si pensa all’isolamento nel quale i secoli hanno tenuto l’Abruzzo, le difficoltà di comunicazione con le altre regioni, il clima invernale che costringeva le comunità a trovare uno svago nelle leggende e nei racconti tramandati da generazioni. Ma queste tradizioni hanno un fondo di verità?

Per quanto riguarda Longino le tradizioni sono fittissime, ma si racconta che l’antica Anxanum fosse la sua patria. Nel ‘700 a Lanciano venne persino ritrovata in occasione di alcuni lavori una fontana con un’iscrizione: “Quintus Cassius Longinus, sua peccata fecit“. Ancora oggi lo stemma di Lanciano ha una lancia che punta al sole. Un testo apocrifo, gli Atti di Pilato, identifica Longino come il centurione posto a comando dei soldati che custodivano il sepolcro di Cristo, ma si confuse ben presto con il centurione, ricordato da Matteo, che esclamò: “veramente costui era il Figlio di Dio”. Si narra che alcuni schizzi sangue, usciti dal costato di Cristo trafitto dalla sua lancia, lo guarirono da una malattia agli occhi. Una metafora per dire che la morte in croce di Gesù aveva aperto i suoi occhi.

Longino, dopo aver militato nelle Legione Fretense, che era di stanza nella Palestina intorno all’anno 30, avrebbe lasciato Gerusalemme per tornare nella sua città natale. Qui iniziò a predicare e vendette i suoi beni ai poveri, attirandosi però le antipatie dei potenti e finendo martirizzato a sua volta. Sul luogo del suo martirio venne edificata una chiesa, San Legonziano, che pare più una storpiatura del nome Longino, che fu officiata da monaci venuti dall’Oriente, ai quali succedettero i più occidentali benedettini. Gli affreschi di San Legonziano, oggi sotto la Chiesa di San Francesco, recuperati e visitabili, dovevano essere solo una parte del grande ciclo dedicato al santo che fu asperso dal sangue di Cristo. Non è un caso che proprio qui si compì il miracolo eucaristico di Lanciano, a rendere la correlazione con Longino ancora più intrigante. Un’altra versione vorrebbe che, qualche secolo dopo, San Maurizio difese la città di Lanciano, rimasta fedele ai Longobardi, dall’assedio dei Bizantini, proprio grazie ai poteri della lancia di Longino. 

Se qualcuno sta arricciando il naso sulle vicende di Longino – “poche idee, ma confuse”, direbbe Flaiano – dovrà almeno concedere che Ponzio Pilato, governatore della Giudea, fosse un teramano di Bisenti. I Ponzi erano una nobile famiglia di militari e tra di essi vi era Lucio Ponzio Aquila, noto per aver affondato il ferro in un altrettanto illustre costato, quello di Giulio Cesare. Una situazione politica grave, ma non seria. Come punizione Ponzio e famiglia vennero allontanati e nella colonia romana di Bisenti (allora nota come Berethra, che riecheggia il nostro “baratro”) trovarono asilo. In questo esilio abruzzese Pilato nacque e crebbe. Qui vi era già una comunità mediorientale, anzi tutta una fascia di territorio adriatica tra collina e mare era nota come “Interamnia Palestina Piceni“: i canali di Bisenti hanno le medesime caratteristiche di quelli mediorientali. Forse proprio questa conoscenza aiutò il nostro Pilato a far carriera in Oriente come governatore della Giudea. Carriera che in realtà non andò molto avanti, visto che tornò anche lui nella sua dimora natìa. Chi passasse oggi per Bisenti può persino far visita alla casa di Pilato; certo, quello che vediamo oggi è una dimora medievale che ha subìto tante modifiche nel tempo, ma sembra avere almeno l’impianto di una domus romana.

Su Ponzio Pilato spunta fuori un’altra curiosa vicenda: ad Amiternum, quando L’Aquila si trovava ormai sotto il dominio spagnolo, si fece un ritrovamento sconvolgente. Venne fuori uno scrigno contenente il documento di condanna a morte di Gesù, vergato dallo stesso Pilato; documento che il governatore avrebbe riportato con sé in patria. Per capirci, un po’ come Manzoni trovò la vicenda di Renzo e Lucia in un vecchio manoscritto spagnolo. In ogni caso la scoperta destò clamore e il re Filippo II volle quel documento per sé, tanto che una traduzione spagnola della sentenza è ancora custodita nell’archivio generale di Simancas, tra i più antichi archivi del mondo ancora in funzione. Dulcis in fundo: la sentenza non fu l’unica cosa che Pilato portò dall’Oriente. L’ex governatore pensò bene di riportare anche qualche piantina di zafferano, essendo accasato a Navelli, che divenne l’oro rosso d’Abruzzo che tanto amiamo. A legarlo a L’Aquila è infine anche il versetto dantesco del “gran rifiuto”: se la vulgata corrente lo riferisce a Celestino V, in realtà potrebbe pure puntare a Ponzio Pilato, che si rifiutò di prendersi la responsabilità nel processo a Gesù, lavandosene le mani.

L’italiano medio è“, per chiosare con il nostro Flaiano, “generalmente bugiardo. Non credo che avrebbe potuto vivere in questo paese per tremila anni senza adattare la cruda verità a una ragionevole menzogna“. Volendo essere più indulgenti, diciamo che queste leggende vanno considerate sotto la luce della predisposizione abruzzese alla devozione per i santi, una predisposizione ereditaria che li rende, ancora oggi, di casa.


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