“Pericolo critico di estinzione”, il futuro dell’orso marsicano

di Alessio Ludovici | 25 Gennaio 2023 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – Antonio Di Croce, zoologo, è il direttore della Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio e dal 2014 coordinatore, per il Ministero Ambiente, dell’applicazione del PATOM, il Piano di azione nazionale per la tutela dell’orso bruno marsicano nell’area centro appenninica. E’ la persona giusta per fare il punto sui nostri orsi. I tragici eventi che hanno riguardato l’orso Juan Carrito spingono ad andare oltre la cronaca, ad una più ampia riflessione sulla tutela di questa sottospecie differenziata geneticamente dall’orso della Alpi.

Non una mascotte, né un’attrazione anche se, è bene sottolinearlo, la ricaduta in termini turistici e comunicativi della presenza dell’orso è fuori discussione. L’orso marsicano, però, è innanzitutto una specie in via di estinzione, per la precisione in “Pericolo critico di estinzione”. Se proprio si vuole inquadrare la vicenda di Juan Carrito, è utile farlo a partire da questo stato di fatto.

In virtù del suo status di specie a se stante e delle sua esigua popolazione è fortemente tutelato da direttive internazionali,  europee e nazionali. Normative, beninteso, che non riguardano solo i parchi. “Le aree protette – spiega Di Croce – giocano un ruolo più che determinante, sono un rifugio per i selvatici. L’orso marsicano è stato protetto dall’estinzione grazie alle aree tutelate ma l’orso non è del parco, è un patrimonio indisponibile dello Stato e alla sua tutela e conservazione, fuori e dentro le aree protette, concorre tutta la comunità“.

E’ una specie ombrello l’orso, termometro dello stato di salute del territorio, ma anche una specie chiave, ha cioè effetti diretti e indiretti sulla vita di tutti: “Tutelare l’orso vuol dire anche tutelare l’aria che respiri o l’acqua che bevi”. 

Il prossimo censimento della popolazione in centro Italia ci sarà nel 2024. “Nel 2014 erano circa 50, una stima molto conservativa, ora tendiamo a pensare che siano una sessantina in lenta e graduale espansione”. Ma numeri più certi ci saranno solo con l’aggiornamento decennale del 2024. Contare gli orsi, del resto, non è come contare le pecore la notte.

E’ un lavoro immane, c’è bisogno di risorse e personale, di competenze scientifiche codificate, di trappole genetiche, laboratori di analisi e tanto altro. Anche con il radiocollare non è che poi l’orso viene radiocomandato, né gli si può spiegare dove andare. Juan Carrito è stato investito fuori dall’area protetta ad esempio, lì non ha competenze il parco che, ad ogni modo, ne ha molte meno di quanto immaginiamo anche all’interno dei propri territori. Non è un parco infatti che gestisce la viabilità, i limiti di velocità o meno. Le cose sono molto più complesse.

“La popolazione degli orsi marsicani mostra segni di vitalità, la natalità continua ad essere buona e gli spostamenti sul territorio, oltre a quelli erratici ed occasionali, sono in aumento”. C’è anche maggiore capacità di rilevazione: “C’è una rete capillare che rileva i segnali di presenza dell’orso, la Rete di monitoraggio orso bruno marsicano Abruzzo e Molise – RMAM, che conferma le impressioni su una sua espansione”.

Queste le buone notizie. E’ presto però per parlare di una specie fuori pericolo.

“La densità della popolazione è ancora troppo bassa al di fuori dell’area core originale, e non c’è ancora un contesto di meta-popolazione con più nuclei riproduttivi in territori diversi. Solo in quel caso si potrebbe parlare di una specie al riparo”. E la sfida si gioca nelle aree protette come fuori ma, al momento, soprattutto tra un’area protetta e l’altra, territori di passaggio in cui non vige un regime particolare di protezione.

“La mortalità di origine antropogenica diretta o indiretta è ancora molto alta”. Il caso di Juan Carrito è solo l’ultimo esempio ma ce ne sono stati tanti negli anni, in autostrada, per avvelenamento, per altre criticità di natura antropica, come ci sono stati episodi di orsi annegati nelle vasche di cemento per l’acqua. Gli elementi di criticità possono essere molti. C’è, ovviamente, anche la mortalità naturale: “L’orso ha già di suo esigenze molto alte, ha bassi tassi di riproduzione, l’investimento parentale è molto alto e le femmine ad esempio sono produttive solo a una certa età e per pochi anni. La mortalità naturale è elevata per le caratteristiche bioecologiche proprie della specie”.

I territori adatti per l’orso non sono molti fuori dalle aree protette né si può pensare di trasformare le aree protette in giardini zoologici recintandoli: “Ci sono territori più adatti di altri ma basta un particolare elemento di criticità per farne delle vere e proprie trappole ecologiche per l’orso”.

E’ anche un po’ la storia di Juan Carrito. Del povero orso è stata raccontata in ogni dove la particolare indole all’esplorazione di aree più antropizzate. Meno si è parlato degli incredibili sforzi fatti per spingerlo a vivere in aree meno antropizzate ed evitargli una vita in cattività. Ancora meno si è parlato delle trappole ecologiche in cui si è imbattuto: il cibo, troppo facilmente accessibile, i rifiuti gestiti male, le esche per qualche foto ricordo. In altri paesi simbolo dell’orso, il Canada ad esempio, le fonti trofiche sono soggette a normative stringenti che prevedono una rigida messa in sicurezza di apiari, pollai, persino di frutteti riinselvatichiti nelle aree di confine tra la aree antropizzate e quelle più selvagge. 

Il PATOM (Piano di azione per la tutela dell’orso bruno marsicano) codifica proprio, su basi tecnico scientifiche, il modo in cui gestire tutti questi aspetti della vita dell’orso, ma non è legge, non vincola nessuno e molto dipende dalla sensibilità e disponibilità di istituzioni ed enti ad investire sulla tutela della specie. Gli orsi, d’altro canto, non votano nemmeno e questo complica le cose: “Io non sono né un ambientalista né un animalista, sono un professionista nella gestione e conservazione dell’ambiente e della fauna e purtroppo in Italia la fauna selvatica è ancora vista come qualcosa di accessorio, un ‘va bene se c’è ma non a casa mia’“.

Oltre al PATOM, il sistema delle aree protette lavora su diversi progetti Life, il Safe Crossing e il Bear Smart Corridors ad esempio. “L’orso nelle aree protette sta bene praticamente dappertutto, sono aree rifugio, il problema è tra le aree protette. E’ un animale che ha bisogno di spazi enormi e nel passaggio da un’area protetta all’altra si imbatte in matrici ambientali totalmente inadatte”.

La partita per garantire una sopravvivenza dell’orso si gioca soprattutto fuori e indipendentemente dalle aree protette. Lo confermano i numeri della relazione di Di Croce sullo status della popolazione. Dagli anni ’70 c’è stata una mortalità di almeno 2,5 orsi l’anno, la maggior parte – il 70% – per cause antropogeniche: bracconaggio, avvelenamento, malattie trasmesse da animali domestici, investimenti e incidenti. Una delle vittime è quasi sempre una femmina riproduttrice e la mortalità antropogenica è più alta nelle aree di potenziale espansione.

Quest’ultime però sono quelle decisive per favorire, a partire dagli esemplari dall’areale principale, “un lento processo di dispersione e di espansione demografica e territoriale” che porti “alla presenza di nuclei riproduttivi al di fuori dell’areale centrale”. Un obiettivo in cui sarà decisivo il ruolo degli enti locali che dovranno garantire il mantenimento di funzionalità di corridoi verso le aree idonee e la rimozione di fonti di disturbo e fattori di mortalità di natura antropica. 

Proprio lo scorso 17 gennaio è stato rinnovato l’accordo per l’implementazione del Patom. C’erano il Ministero della Transizione Ecologica, le regioni Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale della Maiella e il Comando Unità Carabinieri Forestali Ambientali e Agroalimentari. Il nuovo Accordo mira a favorire azioni sinergiche tra tutti i soggetti coinvolti nella gestione della popolazione di Orso Bruno Marsicano e a rispondere a precise esigenze di risoluzione di problemi di convivenza uomo-orso.

 


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