Perdonanza: Un ricordo da buttare

di Redazione | 26 Agosto 2013 @ 00:00 | L'ELZEVIRO
Expo 2015 perdonanza
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Un ricordo da buttare, di Luisa Nardecchia –

“Domani ci spostano”
“Ci spostano? E perché?”
“Passa la Perdonanza”
“Passa la Perdonanza?”
“Sì, passa il corteo della Perdonanza”
“E dove ci mandano?”
“Ci smistano in altri campi”
“Ma che dici? Stai scherzando vero?”
“No, è così, l’hanno detto ufficialmente”
“Ma come? Stanno a pensa’ alla Perdonanza? E a noi ci annullano? Ci sopprimono? E in nome di che?… In nome di … DIO?”
“In nome di Dio e degli uomini, Luì, perché chi perde esce, e il lupo se lo mangia”.

La fila davanti a noi, nella tenda-pranzo, si muove. Antonello si volta a prendere il vassoio, lo apparecchia, ci mette dentro il pane e le posate, sfila lentamente insieme a me davanti al nastro delle vivande. Il buonumore degli inservienti sembra una presa per i fondelli, in giorni come questo. Pare si divertano un sacco, gli inservienti volontari della mensa, ballano e cantano a suon di musica, come i clown che vengono periodicamente a regalarci palloncini a forma di animali. Ballano, cantano, gonfiano palloncini, tutta roba che può andar bene per chi una casa ce l’ha ancora e sa di poterci tornare, non per me, non per Antonello, non per quelli come noi. Ballano cantano gonfiano palloncini, ci urtano i nervi, ma non puoi dirlo, se no ti danno del menagramo, non puoi dirlo neanche in giorni in cui la beffa tocca il culmine, giorni come questo, in cui si decide di sgomberare il Campo di Collemaggio, il nostro campo.
Arrivati al tavolo, Antonello riprende da dove aveva interrotto, seduto di fronte a me.
“A me non è che me ne frega più di tanto”
“A me sì. E’ uno schifo. Io non lo reggo, uno spostamento”
“Che vuol dire non lo reggi? Abbiamo solo quattro stracci. Allora quando si tratterà di abbattere la casa che farai?”
“Non lo reggo, non lo reggo ti dico. Sono attaccata a questo posto come a una zattera, e non mi voglio spostare, non voglio essere smistata come un avanzo di cucina”
“Ma tu SEI un avanzo di cucina. Ma non lo vedi? Il resto della gente non lo vive come noi. Siamo in pochi, tutto sommato, a viverla così”
“E come la vivono, loro?”
“Come un’occasione. Come la loro occasione, e la coglieranno stai certa. Mettiti tranquilla, è così che va il mondo. Non sarai tu a cambiarlo”.
“Io non voglio cambiare il mondo. Voglio solo che non mi spostano di tendopoli”
“Non è possibile, loro possono quello che vogliono: dicono Pescasseroli e vai a Pescasseroli. Dicono questo si sposta da qui e si mette qui. Semplice”
“Da qui mi sposto solo per un tetto, non per un’altra tenda”.
Rimesto nel piatto, io, mentre Antonello manda giù roba senza sentire il sapore.
“Devi mangiare Luì. Ti aspettano tempi duri… devi stare in forze. Portati una bottiglia d’acqua la mattina, mettici dentro un integratore e mandala giù un po’ alla volta, quando sei al Container 19, dammi retta. L’inverno sarà lungo, anche se avrai l’assegnazione di una casa. Proteggiti, devi tirare la baracca. E cerca di dormire”.
“Sì sì, dormo, ma ci prendono e ci spostano, e io non lo sopporto. Ma non lo capiscono che siamo ancora sotto choc? Che siamo comunque stanchi e destabilizzati? E poi perché? Per far passare il corteo della Bolla? Ma non si vergognano? Una città in lutto, morti, migliaia di case distrutte e loro pensano al corteo della Bolla. Stiamo qui da cinque mesi, la basilica è sempre stata off-limits, e ora all’improvviso diventa praticabile?”
“Mettiti tranquilla, non ci puoi fare niente”
“Oh sì che posso, io non mi muovo da qua. Non sono una cosa”.

Raccogliamo i vassoi e andiamo al distributore di caffè. C’è un cartello: il caffè è stato tolto dai campi, lo considerano una bevanda eccitante.
“Bevanda eccitante? ma che bella novità!”
“Eh… Luì, non guardare al nostro campo. Pare che a Piazza D’Armi ci siano risse continue, prostituzione, spaccio… Devono tirare le redini con gli alcolici e tutto il resto”
“Ah, e perché non smistano quelli, di campi, invece del nostro, in cui queste cose non succedono e c’è gente normale?”
Quando dico ”gente normale” arriva Luciana: solite carte in mano, soliti occhiali sulla punta del naso, solita aria da fricchettona riciclata.
“Allora la firmate questa petizione? Vogliamo il diritto di assemblea che la protezione Civile ci nega. Venite, firmate”. Ci defiliamo mentre lei cerca di inseguirci e Antonello farfuglia qualcosa tipo “ma guarda ‘stra str**za, c’ha la casa agibile e la coccia fresca, perciò sta a pensà a litigà con la Protezione Civile…
Facciamo un pezzo di strada insieme, Antonello e io, verso l’uscita. Nella tenda-cambusa c’è il personale che raccoglie i moduli per le assegnazioni col Programma Gioiello.
“Tu ci credi?” mi chiede Antonello, facendo un cenno con il capo a indicare i moduli.
“Neanche un po’” dico io “e con la storia dell’informatica sistemeranno le cose al solito modo. Sarebbe così anche con la gestione locale”.
“Sarà così anche con la gestione locale, perché è quello che succederà. Ma ora dobbiamo ragionare alla giornata. Dai, in fondo non è male se ci smistano in qualche campo meglio attrezzato”
“Ma Antoné quale meglio attrezzato? io non sono in condizioni di ambientarmi da un’altra parte. Lo capisce chiunque che in queste condizioni meno ci si muove e meglio è. Ma com’è? Agli alberghi mandano gli psicologi e qua ci smistano come pacchi postali? Ah già, noi siamo la feccia, quelli che non si sono lasciati deportare. Le loro beghe politiche sulle nostre teste”
“Falla finita Luì, gioca in economia, dammi retta, non sprecare energie. Per noi la guerra è appena iniziata. Chissà quanti anni dovremo passare, noi, in queste condizioni. Non ce ne abbiamo, Luì, lascia perdere, dammi retta, economizza, economizza, abbassa la coccia e ‘ngrufa”.
“Quant’è vero Iddio io non mi sposto da qua Antonè. Devono venì con le ruspe, per levarmi dalla tenda. Io non c’ho più niente da perdere, l’hai capito o no?”.

Camminiamo verso il posto di blocco all’uscita della tendopoli. Una troupe televisiva sta  intervistando il Capocampo e qualche passante sul problema dello smistamento. C’è un tizio che dice al giornalista: “Non possiamo negare il diritto al ritorno alla normalità, L’Aquila deve volare, i fedeli hanno diritto al rito”. “La tendopoli non si tocca” dice un altro “i terremotati sono trattati come oggetti dai loro stessi concittadini, è vergognoso, e ci tocca pensare che questo sia solo l’inizio. Chi ha perso tutto verrà spostato e rispostato, e chi non ha perso niente vive tutto questo con una leggerezza imperdonabile, accusando gli altri non voler riprendere la vita normale”.
Antonello se ne va sconsolato, mi lancia uno sguardo per dire “lascia fa’, non serve”, mentre io vivo una guerra tutta mia: le gambe tremano, vogliono andare a dirne quattro, i pugni fremono, vogliono battere. Ma la testa dice no. E il cuore è piccolo come una prugna secca.

La tendopoli di Collemaggio non fu mai spostata.
Il corteo si fece con altro percorso: parco, orto botanico, cerimonia all’aperto.
La porta santa si aprì. E io andai a vedere la basilica.
Fu la prima grossa rovina che vidi con i miei occhi, dal giorno del terremoto.
Entrai, alzai gli occhi sull’abside, barcollai, cercai un posto dove appoggiarmi per non cadere. Non piansi, sentii solo un lunghissimo lamento nella testa.
Da allora, altri quattro Ventotto di agosto ho vissuto, ogni anno ricchi e sfarzosi, arroganti e pretenziosi. Da allora, li detesto. E finché non riavrò la mia casa e la mia città, posto per baracconi, per me, non ce n’è.
Vivo da persona danneggiata: non lascio più scandire il mio tempo dalle feste. Mi ascolto. Scelgo solo gente che è come me. Non fingo che non sia accaduto, non parlo mai di ali, evito banalità, non alimento giostre e giostrai per riempirmi la bocca di riso.
Mettiti tranquilla, non ci puoi fare niente” fu l’ultima cosa che Antonello mi disse quel giorno, uscendo dalla tendopoli.
E sì che sono tranquilla.
E no che non ci posso fare niente.
Solo provare a essere felice.
Ma felice veramente.

di Luisa Nardecchia


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