Perdonanza Celestiniana: l’omelia del Cardinale Semeraro durante l’apertura della Porta Santa

di Redazione | 29 Agosto 2023 @ 05:14 | PERDONANZA
cardinale semeraro
Print Friendly and PDF

Il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha presieduto la sera del 28 agosto la solenne concelebrazione eucaristica e il rito dell’apertura della Porta Santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dando inizio alla 729° Perdonanza Celestiniana. Grazie a questo atto di misericordia di Papa Celestino V con la Bolla Inter sanctorum solemnia, più nota come Bolla del Perdono del 29 settembre 1294, da secoli e ancora oggi sarà possibile ottenere l’indulgenza plenaria per quanti, confessati e comunicati, visiteranno la Basilica di Collemaggio recitando il Credo, il Padre nostro e la preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, dai vespri del 28 agosto a quelli del 29 agosto. L’apertura della Porta Santa rappresenta il momento culminante della Perdonanza e il suo attraversamento ha il valore simbolico di passaggio dal peccato alla grazia, come ha ben sottolineato il cardinale nella sua omelia, di cui riportiamo il testo. 

La Perdonanza, un evento “complesso”

Quello che stiamo celebrando è un evento complesso, sia per la storia che evoca, sia per l’abbondanza di significati e di simboli che implica. I fatti ai quali ci riporta questa Perdonanza non sono facili da comprendere e, almeno per quanto riguardano la storia della Chiesa, ce la ripresentano in quel suo mistero che il Concilio Vaticano II ha richiamato con queste indimenticabili espressioni: «mentre Cristo, “santo, innocente, immacolato”, non conobbe il peccato e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo, la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento» (Lumen gentium, n. 8). Quando san Paolo VI ricordò la figura di san Celestino V, disse: «Ecco il tempo di Pietro di Morrone: ventisette mesi di interregno nella Sede Apostolica; i Cardinali ridotti a dodici e in contrasto tra loro; tempi terribili. E Pietro Morrone, il santo eremita, è eletto ed è invitato ad ascendere sulla Cattedra di Pietro. Dopo aver esitato, accetta per dovere, e fa ingresso in Aquila sopra un asinello, come Nostro Signore, ma trova là due Re ad attenderlo. Ecco l’essenza della Chiesa, ecco il destino di Roma sede del Successore di Pietro: ovunque la decadenza è fatale, ma nella Chiesa c’è un carisma, c’è la promessa e la presenza divina: “Io sarò con voi fino alla fine dei secoli”» (Discorso ad Alatri del 1 settembre 1966). Ecco la prima complessità: la Chiesa, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione.

Il duplice simbolismo della porta

La seconda complessità la individuo nel simbolo della porta, pure evocato dalle parole di Gesù: «Io sono la porta» (Gv 10,9). La porta appartiene al nostro uso quotidiano. Abbiamo sempre a che fare con una porta: quella di casa, del posto di lavoro, del luogo di riposo… Anche le città, in antico, avevano la porta. Lo stesso Gesù richiama l’importanza di una porta per la preghiera: «quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto…» (Mt 6,6). E anche a noi viene il desiderio di «chiudere la porta» quando avvertiamo il bisogno di un momento di pausa, di tranquillità. La porta è un simbolo: il suo aprirsi e chiudersi può significare tante cose. Perfino quella di casa, che è protezione dell’intimità, a volte, purtroppo, è segno di dominio, di prepotenza. Quante volte le cronache ci parlano di violenze perpetrate con le porte chiuse. Anche il perdono, di cui ci parla il rito che stiamo celebrando, può essere descritto con il simbolo della porta. Nella mente della Chiesa l’apertura della Porta Santa ha un duplice significato: anzitutto ricollegare la nostra vita – quella personale e pure quella sociale, storica, ecclesiale – alla sua sorgente che è Cristo. Non a caso Gesù parla di una porta, dalla quale si può entrare e uscire. È un linguaggio orientale, che indica una totalità e vuole dirci che l’intera nostra vita umana è compresa fra i due atti fondamentali dell’entrare e uscire: dalla nascita, ossia l’uscita dal seno materno, all’uscire per entrare negli spazi della vita, fino all’uscita definitiva con la morte. Applicato a Cristo, il simbolo della porta dice che tutta la vita del cristiano è un passare attraverso di lui, un muoversi mediante lui, a un vivere in lui. «Ecco: sto alla porta e busso», dice (Ap 3,20). Cosa dice Cristo alla mia vita? Lo faccio parlare? Gli faccio dire qualcosa a me? A noi cristiani non basta parlare di Cristo; dobbiamo farci parlare da Cristo. Ecco il simbolo dell’apertura della porta. 

Il senso del perdono

C’è poi l’altro significato, incluso nella parola Perdonanza. So che qualche giorno fa qui a L’Aquila è stato tenuto un convegno che ha scelto come sottotitolo una frase pronunciata lo scorso anno da papa Francesco nella sua Omelia davanti a questa medesima Basilica: «Misericordia è saperci amati nella nostra miseria». La frase è molto profonda. Ho pensato: quando parliamo di perdono, noi abitualmente indichiamo ciò che Dio fa per noi, oppure ciò che noi dobbiamo fare verso gli altri. Il primo lo abbiamo di nuovo compiuto con l’atto penitenziale all’inizio della Messa e lo facciamo ogni volta che celebriamo il sacramento della Riconciliazione e Penitenza; il secondo è un percorso difficile, faticoso, lungo. È un tema davvero impegnativo e non può essere svolto adesso. Basti richiamare un significato che può essere dato alla parola perdono ed è: sciogliere, liberare, lasciar andare come ha scritto Hanna Arendt nel suo famoso Vita activa. Perdonare è liberare l’altro dalle conseguenze del suo crimine, ma pure liberare se stessi dall’odio, dal risentimento, dal desiderio di rivalsa e questo, forse, è il lavoro più arduo, più difficile. È la verità implicita nel gesto di Gesù quando dice solo così: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). 

Papa Francesco: essere porte aperte per tutti

Carissimi, ripetendo oggi qui il gesto che il Papa ha compiuto qui lo scorso anno, ripenso alle sue parole pronunciate nell’Omelia fatta a Budapest il 30 aprile scorso. Disse che «essere “in uscita” significa per ciascuno di noi diventare, come Gesù, una porta aperta» ed esortò a «essere anche noi – con le parole, i gesti, le attività quotidiane – come Gesù: una porta aperta, una porta che non viene mai sbattuta in faccia a nessuno» e, a tale proposito, commentò: proposito, commentò: «È triste e fa male vedere porte chiuse: le porte chiuse del nostro egoismo verso chi ci cammina accanto ogni giorno; le porte chiuse del nostro individualismo in una società che rischia di atrofizzarsi nella solitudine; le porte chiuse della nostra indifferenza nei confronti di chi è nella sofferenza e nella povertà; le porte chiuse verso chi è straniero, diverso, migrante, povero…». 

Conclusione: la preghiera di un monaco medievale

Carissimi, alla fine perdonare è pure vivere ciò che intende Agostino con quel suo Dilige, et quod vis fac, ama e fa’ quello che vuoi (In Epistolam Joannis VII, 8). Concludo, allora, con questa preghiera di un monaco medievale:

«O Signore, tu dici: “Io sono la porta”; quando poi aggiungi: “se uno entra attraverso di me”, allora vuoi dire che tu sei una porta aperta a tutti coloro che desiderano entrarvi. Che vantaggio, però, c’è per noi, che siamo in terra, vedere aperta una porta che è nel cielo? Come possiamo salire fin lassù? Ma c’è l’apostolo Paolo, che ci dice: “Colui che è asceso al cielo è lo stesso che è disceso” (Ef 4,9) e questo mi indica la risposta: l’amore. È l’amore, Signore, che ci fa salire sino a te. Lo sappiamo perché è l’amore che ti ha fatto scendere sino a noi. Sei venuto quaggiù perché ci hai amato e noi, amandoti, riusciamo a salire fino a te. E ora, Signore, che hai detto: Io sono la porta, apriti tu stesso a noi; mostraci che quella porta è aperta per noi. Come un giorno rispondesti a chi ti chiedeva: Rabbì dove abiti (Gv 1,38), così oggi rispondi prontamente anche a noi. Dicci: Io sono nel Padre e aggiungi che tu sei in noi e noi in te, sì da essere tutti consumati nell’unità (cf. Gv 14,20; 17,23)» (cf. Guglielmo di Saint-Thierry, Meditatio VI). Amen.”

Al termine della messa il cardinale Giuseppe Petrocchi ha ringraziato il suo “carissimo fratello gemello nell’episcopato”, perché ha subito accolto l’invito a venire a celebrare a L’Aquila la Perdonanza per le “parole rivolte, belle, dense, profonde e coinvolgenti”. “Non sei venuto come un ospite, ma come un familiare e un concittadino”, ha proseguito il cardinale, che ha fatto due richieste al card. Semeraro: quella di essere “nostro alleato nell’impresa alla quale ci ha chiamato Papa Francesco, rendere sempre più quest città capitale del perdono”, e poi di aiutare a riscoprire in profondità la figura di Celestino V, per “cercare di riferirci al suo esempio per essere una chiesa e comunità civile che testimoniano i valori trasformanti della misericordia, fonte di riconciliazione, di concordia, di pace e di gioia”.

La celebrazione si è conclusa con l’apertura della Porta Santa, che ha segnato l’inizio della Perdonanza. Alla presenza delle autorità e di moltissimi fedeli e nonostante la pioggia, dopo il canto delle litanie e le formule di rito, il cardinale Semeraro ha percosse con un bastone di ulivo del Getsemani i battenti della Porta Santa. Le ante della Porta si sono così spalancate e il cardinale ha varcato per primo la soglia. La Porta resterà aperta fino a domani, martedì 29 agosto, cui seguirà il corteo di rientro della Bolla del Perdono.

apertura-porta-santa


Print Friendly and PDF

TAGS