Perdita del lavoro. Quando la depressione è dietro l’angolo

Gli psicologi: "Chiedere sempre aiuto ai famigliari, agli amici, ai medici, agli psicoterapeuti. E non sentirsi mai 'sbagliati'"

di Marianna Gianforte | 10 Gennaio 2023 @ 06:08 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Restare all’improvviso senza lavoro è come finire sul crinale di una montagna, al buio, senza più poter trovare appigli con cui tenersi in piedi. Sentiamo spesso (e raccontiamo anche su questo giornale) di persone che rischiano di perdere un lavoro, per giunta già precario (abbiamo raccontato delle operatrici socio sanitarie del San Salvatore); di grandi aziende che subiscono il contraccolpo dell’andamento dei mercati e dell’economia nazionali e internazionali (la Marelli di Sulmona); o di piccole realtà radicate sul territorio e che restano schiacciate dalle scelte di lontanissime multinazionali (l’officina della Fiat). Ma di storie non dette fatte di lavoro al limite dello sfruttamento, di paghe bassissime che obbligano a collezionare due o tre impieghi annientando la propria vita privata, di storie di lavoro precario e ‘grigio’ (contratti apparentemente corretti ma che non corrispondono al proprio inquadramento e alla propria professione e che non rispettano diritti e paghe) siamo circondati. Una società che obbliga a vivere avviluppati nella continua incertezza di riuscire a conservare il lavoro nel tempo, in un contesto di perenne fragilità. Situazioni dure da sopportare non soltanto da un punto di vista economico, ma sotto il profilo sociale e psicologico, perché perdere il lavoro vuol dire perdere autonomia. Situazioni che, specie quando il lavoro non c’è più all’improvviso, possono provocare depressione, ansia, attacchi di panico. Abbiamo chiesto a due psicologi dell’Aquila, il presidente dell’ordine regionale degli psicologi Enrico Perilli, e Adelia Visioni, che ha alle spalle tanti anni di esperienza come terapeuta, un parere su come affrontare una fase così difficile cercando di salvaguardare prima di tutto la propria integrità mentale.

“La perdita del lavoro è prima di tutto un problema di tipo sociale – spiega Perilli -; che poi diventa anche psicologico, perché subentrano la disperazione e la paura del domani. Nella nostra società c’è oggi una sorta di negazione dei ‘disoccupati’, che vengono sempre più spesso indicati come ‘occupabili’. In questo modo togliamo dignità alle persone che in un certo momento della loro vita non hanno un lavoro; oltre ad avere un grande problema economico, il disoccupato perde anche la sua identità e il suo ruolo sociale. Ci sono persone, ad esempio, che perdono il lavoro a 50, e che potrebbero vivere bene perché hanno una rendita e che, invece, si sentono di non valere nulla senza un lavoro. E allora bisogna riconoscere il momento di depressione che si sta vivendo e non permettere che intacchi la propria identità. Identificare subito l’origine del malessere e, senza timore, rivolgersi allo specialista che aiuta a inquadrarlo e a lavorare con una diversa prospettiva, guardando il problema con gli occhi di un’altra persona. L’intervento terapeutico deve prima di tutto volgere a non far percepire la persona come ‘incapace’: a non andare sono, semmai, la società e il sistema del mercato del lavoro. Negli anni ’70 e ’80 queste subalternità venivano combattute scendendo in piazza a manifestare e a pretendere, tutti insieme, un miglioramento del contesto generale; adesso, se una persona resta senza lavoro, ci si sente dire sempre più spesso che non si è ‘performanti’, che non si è ‘capaci’, e sono risposte assolutorie per chi licenzia. Il primo passaggio che un terapeuta deve fare è, dunque, lavorare sull’identità della persona: non è vero che non sei capace, non sei tu il colpevole”. Ma a questo punto, sottolinea il presidente dell’ordine degli psicologi, “lo Stato dovrebbe garantire un reddito di sussistenza e aiutare le persone a non arrivare a chiedersi ‘domani non so che cosa mangierò’, perché cadere nella disperazione è un attimo. Lo Stato dovrebbe anche fornire servizi strutturati, duraturi e non soltanto sotto forma di bonus; benvenga la misura del ‘bonus psicologi’, ma forse occorrerebbe strutturare più dipartimenti di salute mentale nei territori, invece che erogare bonus una tantum; occorre una vera campagna di assunzione di psicologi nei dipartimenti e potenziare il servizio pubblico. Altrimenti chi si può permettere il terapeuta privato è fortunato, e chi non può deve rivolgersi ai centri di salute mentale dove però si accede con sempre maggiore difficoltà. Ma questo è un dibattito ancora molto lontano da venire”.

“La perdita di lavoro è un evento traumatico: attacchi d’ansia, depressione. E’ molto importante non chiudersi in se stessi, ma parlare, mantenere la rete dei rapporti, rivalutando la propria esperienza, guardarsi intorno per vedere dove attingere – spiega Visioni -. Dopo la perdita del lavoro non viene soltanto meno il sostegno economico: non c’è più un tempo organizzato come quando si lavorava e che adesso va gestito. Spesso, dopo aver perso il proprio impiego, arriva la depressione, che immobilizza e non permette di vedere vie d’uscita: allora è fondamentale che la famiglia individui tutti i segnali, come i comportamenti di apatia, la mancanza di voglia di fare qualsiasi cosa, e aiuti la persona a reagire, a non fermarsi al primo impatto e a non entrare nel turbine dei pensieri negativi. Stesso discorso vale anche per la rete delle amicizie. Il problema è che nella perdita di un’occupazione l’impatto è molto forte, ci vuole un certo periodo di tempo per accettare la nuova situazione e attivarsi alla ricerca di altro, ed è normale che sia così. La rete sociale è importante, così come anche poter accedere ai servizi di sostegno alla disoccupazione. Dunque, chiedere subito aiuto ai famigliari, agli amici, ai medici di base. In questo contesto – spiega Visioni – lo psicologo certamente non aiuta a trovare lavoro, ma a recuperare lucidità. Oggi c’è, poi, un piccolo vantaggio rispetto al passato: si parla dello psicologo più spesso, cade sempre più il muro della ‘vergogna’ verso la terapia psicologica. Può aiutare anche, ad esempio, tenersi attivi, fare attività, come lo sport. La parola chiave è: no immobilismo”. Un piccolo aiuto, per chi non supera i 50mila euro di reddito all’anno, può arrivare dal bonus psicologico. “Sono state raccolte moltissime adesioni – spiega la psicologa -. Segno che il malessere cresce. Ci si augura che si possa aprire a un nuovo finanziamento di questa misura così importante”.


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