Perché San Francesco di Sales è patrono dei giornalisti: una lezione di etica, dialogo e verità nell’era dei media digitali
Il 24 gennaio la Chiesa fa memoria di San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa e, dal 1923, patrono dei giornalisti e degli operatori della comunicazione per volontà di Pio XI. Una figura, quella di un santo della Controriforma, che a prima vista, potrebbe sembrare lontanissima dal mondo delle redazioni, dei social network e delle breaking news. E invece è proprio qui che sta la sorpresa.
La sua eredità richiama i giornalisti a un rigore oggi ancora più esigente: professionalità, cura delle persone e rispetto della dignità umana. Il giornalismo conserva una missione essenziale e non negoziabile: la ricerca della verità. In un contesto segnato da social network, velocità e sovraesposizione, tra profonde trasformazioni industriali, economiche e culturali, il ruolo del giornalista è insieme centrale e fragile.
Ma perché proprio Francesco di Sales? Nato nel 1567 in una famiglia aristocratica dell’area sabauda, avrebbe potuto scegliere una carriera brillante nel diritto o nella politica. Studiò in effetti tra Parigi e Padova, respirando il clima culturale dell’Europa più colta del tempo, ma alla fine scelse un’altra strada: quella del sacerdozio. Il suo ministero si svolse in gran parte nello Chablais, (oggi Alta Savoia in Francia) una terra segnata dalla presenza calvinista, dove il confronto religioso era spesso duro, aspro, divisivo. Francesco, invece, intuì qualcosa di radicalmente nuovo: non si conquista l’altro alzando la voce, ma avvicinandosi con rispetto. A soli 32 anni fu nominato vescovo coadiutore di Ginevra e dal 1602 guidò la diocesi con uno stile completamente diverso. Soprattutto, nel modo di comunicare: accanto alla predicazione e ai trattati, inventò una strategia allora inedita: fogli stampati, brevi testi divulgativi, affissi come manifesti nei luoghi pubblici o consegnati casa per casa. Una forma primitiva ma geniale di comunicazione di massa. Non cercava lo scontro, ma il dialogo. Era convinto che la verità potesse essere proposta solo con mitezza, secondo una regola che sintetizza tutta la sua visione: meglio sbagliare per eccesso di bontà che per rigidità.
Scrisse migliaia di lettere, trattati spirituali, pagine di altissima qualità letteraria, sempre con uno stile accessibile e coinvolgente. Parole capaci di raggiungere l’intelligenza senza ferire il cuore. Per questo, secoli dopo, la Chiesa riconobbe in lui un modello per chi fa informazione, prima con Pio XI e poi con Paolo VI. Da allora, non è un caso che il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali venga tradizionalmente pubblicato proprio il 24 gennaio.
Per la 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2026, lo stesso Papa Leone XIV ha scelto un tema di grande forza: “Custodire voci e volti umani”, incentrato sull’impatto profondo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nei processi comunicativi. Gli strumenti sono potenti, è vero, ma non sono neutrali. Possono moltiplicare le possibilità di informazione, ma allo stesso tempo generare manipolazione, disinformazione, perdita di senso critico. Nessun algoritmo, ha ricordato il Papa, può sostituire l’empatia, la responsabilità morale, il giudizio umano. La comunicazione pubblica, oggi più che mai, ha bisogno di coscienze vigili, non solo di sistemi efficienti. Le macchine devono restare strumenti, ma non diventare le uniche protagoniste. Perché quando la voce umana viene oscurata, si incrina anche il tessuto della fraternità e della pace.
Un richiamo che Leone ha ribadito anche nel recente messaggio inviato a “Porta a Porta” in occasione dei trent’anni della trasmissione. La televisione, ha scritto, è cambiata profondamente, così come il modo di informarsi e di interagire. Ma insieme alle opportunità crescono i rischi: confondere il falso con il vero, scambiare lo scorrere compulsivo per ascolto, il monologo per dialogo. Contro questa deriva, il Papa ha indicato una virtù tanto semplice quanto rivoluzionaria: la pazienza, unita alla lungimiranza necessaria per costruire relazioni autentiche.
Tra flussi continui di dati e comunicazioni incessanti, in definitiva il giornalismo resta ciò che unisce informazione, verità ed etica, assumendosi una responsabilità verso gli altri senza la quale l’informazione si svuota e perde il suo senso.









