“Per dimenticarsi della vita per un istante”, la chiusura alle 23 è nella storia

di Alessio Ludovici | 19 Maggio 2021 @ 10:01 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – All’Aquila, nella vecchia cantina del Boss, era Giorgio a suonare la chiusura, a modo suo, “forza è ora” chi non glielo ha mai sentito pronunciare. Se non ricordo male si chiudeva alle 23, o almeno ci si provava. Tirare fuori tutti, tra un bicchiere e l’altro, una canzone e una chitarra, non era mai facile. Altri tempi probabilmente. I locali erano tutti un po’ così, senza lo stress del consumare. Era un po’ come essere a casa, potevi passarci ora senza consumare o pochi minuti consumando troppo. Tempi che cambiano un po’ ovunque. Persino la tradizionalissima Inghilterra cedette con Tony Blair alla liberalizzazione degli orari delle public house, i pub che per decenni avevano sempre chiuso alle 23. 

Nell’antico passato medievale della nostra città il coprifuoco era annunciato, “ad tertium sonum campane de nocte” con novantavove lenti rintocchi dalla campana della reatinella a Piazza Palazzo. La campana annunciava la chiusura delle porte cittadine, delle taverne e l’ora dalla quale ogni cittadino era tenuto a rientrare nella propria abitazione. Del resto lo chiamiamo coprifuoco da quei tempi probabilmente, o anche prima. Si chiamava coprifuoco perché in origine segnalava anche l’obbligo di soffocare il fuoco sotto la cenere, per evitare incendi notturni. Tempi ancora più lontani. 

Più di recente, durante la seconda guerra mondiale il Gran Consiglio del Fascismo, subito dopo aver destituito Mussolini, fissava il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino, ed era proibita la circolazione a piedi o con qualsiasi mezzo a meno che non si fosse muniti di apposito lasciapassare. Deroghe erano previste solo per preti, medici e levatrici, purché nell’esercizio delle proprie funzioni. Erano inoltre chiusi gli esercizi pubblici di ogni tipologia e vietate le riunioni pubbliche. Per tutti l’obbligo di fermarsi al “chi va là!”.

E siamo all’oggi. Da oggi si chiude alle 23, un’ora in più. Orari di una volta comunque legati indissolubilmente a certi posti, a una piccola piazza e alle sue atmosfere. Non si chiamava movida allora. I clienti in certi posti erano sempre gli stessi. Come canta Billy Joel “i soliti clienti entrano dentro, c’è un vecchio che siede accanto a me. Che fa l’amore con il suo gin tonic. Dice, “Ragazzo, potresti suonarmi una melodia, non mi ricordo bene come fa, Ma è dolce ed è triste”.

Alla fine siamo tutti lì per dimenticarci per un istante della vita, perché non siamo macchine da lavoro e i tanto bistrattati bar servono anche a questo. 

“Cantaci una canzone, sei il pianista,
Cantaci una canzone stasera!
Sì, siamo tutti dell’umore giusto per una melodia
E ci hai fatto tutti stare bene. 
É una folla abbastanza numerosa per essere Sabato
E il proprietario mi sorride
Perché sa che sono io quello che loro sono veduti a vedere
Per dimenticarsi della vita per un istante”


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