Pedagogista “boccia” didattica a distanza: riaprire centri estivi per prove generali del ritorno a scuola

di Marco Signori | 28 Maggio 2020, @06:05 | CULTURA
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L’AQUILA – “I centri estivi devono riaprire, possono essere un modo per sperimentare procedure per avviare poi la scuola in sicurezza a settembre, la considererei una prova generale per il ritorno sui banchi”.

Silvia Nanni è ricercatrice di Pedagogia generale e sociale al Dipartimento di Scienze umane dell’Università dell’Aquila, dove si occupa anche di coordinare le attività di tirocinio nelle strutture educative e nei servizi sociali, e ha seguito con particolare attenzione il mondo dell’apprendimento, soprattutto per la fascia 0-6 anni, durante la pandemia.

Seppur fondamentale nel periodo dell’emergenza per dare validità all’anno scolastico in corso, si sente di sottolineare i limiti di una didattica erogata ancora a distanza e auspica che a settembre la scuola possa “riprendere con didattica in presenza, magari rimodulata in piccoli gruppi, con la possibilità di svolgere educazione in più luoghi”.

“In fondo quel sistema formativo integrato di cui si dibatte sin dagli anni ’70 si potrebbe finalmente realizzare”, fa osservare a L’Aquila Blog, “l’educazione comunque va sempre rimodulata con i cambiamenti della società, con le emergenze vecchie e nuove, è pertanto necessario avviare una progettazione partecipata nonché una riflessione collegiale”.

La Nanni condivide il Manifesto per chiedere – nei limiti di un piano sanitario nazionale – che gli studenti a settembre possano tornare a scuola di persona, lanciato dalla giornalista e scrittrice genovese Paola Setti e, proprio come lei che nel libro Non è un paese per mamme ha raccontato le difficoltà delle donne italiane di conciliare lavoro e maternità, rileva come le nuove modalità di fare scuola rischiano di compromettere alcuni aspetti del rapporto genitori-figli.

“Si è travisato l’utilizzo dello strumento con una competenza digitale, la didattica a distanza è contemplata se sviluppa una competenza da tutte e due le parti – ragiona la Nanni – ci è sfuggito che molti insegnanti erano impreparati alla modalità tematica che non sempre è interattiva: alcune volte c’è un deposito di un compito su una piattaforma e poi in modalità asincrona una fruizione da parte dello studente. per esempio la didattica a distanza per la scuola dell’infanzia (3-6 anni) è uno strumento che al momento rimane tale, non si può pensare ad una competenza digitale per un bambino così piccolo”.

“Da professionista e dalla mia esperienza personale, anche dal confronto con molte mamme di bambini di scuola dell’infanzia e scuola primaria, noto che alcuni aspetti del rapporto genitore-figlio sono cambiati, proprio perché si sono dovuti assolvere ruoli non esclusivamente genitoriali, poiché, prevalentemente le madri, hanno dovuto trasformarsi in insegnanti pur non essendolo”.

“Come sta facendo la task force del Ministero, bisogna ampliare la visione della scuola”, aggiunge, “che non sia legata solo all’edificio ma aperta all’idea di un’educazione diffusa, utilizzando sì gli spazi aperti ma anche altre strutture che non siano eminentemente quella dell’aula, attraverso anche il coinvolgimento di più soggetti, associazioni e sistema formativo integrato, favorendo il lavoro in piccoli gruppi che consenta la ripresa dell’attività didattica”.

“Abbiamo sempre promosso un tipo di educazione orientato alla socialità, come si fa oggi, al contrario, a formare un bambino al distanziamento? La questione del disorientamento è nevralgica”, rileva la Nanni, “per una fascia più matura come quella adolescenziale il pre-Covid, in termini relazionali, è chiaro ma per la fascia 0-6 anni ma anche 0-10 anni educare improvvisamente al contrario è molto delicato, le insegnanti e le educatrici dovranno essere formate e competenti”.

La Nanni cita infine l’esperimento considerato virtuoso delle tre scuole dell’infanzia di Ivrea che “hanno riavviato l’anno scolastico in outdoor, in giardino, strutturando un setting ludico: le insegnanti hanno inventato il gioco della bolla di sapone, ogni bambino, come se fosse in una bolla, deve mantenere la distanza dagli altri altrimenti la bolla potrebbe esplodere”.

Queste strutture “fanno parte di un progetto sperimentale di riapertura sostenuto dalle amministrazioni locali” che ha fatto registrare un “successo di partecipazione che dimostra che la voglia di mettersi in gioco c’è, chiaramente con un percorso di sicurezza ben preciso e di permanente co-educazione scuola-famiglia.

È da valutare, naturalmente, “come in futuro sarà introiettato questo senso di distanziamento sociale in un bambino fino a dieci anni. Potrà avere ripercussioni con crescente difficoltà a entrare in relazione con gli altri bambini?”, chiosa la Nanni.


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