Pd, a L’Aquila una Schlein a tutto tondo: “Ascoltare comunità e territori”

di Fausto D’Addario | 24 Gennaio 2023 @ 07:19 | POLITICA
Schlein L'Aquila
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L’AQUILA – Una Elly Schlein a tutto tondo, quella che ha arringato gli aquilani convenuti presso la Sala convegni della Cgil in via Saragat il 19 gennaio, nonostante le condizioni metereologiche si facessero già avverse. La 37enne deputata emiliana è approdata in serata a L’Aquila, a conclusione di un tour abruzzese che l’ha vista prima a Francavilla Al Mare (CH) e poi a Pescara, per presentare la propria candidatura alla presidenza della segreteria del Partito democratico e per un “ricongiungimento familiare di una parte di militanti che hanno voglia di riscatto” nel nuovo Partito democratico. Nuovo, in quanto risorge dalle ceneri di una “sonora sconfitta”. L’addio di Enrico Letta ha infatti posto la spinosa questione dell’identità politica del partito e della sua successione, posto per il quale corrono quattro candidati alle primarie del 26 febbraio: Stefano Bonaccini, Paola de Micheli, Gianni Cuperlo ed Elly Schlein.

Se Letta, nell’ultima assemblea come segretario del Pd, si è congedato con toni biblici citando una lettera di San Paolo: “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa”, la Schlein ha come armi la sua agenda rossa e il suo sorriso, che ha conquistato i gli aquilani che l’hanno seguita dal vivo e da remoto, tra applausi scroscianti.

Una sala, quella della Cgil, scelta dagli organizzatori non in modo casuale: volutamente in periferia e non nel centro de L’Aquila. Un segno tangibile perché si capisse che si è venuti a “parlare di politica di chi si dà da fare, partendo dal concreto”, in una provincia “estesa ben 5.000 km2”, dove “dalle ore 20 l’unico modo per raggiungere il capoluogo è l’auto”.

Siamo in casa” – ricorda la Schlein – anzi, la tappa de L’Aquila è piuttosto un ritorno: poco dopo il sisma la deputata dem si era recata nel capoluogo abruzzese, dove era rimasta colpita dalla pesantezza e “dalla freddezza dell’aria, che attraversava con delle folate gelide i palazzi sventrati” e allo stesso tempo dall’esempio della comunità aquilana “operosa, con grande dignità, con tanta resilienza”, che vive tuttora il dramma di una “difficile ricostruzione” in corso. E c’è il diritto all’abitare “qui fa male parlarne”, da mettere al centro.

Tanti gli stimoli e i temi affrontati. Primo fra tutti l’istruzione, cui la Schlein è molto sensibile, essendo figlia di insegnanti. “Gravissimo non rimettere priorità alla ricostruzione delle scuole”, perché significa non dare priorità alla ricostruzione del futuro del paese. Il caso aquilano assurge allora a metafora nazionale: l’Italia è un paese che “ha smesso di credere nell’istruzione come primo grande elemento che sblocca l’ascensore sociale, che si è fermato e dentro cui si soffoca”. Ricostruire implica anche rialzarsi come comunità e il ruolo di una Repubblica dovrebbe essere in primis quello di rimuovere ostacoli e disuguaglianze territoriali.

Tra le grandi questioni messe al centro emergono tre punti strettamente intrecciati: il contrasto a ogni forma di diseguaglianza, l’emergenza lavorativa – “un posto di lavoro in area interna montana vale doppio, perché sappiamo cosa porta via, se viene strappato” – e la crisi climatica. Contro il mito della velocità in politica e contro gli scandali di chi si arricchisce con le crisi, bisogna tornare ad “ascoltare comunità e territori per studiare risposte commisurate a quei bisogni”. “L’Italia è un paese rugoso” – questa l’immagine proposta dalla Schlein – “ricco di insenature e increspature”, ossia non ci può essere nessuna risposta pronta, ma solo risposte tagliate sui diversi territori e sulle diverse comunità. Una “linea chiara, comunitaria e collettiva” va presa con urgenza sulle diseguaglianze territoriali: “questi territori, oltre quello che hanno subito e sofferto con il sisma, avevano già un problema irrisolto”, ossia lo spopolamento e l’abbandono delle aree interne. E assestando un colpo a quella destra così ossessionata dall’immigrazione, che invece non vede l’emigrazione di giovani ben formati, costretti ad andar via a causa di salari bassi o per mancanza di opportunità, la deputata cita la Tatcher “L’alternativa c’è sempre” e il motto “La lotta paga sempre, anche quando le perdiamo”.

Se c’è una parola che va scolpita nel cuore e nella bandiera del Partito democratico per la Schlein è “redistribuzione delle ricchezze”, perché “con questo livello di disuguaglianze la società non si può rialzare”, mentre i profitti aumentano solo per alcuni. Battaglie, come leggi più serie contro le delocalizzazioni e lotta ai paradisi fiscali, vanno combattute anche e soprattutto sull’agone europeo, dove la Schlein ha già avuto modo di fare esperienza.

La redistribuzione deve avvenire anche nel carico delle cure e sul ruolo delle donne attacca la Meloni: “non ce ne facciamo niente di una premier donna, se non aiuta tutte le altre donne”. In una società patriarcale il carico di cura cade in maniera preponderante sulle donne, che sono così tenute a freno dal punto di vista occupazionale. È invece fondamentale “sostenere le famiglie nella conciliazione di tempi di vita e lavoro”. Spopolamento e crisi di natalità sono pertanto legati al lavoro: senza prospettive di futuro si esce molto più tardi di casa o si va via.

E precarietà e lavoro sono altri temi caldi passati ampiamente in rassegna dalla deputata emiliana: ridurre l’orario di lavoro a parità di salario; combattere i contratti pirata, “per dire che sotto una certa soglia, non è lavoro, ma sfruttamento”; investire nella prevenzione nel campo delle qualità e sicurezza del lavoro, perché non si può morire “di stage”. La politica deve avere la grande missione di governare i processi di trasformazione digitale e climatica di questi anni e “scrivere le nuove tutele del lavoro che cambia”.

Il welfare non è un costo, ma è un investimento” – sostiene convinta la Schlein, guardando negli occhi il pubblico – soprattutto in una società che invecchia, “serve la sanità territoriale e un investimento sulla domiciliarità e sulla sanità di quartiere” e non ampi progetti che rischiano di diventare solo “cattedrali nel deserto”. L’obiettivo è diventare una comunità della cura contro ogni forma di marginalizzazione, comunità che sia inclusiva e che investa nell’educazione alle differenze.

Sul clima sono stati commessi tanti errori in questi anni. E la deputata cita Alexander Langer: “la conversione ecologica apparirà, quando apparirà socialmente desiderabile”. Qui arriva la stoccata a Salvini, “che fa polemiche sul nulla”: l’efficientamento energetico abbassa sia le bollette, sia le emissioni che ci avvelenano. Energia pulita e rinnovabile e indipendenza energetica saranno dei punti da affrontare nei prossimi anni: “non si può passare dalle fonti fossili di Putin alle fonti fossili di qualcun altro” e, visto che “questo governo non se ne fa mancare una”, occorre riprendere la battaglia contro le trivellazioni. Nel paese sole, del vento e dell’acqua il green ha grande potenziale: “in Italia ci sono già 400mila imprese green”, ma occorre sbloccare i lunghi e farraginosi iter autorizzativi che le paralizzano.

I dati sull’emergenza climatica non sono confortanti: “Siamo un paese che spende sei volte dopo le emergenze di quello che invece investe in prevenzione per il dissesto idrogeologico”. Invertire questo rapporto significa salvare vite, l’agricoltura, il territorio con le sue infrastrutture e soprattutto spendere in maniera intelligente le risorse pubbliche.

Non credo nell’uomo solo al comando e non credo nella donna sola al comando, cara Giorgia Meloni” – incalza la Schlein in conclusione, affermando la necessità di pensare subito ad una legge elettorale diversa da quella attuale. Il rischio è che quando la sinistra si siede, si snatura e non è più sinistra. Il nuovo PD dovrà presto cambiare il suo gruppo dirigente e ritrovare la credibilità perduta, valorizzando le sue energie migliori e riaprendo le porte a chi si è allontanato e è rimasto fuori. “Non siamo migliori di altri”, riconosce la deputata, ricordando come anche tra i dem siano valse le logiche partitiche del “Ma lì ti ci ho messo io”.

Il partito deve ripartire dalla base: “senza la base scordatevi le altezze”, sentenzia. L’invito è quello di riabitare i luoghi della politica e di rimboccarsi le maniche, per essere parte del cambiamento tanto dentro quanto al di fuori del partito.


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