Payback dispositivi medici, c’è la proroga. Pmi Sanità: “Diecimila posti di lavoro a rischio”

di Alessio Ludovici | 12 Gennaio 2023 @ 07:01 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – “Per adesso accettiamo questa proroga, ma la nostra battaglia prosegue” spiega a L’Aquila Blog, Anna Maria D’Aguì, vicepresidente della neo costituita sigla – Pmi Sanità – che rappresenta i piccoli fornitori e produttori di dispositivi medici. Il riferimento è alla decisione del Consiglio dei ministri che ieri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e del Ministro della salute Orazio Schillaci, ha approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per dispositivi medici. Il decreto, limitatamente agli anni 2015, 2016, 2017 e 2018,  rinvia al 30 aprile 2023 il termine entro il quale le aziende fornitrici di dispositivi medici sono tenute ad adempiere al contestato obbligo di ripiano del superamento del tetto di spesa posto inspiegabilmente a loro carico, effettuando i versamenti in favore delle singole regioni e province autonome. 

Una cifra mostruosa quella che dovrebbero versare le aziende: 2,2 miliardi che rischiano di mandare all’aria l’intero comparto, di mettere in difficoltà gli approvvigionamenti sanitari e di fare un piacere solo alle grandi multinazionali che sebbene rappresentino solo il 20% del mercato al momento fanno i fatturati più grandi.

“Noi – spiega la D’Aguì – abbiamo voluto ed organizzato una manifestazione che ha avuto una grande eco e la partecipazione di tutti i soggetti interessati compresi esponenti della maggioranza di governo. Per adesso accettiamo questa proroga, ma non è quello che vogliamo, non è questa la nostra vittoria. Chiediamo di concertare insieme i meccanismi per eliminare il problema del payback retroattivo, e di stabilire insieme le regole per il futuro dei dispositivi medici in Italia!”.

Di che si tratta: nel 2011, con la crisi finanziaria il governo comincia giustamente a fissare dei tetti di spesa sui dispositivi medici. Qualche anno più tardi, nel 2014, si propone invece che, in caso di sforamento, una quota di quest’ultimo se lo accollassero i malcapitati fornitori. Un meccanismo discussissimo e ricco di contenziosi già noto in campo farmaceutico. Ma l’industria farmaceutica, spiegano le aziende di dispositivi medici, ha margini di manovra e contrattazione più favorevoli perché concorda i prezzi direttamente con l’AIFA e non partecipa a gare in concorrenza con sconti fortissimi sulla base d’asta fissata dalle regioni stesse.

La misura rimane in sospeso fino al 2022 quando il governo Draghi decide (il 9 agosto!) di renderla operativa. Finisce in manovra di bilancio e ci resta anche con il Governo Meloni nonostante un emendamento della deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli che puntava a congelare l’applicazione della norma almeno fino al 31 dicembre 2023 per capire il da farsi. Le imprese, a partire dal 1 gennaio, avrebbero dovuto versare allo stato la mostruosa cifra di 2,2 miliardi per importi superiori anche ai guadagni effettuati. Ora c’è la proroga fino ad aprile, una finestra per trovare una soluzione definitiva.

Tutte le regioni del resto hanno sforato il tetto previsto nel 2021 ad esempio. In Abruzzo lo sforamento è di oltre 70%, tra i dati più alti nel paese. La regione aveva un tetto di spesa di 117milioni, ne ha spesi 200. Si tratta di spese per pacemaker, bisturi, stent e valvole cardiache ed altro materiale necessario per curare e salvare le vite ai pazienti, a noi italiani.  “È lo stato a doversene far carico e a dover rispettare l’art 32 della costituzione, non i privati. PMI SANITÀ è a difesa delle realtà lavorative ma in questo momento sta di fatto lottando anche per garantire il diritto alla salute pubblica di tutti gli italiani!”


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