bolla (38)di Totò Di Giandomenico, Cittadino senza città – Basta aspettare, le bufale, alfine, vengono scoperte e valutate nella loro reale entità. Ieri era toccato all’aeroporto, mitizzato scalo economico/protettore civile, ma anche per traffico religioso e culturale, miseramente chiuso, forse in via definitiva. E il Consiglio comunale dell’Aquila, con un ordine del giorno scritto da mano ipocrita camuffata da prudenza amministrativa, chiede una attenta valutazione degli atti per verificare la possibilità di rescissione del contratto. Invece di chiedere alla Procura della Corte dei conti se le spese (folli) sino ad oggi sostenute possano essere considerate un semplice danno erariale, per capirci, sperpero di denaro pubblico.

Oggi è all’evidenza della cronaca la seconda bufala, sulla quale gli attuali occupanti la istituzione comunale si sono spesi molto in propaganda. I sindacati sono preoccupati, e chiedono il solito tavolo con il Prefetto per una valutazione ( la 184sima dall’inizio della storia).

Dopo aver indossato il camice bianco della lavoratrici ex polo elettronico per sfilare al corteo della Perdonanza, dopo aver scalato il tetto della fabbrica in segno di solidarietà con gli operai disperati, alla trimurti nostrana non pareva vero di aver trovato l’amico e compagno di tante battaglie disponibile, bontà sua, e prendersi ben 11 milioni di euro dal pubblico per una intrapresa dall’esito difficilmente valutabile come positivo.

Il prode compagno, responsabile della mitica sezione agraria di quello che fu il PCI ai tempi in cui il nostro on. Lolli era l’alter ego di Veltroni segretario, in quattro e quattr’otto, attratto dal pubblico finanziamento (inizialmente era 20 milioni a fondo perduto!) si inventa  Accord Phoenix,  una società composta da due società Ltd., una forma giuridica ritenuta particolarmente attraente, per costituire società di diritto inglese, cipriota e irlandese nei paesi Ue, due società di cui restano ignote le compagini, nel piano proposto dicono che non hanno nessun dipendente, l’una ha sede a Cirpo, l’altra a Londra, insieme fanno l’Accord Phoenix nata il 5 luglio  2012, iscritta al registro delle imprese il 7 gennaio 2013,  di cui, scrivono a Invitalia, non esiste una struttura organizzativa già operativa e neanche un bilancio, con un capitale sociale di 10mila euro, versato per 2.500 euro.

Ci sono difficoltà per accreditare questa strana società? Non rientra tra le tipologie finanziabili? Non c’è alcun problema: con il governo  “amico” si cambiano leggi e delibere del CIPE!

Sulla base di queste credenziali, gli “Accord” presentano al Mise un piano industriale per 76milioni 692mila euro, di cui 20milioni, finanziati dallo Stato, e circa 50milioni in prestito bancario a medio e lungo termine. Ad oggi restano ancora da chiarire aspetti non secondari della vicenda.

Si ostenta la presenza della Deutsche Bank nella compagine societaria, ma solo per rilevare le quote del noto alle cronache Pezzoni. La Deutsche, nell’affaire Alitalia che lo vide protagonista, quello stesso produsse una fidejiussione (poi rivelatasi falsa), della stessa banca!

In tutto questo i rappresentanti sindacali cadono dal pero e chiedono l’ennesimo incontro con il Prefetto: finalizzato a cosa? Boh!

Dimenticano, forse, i solerti “rappresentanti”, che una  storia molto simile a quella di oggi è stata vissuta con la triste vicenda ADA, pagata interamente dagli operai del polo elettronico aquilano, quando uno spregiudicato individuo (pure lui marchigiano!) fece man bassa del denaro pubblico con il miraggio di rioccupazione degli operai a seguito della chiusura delle produzioni storiche, e a distanza di qualche mese lasciò tutti con un palmo di naso!

Altro che al Prefetto, che nulla può dire o dare: bisognerebbe interessare altre istituzioni, esporre i fatti nella loro crudezza e chiedere valutazioni di conformità alle leggi e alle regole.

Ai Signori sindacalisti va ricordato che è sicuramente giusto battersi per portare lavoro e impresa all’Aquila, sacrosanto appare trovare soluzioni per gli operai Finmek in mobilità, dopo che, soprattutto a sinistra, si è strumentalizzata fino all’inverosimile la loro difficoltà.

Ma pensiamo a soluzioni vere, credibili, praticabili.

Non basta scaricare su Invitalia la responsabilità della valutazione di un piano industriale, si possono, è doveroso farlo, valutare l’affidabilità dei soggetti ai quali si destinano ingenti risorse pubbliche, anche per non lasciare i lavoratori in mobilità di oggi nelle condizioni di quelli del calzaturificio aquilano ieri.

Non è serio, non lo è davvero, condizionare un investimento di impresa al contributo pubblico: l’imprenditore, quello vero, che crede nel progetto, decide di investire e basta. E’ del tutto evidente che se la legge consente di accedere al contributo in conto capitale, quest’ultimo è un ulteriore aiuto a rendere più credibile e produttivo il proprio investimento, e le riuscita dell’intrapresa.

Ad oggi, quel che è certo liquido ed esigibile, sono le risorse pubbliche, e in qualsiasi manuale di economia aziendale si può leggere che una qualsivoglia  attività finanziata con il solo contributo pubblico e con il ricorso all’indebitamento, non dà alcuna certezza o stabilità per il futuro.

In buona sostanza, farebbe la miserrima fine del Calzaturificio aquilano!

Le cose ad oggi note sono queste, il resto sono chiacchiere e promesse.

E’ troppo chiedere di conoscere l’intera compagine societaria? E chi sono e che hanno fatto nella vita gli amministratori? Quelli noti, invero, sono un po’ chiacchierati! Mentre la società, appena nata, non presenta bilanci per una valutazione seria di affidabilità.

Una volta nota la compagine societaria, parrebbe opportuno e necessario chiedere alla società un atto di ricapitalizzazione,  per una somma almeno pari al contributo richiesto, cioè pari a 11 milioni di euro.

E’ una esortazione e una necessità: si renderebbe credibile e affidabile l’investimento.

Sono domande legittime, così come necessarie sono risposte serie non a me, ma agli aquilani, alla nostra comunità depredata dal terremoto e da coloro che del terremoto  hanno gestito le risorse, e ancora  gestiscono una lenta, incerta e  lontana ricostruzione, soprattutto  economica.

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