Pasquetta non finisce lunedì: le tradizioni aquilane del martedì dopo Pasqua

di Fausto D'Addario | 11 Aprile 2023 @ 05:21 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Le tradizioni aquilane Pasqua
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Pasquetta non finisce di lunedì: continuano le tradizioni aquilane il martedì dopo Pasqua. Protagonisti sono proprio tre centri nella provincia di L’Aquila: Paganica, Trasacco e Castel di Ieri. Angoli incontaminati e quasi inaccessibili nel cuore dell’Abruzzo, scrigni di leggende e storie lontane, luoghi del silenzio immersi tra natura e arte, che diventano improvvisamente affollate mete di pellegrinaggio nei giorni immediatamente successivi alla Pasqua.

A Paganica è solenne il martedì dopo Pasqua, che vede un imponente corteo, in concomitanza della festa patronale per San Giustino, dirigersi al magnifico eremo della Madonna d’Appari: a 670 metri di altitudine, la roccia è come se si spaccasse per accogliere il prezioso santuario alle pendici del Gran Sasso. Una sfilata di uomini e donne, giovani e anziani, statue e confraternite (ognuna porta la propria statua) brulica lungo lo stretto percorso che conduce alla sagoma slanciata della facciata in pietra, appoggiata alla viva roccia. Secondo la tradizione locale la Madonna Addolorata apparve a Maddalena Chiaravalle, che stava pascolando lì il suo gregge. L’episodio sarebbe avvenuto in intorno al XIII secolo e suscitò tanto clamore che i paganichesi decisero di costruirvi una cappella, successivamente ampliata ed affrescata nel Cinquecento. Attraversato il portale in stile benedettino, l’interno lascia senza parole: l’aula unica scandita da arconi a crociera è quasi del tutto affrescata con storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, databili al XVI-XVII secolo, attribuite a Pierfrancesco, figlio del grande Francesco da Montereale. La zona del presbiterio, che segue l’andamento irregolare della parete rocciosa, è la parte più antica dell’eremo: a destra dell’altare, infatti, si scorge una piccola nicchia, che custodisce forse il primitivo affresco dell’apparizione della Pietà; dietro si apre una piccola sacrestia e, attraverso una scaletta, si arriva ad un angusto ambiente eremitico. Si ricorda che alle ore 10:30 la processione in onore della Madonna di Appari partirà dalla Chiesa degli Angeli Custodi e si dirigerà verso il santuario, dove sarà celebrata la messa, tempo permettendo, sul sagrato. Quindi seguiranno i festeggiamenti per la storica fiera, istituita nel 1862.

A Trasacco, al confine tra Luco dei Marsi, il Santuario della Madonna della Candelecchia veglia sul paese, dai suoi a 891 metri di altezza: un gioiello, che custodisce i suoi segreti nel fitto del bosco, in un contesto segnato dalla presenza dei monaci benedettini di Montecassino, che avevano dipendenze in tutta la Marsica. Un nome di origine incerta: dagli alberi fitti come candele, ai ceri usate per illuminare i sentieri e le edicole votive, alla “cannolicchia”, cioè la cannula da dove scorre l’acqua, a una storpiatura del nome “acqua candida”, riferentesi alla purezza della sorgente. In effetti alla fonte che sgorga dalla roccia si attribuiscono proprietà curative. La leggenda vuole che un boscaiolo vide una grotta miracolosamente illuminata dalla luce delle candele e all’interno un’icona della Madonna. Di una cappella con annesso romitorio si ha però notizia solo grazie a una lapide del 1679 e poi con le successive dalle visite pastorali. Nella chiesetta dalla sobria facciata in pietra si conserva ancora l’icona miracolosamente apparsa: un’antica tavola dipinta con l’immagine della Madonna col Bambino. Una grande devozione vede affluire al santuario pellegrini ed escursionisti tutto l’anno, ma due sono le occasioni principali: la seconda Pasquetta, quella cioè del Martedì di Pasqua e il ritiro spirituale di Sant’Angelo all’inizio di maggio, riservato a soli uomini, che si svolgeva tradizionalmente dal 5 all’8.

A Castel di Ieri il martedì di Pasqua viene festeggiata la Madonna di Pietrabona, venerata in un suggestivo santuario letteralmente inghiottito dal verde. Infatti l’eremo sorge in una gola della Valle Subequana, magicamente alloggiato su una terrazza rocciosa a 700 metri di altitudine, probabile opera medievale di silenziose maestranze benedettine: se ne hanno notizie dall’XI secolo e da privilegi papali successivi. La parte più antica doveva essere dedicata alla dea Bona, arcaica divinità della fecondità; quando il complesso venne cristianizzato, fu naturale la dedicazione a Maria. Una leggenda racconta di un contadino, che venne salvato da una pericolosa alluvione grazie all’intervento della Madonna: gli apparve infatti seduta su una roccia, la pietra buona. Un legame con l’epidemia di peste è testimoniato da un ossario, che raccoglie i resti mortali di chi non riuscì a scampare al contagio: una triste contemplazione di quel memento mori, a cui nessuno sfugge. Secentesco, ma essenziale, è l’impianto della chiesa rupestre: un altare appoggiato alla parete e l’immagine votiva di Maria – si dice ispirata a un’opera di Botticelli – tra i Santi Domenico e Francesco, sormontata dal Padre benedicente tra angeli. Nell’ambiente degli eremiti, che qui vissero fino al XIX secolo, frammenti di una vita ormai abbandonata da tempo: un tavolo, una panca, croci di legno, una via crucis, un camino annerito. La statua della Madonna di Pietrabona non è più qui: è conservata nella chiesa parrocchiale di Castel di Ieri e ritornerà nell’eremo per la festa. Il pellegrinaggio dalla chiesa del paese, prima di arrivare a Pietrabona, tocca anche le due altre chiese sorelle: la cappella di Santa Maria e la Chiesa della Madonna del Soccorso, memoria di ancestrali riti agrari.

Sono luoghi che rappresentano un momento essenziale per la scoperta del senso del sacro: la forza della roccia viva, lo stupore dell’incontaminato, la dimensione dell’eterno, il senso della solitudine e l’intuizione della bellezza, pur in forme così aspre e ruvide. Un coinvolgimento totale che diventa scoperta e meditazione.


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