Pasquetta in Abruzzo tra le più belle scene della Resurrezione di Cristo

di Fausto D'Addario | 01 Aprile 2024 @ 05:11 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Pasquetta Abruzzo
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L’AQUILA – Pasquetta è il giorno ideale per scoprire la bellezza dei borghi d’Abruzzo in una full immersion tra arte, borghi e natura. E dato che stiamo ancora festeggiando la Pasqua, vi proponiamo un itinerario ideale alla scoperta delle più belle scene della resurrezione di Cristo nell’arte abruzzese.

Non possiamo che partire da L’Aquila con la magnifica Resurrezione in ceramica invetriata di Andrea della Robbia a San Bernardino. Nel Quattrocento L’Aquila era veramente quella “magnifica citade” dove le più influenti famiglie si contendevano le cappelle gentilizie per impreziosirle con opere d’arte. Tra questi, gli Oliva (poi Oliva-Vetusti), che risiedevano stabilmente nel centro storico, provvidero all’edificazione della prima cappella lungo la navata destra della basilica, commissionando l’opera al fiorentino Andrea della Robbia. Dopo aver modellato l’argilla e averla cotta in appostiti forni, l’opera veniva ricoperta da uno strato di smalto vitreo colorato, che creava uno splendido rivestimento dai colori brillanti e vibranti alla luce, nonché estremamente duraturi. La Resurrezione robbiana venne realizzata tra il 1495 e il 1500 e da Firenze venne portata poi all’Aquila. È una impressionante pala d’altare abitata da ben 28 figure, tra cui il Cristo che emerge dal sepolcro tra due gruppi di santi, al di sopra dei soldati addormentati. La scena è sormontata dall’incoronazione di Maria, che avviene tra quattro gruppi di angeli festanti, mentre nella parte bassa la predella include nell’ordine, l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi e la Presentazione di Gesù al Tempio. Non stupisce che questo capolavoro fu tenuto presente dal Perugino e poi da Raffaello per la sua Trasfigurazione.

Sempre rimanendo nel capoluogo, chi facesse un giro alMUNDA aperto anche per Pasqua e Pasquetta, si troverebbe di fronte ad un’altra celebre Resurrezione, opera di un grande artista aquilano che si forma nell’humus rinascimentale umbro e fiorentino. Si tratta di Francesco da Montereale, che dipinse su una pala alta due metri la scena della Resurrezione di Cristo dal sepolcro. La tavola si trovava a Sant’Angelo d’Ocre, presso l’altare del Beato Bernardino da Fossa. La scena, tutta segnata da un linearismo di sapore crivellesco, si svolge entro un arco goticheggiante, con Gesù benedicente che sorge dal sarcofago scoperchiato; nella mano sinistra tiene il vessillo crociato, il consueto segno del trionfo sulla morte. Sullo sfondo è dipinto un paesaggio, mentre la parte superiore della tavola è adornata con girali vegetali e frutta: rinasce Cristo mentre nella primavera si compie il ciclo della rinascita della natura. Ai lati trovano posto due tondi con la scena dell’Annunciazione. La tavola diventa in tal modo una ricapitolazione del mistero di Cristo: natus ad hoc, nato per la redenzione del genere umano dal concepimento al compimento, dal primo momento in cui fu concepito all’annuncio dell’angelo fino al compimento del mistero pasquale.

A poca distanza dall’Aquila in pochi minuti di macchina si raggiunge Villagrande di Tornimparte. Il comune diffuso di Tornimparte, con le sue numerose frazioni, è immerso nel verde: i luoghi sono particolarmente suggestivi, fra colline, piccole valli e torrenti. Nella chiesa di San Panfilo possiamo ammirare la splendida Resurrezione dipinta da un altro grande artista aquilano, Saturnino Gatti. Attraversando il sobrio portale benedettino della chiesa, lo sguardo del visitatore si trova colto di sorpresa di fronte a uno dei momenti più alti della pittura abruzzese: il ciclo di affreschi eseguiti fra il 1490 e il 1494 dal Raffaello d’Abruzzo, secondo la bella definizione di Vittorio Sgarbi – che fu prolifico pittore, scultore e miniaturista. Attorno all’abside rivivono in una paletta di colori chiari le scene della passione, morte e resurrezione di Cristo, incorniciate entro una partitura architettonica a mo’ di portico marmoreo. Le scene meglio conservate sono ilCompianto sul Cristo mortoe laResurrezione. Il Compianto si segnala per la sua finezza, con il Cristo esanime che giace delicatamente, con le braccia incrociate sul corpo, sulle ginocchia di Maria, che si unisce al silenzioso dolore vissuto dalle altre donne. Ma è la scena della Resurrezione del Gatti a essere un vero trionfo: il Cristo risorto, sollevato su una nube, si staglia imponente al centro della scena, cinto di una veste bianca svolazzante e con il vessillo della vittoria sulla morte. È fiancheggiato da due angeli in preghiera, mentre un terzo, seduto sul sepolcro, si rivolge alle donne scosse di fronte alla tomba vuota: “È risorto, non è qui!” (Mc 16,6), è il grido di vittoria. Sotto compaiono i soldati, quelli incaricati di controllare il sepolcro: due ancora placidamente addormentati sono ignari di tutto, mentre il terzo è spaventato e atterrito, disteso scompostamente a terra. Saturnino Gatti fu un genio del Rinascimento italiano, riscoperto soltanto da poco perché, come spesso accade in Abruzzo, queste meraviglie sono racchiuse e nascoste in piccole chiese tra le montagne.

Lasciando da parte il Rinascimento, andiamo alla scoperta di un altro modo, più arcaico e mistico, di rappresentare la resurrezione di Gesù dai morti. È l’immagine della discesa agli inferi, molto amata dall’Oriente cristiano. Questa verità di fede è ben rappresentata nell’affresco della discesa di Cristo nella chiesa medievale di San Tommaso Becket, a Caramanico Terme, una chiesa fitta di misteri. L’edificio è di chiara impronta benedettina, con lo spazio ripartito in tre zone a quote crescenti dall’ingresso verso l’altare. Lo spazio si presenta diviso in tre navate scandite da due file di pilastri ed è sui pilastri che va la nostra attenzione: qui si conservano notevoli affreschi datati al XIII secolo. A sinistra l’imponente raffigurazione di San Cristoforo, mentre a destra in tre scene leggiamo il ciclo della morte, sepoltura e discesa agli inferi di Gesù, episodi che dovevano essere meditati e celebrati dai monaci che qui erano di casa (in particolare i Celestini che rimasero fino al 1806). Il terzo affresco avrebbe dovuto rappresentare la Resurrezione, invece viene scelta l’anàstasis, ovvero la discesa di Cristo al regno dei morti. Con la morte di Gesù, è Dio stesso ad entrare nel regno della morte: camuffandosi da mortale e incamminandosi nel corteo dei prigionieri che entrano negli inferi, Cristo ha rovesciato le sorti del duello, proprio quando il Nemico pensava di essersi impadronito di lui. La morte ha assaggiato il suo stesso veleno ed è stata vinta e distrutta dal di dentro, calpestata con la folgore della divinità del Figlio e i giusti che gemevano nell’attesa vengono presi per mano e liberati. Si tratta di un’iconografia rara nella nostra regione, presente soprattutto nel meridione e legata ai rotoli dell’Exsultet; in questo caso potremmo rintracciare l’influenza della vicina San Clemente a Casauria, la grande basilica divina.

Chiudiamo in bellezza ritornando nella provincia dell’Aquila, facendo tappa all’Oratorio di San Pellegrino di Bominaco. Una cappella spoglia e disadorna all’esterno, adagiata a circa 1000 m. nel maestoso scenario delle vette del Gran Sasso, della Maiella e del Velino. Le sorprese, però sono all’interno. Cappella Sistina d’Abruzzo, Cappella degli Scrovegni di campagna e altre definizioni si rincorrono per descrivere questo straordinario ambiente ricoperto di affreschi, immerso nelle tinte luminose di ocra e rosso. Qui il tempo sembra essersi davvero fermato ai fasti del monachesimo medievale. Ma andiamo subito al dunque e puntiamo lo sguardo tra le scene del ciclo cristologico. Anche qui, come a San Tommaso, non è presente in maniera esplicita la scena di Gesù che esce dal sepolcro, ma se guardiamo bene, nella terza campata troviamo l’apparizione di Gesù, nelle apparenze di un viandante, a due suoi discepoli diretti a Emmaus. È l’evangelista Luca che ci racconta in dettaglio questo episodio (Lc 24, 13-33). Il personaggio a sinistra è abbigliato come pellegrino con tanto di bastone in spalla e borraccia; ma siamo sicuri che si tratta di Cristo, perché una croce gemmata compare dietro il suo capo, assieme alle lettere greche XRS (Christòs). Alla sua destra leggiamo il nome Cleopax, che identifica uno dei due discepoli, quello che rivolse per primo la parola al forestiero chiamandolo pellegrino. Infatti lo sguardo del Cristo-pellegrino incrocia direttamente gli occhi di Cleopa. Il secondo discepolo nell’affresco bominacense è chiamato Lucas, come a rassicurarci che non ci stiamo sbagliando e siamo di fronte all’episodio lucano. Accanto ai due discepoli viene raffigurato un terzo uomo, non ben identificato. Sono dunque tre, come tre furono i giorni trascorsi da Gesù nel sepolcro prima, appunto, della sua resurrezione. A suggerire il tema della risurrezione troviamo rappresentate ai piedi di Cristo anche delle orchidee a forma di farfalla, che negli antichi culti era il simbolo dell’anima lascia il corpo del defunto per raggiungere la sfera ultraterrena. Troviamo assonanze anche nel ciclo vitale della farfalla, che esce dalla crisalide come Cristo si libera dal sepolcro.

Ma vogliamo fermarci qui. Riempiti gli occhi e il cuore con queste visite, usciamo dalla chiesa con una certezza. Ornamento, decorazione, abbellimento: ciò che abbiamo visto non è niente di tutto questo, come maldestramente si ripete. È arte sacra, a servizio della devozione e della liturgia, segno e strumento dell’intima unione con Dio.


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