di Giustino Parisse, Il Centro – Erano passati due mesi dal terremoto: tante persone nelle tende, scosse continue, choc e paura, dolore e pianto. Eppure nella stanza dei bottoni c’era già chi si agitava per avviare subito la distribuzione dei fondi per la “riparazione” o la ricostruzione delle case. La prima ordinanza (Opcm) è del 6 giugno del 2009. A quell’epoca molti aquilani erano impegnati, con i vigili del fuoco, a recuperare quel poco che era possibile da sotto le macerie. Altri (pochi si spera) avevano già fiutato l’affare e si agitavano per ottenere al più presto i soldi per sanare i danni e magari sperare in qualche miglioria che di tasca propria non avrebbero mai fatto. L’ordinanza del 6 giugno è per le case B e C (quelle temporaneamente inagibili e con danni non strutturali). L’Opcm era comprensiva della domanda per la richiesta di un contributo «fino alla copertura integrale delle spese occorrenti per la riparazione» nel caso di prima casa e «fino a un massimo di 80.000 euro» se seconda casa o «ad uso non abitativo». Il modulo era di una semplicità estrema (altro che i rebus della scheda parametrica). Andavano allegati il preventivo di spesa della ditta appaltatrice, una perizia giurata sull’entità del danno, un’altra perizia sul nesso di causalità fra danno subìto ed evento sismico. Insomma, una “domandina” fatta in casa da inviare al sindaco competente per territorio. E qui c’è già un elemento che sfata la leggenda dei sindaci “senza poteri”. Sui soldi, in quella prima fase, a decidere erano anche i primi cittadini. A un certo punto qualcuno fa notare che non ci sono solo le case B e C (le A intanto stavano avendo a tamburo battente un contributo, sulla fiducia, di 10.000 euro) ma anche le case E , e qui si intende evidentemente quelle della periferia perché i centri storici furono “congelati” in attesa dei mega appalti ipotizzati della Protezione civile Spa mandati in fumo – raccontano le leggende celtiche – dalla strenua resistenza opposta dal sindaco dell’Aquila. Ecco quindi che il 9 luglio 2009, con il G8 in corso nella scuola sottufficiali della Finanza, spunta l’Opcm 3790 per le case E che è una sorta di copia incolla di quella di giugno (copertura totale delle spese di riparazione per la prima casa e fino a 80.000 euro per la seconda casa). Domanda anche in questo caso da inviare al sindaco. Qualche giorno dopo, il 17 luglio, Guido Bertolaso, allora capo della Protezione civile, redige una nota esplicativa sulle tipologie di intervento ammesse. Anche il Comune dell’Aquila con un avviso (protocollo 811 del 4 agosto 2009) interviene ma solo per spiegare «la modalità di erogazione dei contributi» in relazione però alle sole case B e C. L’idea che molti si fanno è che ottenere i soldi è un gioco da ragazzi. E allora parte l’assalto alla diligenza.

Nel mare magnum di internet si rintraccia ancora oggi una lettera di incarico professionale che un proprietario di seconda casa – in un Comune dove il terremoto aveva fatto poco più che il solletico – propone ai suoi coinquilini. Con la lettera, datata fine agosto 2009, si intende conferire un incarico professionale a un personaggio ben intromesso nei gangli della burocrazia locale, il quale si occuperà di tutto l’iter e poi incaricherà una ditta amica che prenderà i soldi quando il Comune li stanzierà. I proprietari, dalle loro prime case lontane anni luce dall’Aquila, potranno dormire sonni tranquilli e sicuri. A un certo punto però succede qualcosa. Le domande cominciano ad arrivare e il Comune dell’Aquila rischia di andare in tilt. La normativa prevedeva anche il silenzio assenso: trascorsi 30 giorni dalla presentazione della domanda il contributo doveva essere concesso in automatico. Cioè dare soldi senza controllo. Ecco allora che con una nota (protocollo 939 del 19 agosto 2009 che fa riferimento all’Opcm 3803 del 15 agosto) il Comune alza bandiera bianca e di fatto nasce la “mitica” filiera. Intanto molti avevano già intascato il contributo in un caos normativo da mettersi le mani nei capelli.

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