Parco urbano di piazza d’armi, il pasticciaccio brutto: “A rischio 22 milioni”

di Marianna Gianforte | 01 Marzo 2022 @ 06:00 | POLITICA
parco urbano piazza d'armi
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L’AQUILA – C’era una volta il progetto di riqualificazione di piazza d’armi, che disegnava un grande parco urbano nell’area che sino a poco dopo il sisma apparteneva alla Difesa. Un progetto nato quasi dieci anni fa, brillante e avveniristico, vinto dagli architetti di “Modostudio”, che puntò a “coniugare il tema del rapporto dell’area con il tessuto urbano adiacente – si legge sul sito dello studio di professionisti associati – e la volontà di realizzare per questa città un parco decontestualizzato dagli spazi urbani adiacenti, ma in diretta relazione con lo skyline delle montagne prossime”. La superficie interessata dal progetto è di 100mila quadrati e prevede un auditorium di 900 posti, un parcheggio interrato di 400 posti auto, un’area giochi, un’area sportiva, un bar, una biblioteca e una grande piazza.

‘C’era’, perché, nonostante abbia un finanziamento di 22 milioni di euro già stanziato dallo Stato e congelato chissà dove, adesso rischia di scomparire risucchiato nel vortice di una serie di vicende in cui c’entra poco la burocrazia. A spiegarlo, dopo la delibera dell’Anac che blocca il progetto rivisto al rialzo, sono stati ieri l’ex sindaco Massimo Cialente e l’ex assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, in una conferenza stampa nella sede de Partito democratico. 

PASTICCIACCIO BRUTTO.

Sul progetto esecutivo infatti adesso è caduta la censura dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, il cui compito è prevenire la corruzione nelle pubbliche amministrazioni. E che ha respinto, con una delibera del 16 febbraio scorso, il progetto esecutivo in variante predisposto dalla Rialto costruzioni (l’impresa che nel 2015 ha vinto la gara per il progetto integrato) e che presuppone un costo maggiorato rispetto al definitivo, andando in sostanza contro la legge.

Non è soltanto una questione di illegittimità, ma anche “d’incapacità di amministrare la città, talmente grave che tacere diventa addirittura omertoso”. Le parole durissime nei confronti dell’amministrazione Biondi sul modo in cui è stato gestito il progetto del parco urbano di piazza d’armi, sono quelle dell’ex sindaco  Cialente e dell’ex assessore alla Ricostruzione Di Stefano, i fautori, all’indomani del terremoto, del grande concorso di progettazione internazionale da cui nacque il progetto di riqualificazione dell’area di piazza d’armi, coperto, si diceva, con 22 milioni di euro: 15 dal Governo (che finanziava il bando per la ‘Riqualificazione urbana’ nel quale L’Aquila arrivò prima in graduatoria); 3 dalla comunità italiana in Australia, che si “autotassò” per aiutare gli aquilani colpiti dal terremoto e 4 milioni dalle risorse dei parlamentari del Pd tramite la legge Mancia. Risorse ferme (le donazioni australiane sono in un istituto di credito facente riferimento all’associazione a Roma; quelle della legge Mancia presumibilmente ancora nel bilancio dell’amministrazione; le risorse dello Stato sarebbero dovute arrivare per stati di avanzamento, ma essendo l’opera ferma è presumibile non siano state ancora erogate) e che la città potrebbe veder evaporare. Non solo perché sono trascorsi già cinque anni da quando il progetto è stato consegnato al Comune dell’Aquila e il Governo potrebbe richiederli indietro (era il 25 maggio del 2017, pochi giorni prima delle amministrative che poi vide salire al governo della città la giunta di centrodestra); ma anche perché su quel progetto pesa appunto la tegola della censura Anac e quindi anche il rischio di una procedura penale. “Cronaca di una morte annunciata”, verrebbe da dire citando Marquez, perché diverse volte questo epilogo è stato denunciato o annunciato dalle opposizioni in Consilio comunale e dai due ex amministratori comunali del Partito democratico, che in una conferenza stampa che ricostruisce la storia si sono tolti i famosi sassolini dalle scarpe.

LA STORIA.

Ricostruendo brevemente la vicenda, nel 2016 il Comune provvede alla convalida di aggiudicazione di esecuzione dei lavori e progettazione esecutiva del parco urbano di piazza d’armi alla ditta Rialto costruzioni spa di Caserta, che aveva vinto la gara con un’aggiudicazione al massimo del ribasso, di oltre il 60%. In questo modo i lavori, da una base fissata a 18 milioni di euro, vennero aggiudicati, appunto, a poco più di 10 milioni, comprensivi di 4,5 milioni per manodopera non ribassati e degli oneri per la sicurezza. Ma nel 2018 la società presentò un progetto esecutivo con modifiche sostanziali rispetto al definitivo ritenendo insufficienti quelli proposti in gara su cui aveva offerto il suo ribasso per completare l’opera. Proposta non avallata inizialmente dal Comune e dal nuovo assessore (appena nominato) alla ricostruzione Vittorio Fabrizi, ex dirigente comunale; poi però l’atto venne sottoscritto dal dirigente che prese il suo posto. La progettazione esecutiva (secondo la legge onere della ditta vincitrice dell’appalto) presentata dalla Rialto, in sostanza, proponeva una variante al progetto definitivo con un aumento sensibile dei costi: circa il 50% in più. La Rialto ci riprova successivamente e deposita un secondo progetto esecutivo con una variante di rialzo più bassa, di 2,7 milioni di euro rispetto all’aggiudicazione e con un determina dirigenziale del 30 aprile del 2019 il nuovo progetto viene approvato in linea tecnica.

ILLEGITTIMITA’

“Un progetto che così – ha spiegato l’ex assessore Di Stefano – non può essere accolto, perché il Comune non può pagare un importo in aumento rispetto al progetto definitivo: sarebbe un raggiro della procedura di gara. Se faccio una procedura di gara e offro un ribasso (che era in questo caso del 44% effettivo, come anche sentenziato dall’Anac, che intervenne dopo l’esposto dell’ex parlamentare del M5s Enza Blundo). Finisce così la storiella del ribasso del 60%, ribasso solo nominale ma mai stato sostanziale) poi non è possibile presentare un progetto esecutivo più alto, perché vorrebbe dire che ho falsato quel ribasso, cioè ho una gara e poi ‘mi sono preso i soldi che interessano a me’. Questo è illegittimo, non si può fare, è reato ed è anche suscettibile di una procedura penale nei confronti di chi lo fa e io non capisco in questi anni cosa abbia fatto la Giunta fuorché girarsi i pollici”.

COSA SI SAREBBE DOVUTO FARE?

Nel 2019, intanto, la Rialto, in crisi come molte aziende dell’edilizia in Italia, finisce in concordato preventivo, situazione che complica ulteriormente le cose, perché mette a rischio la permanenza dei requisiti dell’impresa.

“Il concordato preventivo della Rialto – ha aggiunto l’ex assessore alla Ricostruzione – avrebbe dovuto indurre il Comune a chiudere ogni rapporto per non rispetto delle norme contrattuali, così come fatto da altre amministrazioni pubbliche, ad esempio il provveditorato che tolse alla Rialto l’appalto riguardante le case Ater di via Campo Imperatore a Valle Pretara. Il Comune avrebbe dovuto procedere immediatamente alla rescissione del contratto anche perché con la procedura dell’appalto integrato, non è possibile accettare un progetto in aumento rispetto al definitivo in violazione del capitolato speciale d’appalto e dello stesso contratto sottoscritto con l’impresa dove è scritto che ‘il progetto esecutivo non può prevedere alcuna variazione alla qualità e alle quantità delle lavorazioni previste nel progetto definitivo. Se il progetto esecutivo non è ritenuto meritevole di approvazione, il contratto è risolto per inadempimento dell’appaltatore e in suo danno. In ogni altro caso di mancata approvazione del progetto esecutivo, la stazione appaltante recede dal contratto’. Incomprensibile il perché non si sia stato dato corso a ciò invece di assumere l’assurda determina dirigenziale dell’aprile 2019”.

Dunque l’Anac, su questo punto specifico, conclude “ciò che al Comune doveva esser noto da quasi cinque anni, ossia che non può esser accettato un progetto esecutivo in variante al definitivo posto in gara per le motivazioni già espresse”.

Altro punto sollevato dall’Anac è relativo alla procedura di bonifica ambientale, che secondo l’autorità, avrebbe dovuto essere inserita nel progetto. Cialente e Di Stefano hanno chiarito invece che la bonifica venne fatta separatamente per tutta l’area e sino a una profondità di sette metri.

“Il parco urbano – ha aggiunto Di Stefano -, grazie al concorso di progettazione indetto a suo tempo e che è stato ripreso dalle riviste di architettura nazionali e europee, che doveva ospitare un teatro auditorium e un parcheggio e poi altri servizi, era l’ambizione (molto concreta essendo finanziata) di far fare aLL’Aquila un salto di qualità fornendo le strutture necessarie, richieste a gran voce dagli operatori artistici e culturali. Da ultimo proprio il direttore artistico dell’Isa (l’istituzione sinfonica abruzzese) Ettore Pellegrino. Invece per assoluta incapacità e stata cacciata in un ginepraio. Oggi è essenziale non perdere le risorse assegnate e non rinunciare al progetto e per far questo il Comune deve immediatamente rescindere il contratto con la Rialto; assumere il progetto esecutivo redatto dai professionisti e mettere a gara questo progetto con le procedure ordinarie. Tutte cose che si sarebbero dovute fare oltre quattro anni fa. E oggi avremmo già il parco urbano, un gioiello di spazio sociale, culturale e sportivo alle porte della città”.

GLI ALBORI.

“Sono rimasto zitto in questi anni ma di fronte a tale scempio sarebbe omertà tacere ancora – ha detto l’ex sindaco Cialente -. In campagna elettorale, nel 2007, promisi che ci saremmo ripresi l’area per realizzare un grande parco urbano e così feci, con la collaborazione del compianto Carlo Agnelli che guidava la commissione Territorio. Acquistammo 18 ettari di terreno a prezzo agricolo: il centrodestra abbandonò l’aula, l’ultimo giorno utile per completare l’operazione; per fortuna, all’ultimo minuto arrivò un consigliere di maggioranza che non doveva esserci”.

Poi l’attacco: “Un’amministrazione che non ha mai amministrato in questi cinque anni. Che fine hanno fatto il piano regolatore? Le piste ciclabili? I sottoservizi, opera importantissima di cui non si sa più nulla? Una città capoluogo di regione deve avere dei piani strategici che possano delineare il suo futuro: dove sono? Al di là delle feste estive e della scuola della pubblica amministrazione o dei vigili del fuoco, tutto sostenibile grazie a Roma, questa amministrazione sta pensando al futuro della città? Sono curioso di sapere cosa scriverà Biondi nella sua relazione di fine mandato”.

 


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