Papa Francesco ridimensiona l’uso del Messale del 1962

Anche nell’Arcidiocesi aquilana, la presenza di gruppi stabili del Rito antico della Messa

di don Daniele Pinton | 18 Luglio 2021 @ 06:45 | ATTUALITA'
Papa Francesco
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Di venerdì 16 luglio 2021, il motu proprio “Traditionis custodes”, di papa Francesco con il quale vengono date nuove norme, sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, con una maggiore responsabilità da parte dei vescovi. Infatti con questo documento pontificio, le decisioni del dove, quando e chi deve celebrare, tornano nella disponibilità dei pastori delle diocesi, che dovranno verificare anche, che ‘i gruppi legati alla liturgia antica non devono escludere la legittimità della riforma liturgica, i dettati del Concilio Vaticano II e il magistero dei Pontefici’.

Anche nell’Arcidiocesi aquilana, con l’autorizzazione del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, da tempo sono presenti due piccoli gruppi di fedeli che partecipano alla messa in Rito antico, a Marruci, nella parrocchia di S. Lorenzo, ma anche per un periodo di tempo nella Città di L’Aquila, prima nel Monastero di S. Amico, poi nella Chiesa parrocchiale di S. Vito alla Rivera, e ora, in qualche occasione, nella Chiesa di S. Antonio dei Baroni De Nardis a via S. Marciano, con l’impegno del Can. Mauro Medina, parroco di Marruci e di Don Bruno Lima, docente ordinario di Diritto Canonico, all’ISSR ‘Fides et Ratio’ di L’Aquila.

Nella Lettera Apostolica in forma di Motu proprio “Traditionis custodes” sull’uso della Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, ci si accorge fin da subito di un particolare molto significativo, che riallinea la Chiesa d’occidente con la Chiesa d’Oriente, cioè una sola forma di celebrazione della liturgia.

Infatti, diversamente da ciò che era stato disposto nel Motu proprio di papa Benedetto XVI, Summorum Pontificum, del 7 luglio 2007, ora scompare la terminologia “forma ordinaria” e “forma straordinaria del rito romano”, e si afferma che ‘i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano’. E questo è l’unico modo su cui è possibile costruire la pace non solo rituale, ma anche ecclesiale, infatti, come affermava Prospero di Aquitania (390-430 d.C), con l’affermazione lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera è la legge del credere. Non possono esistere contemporaneamente due forme di uno stesso rito, perché al di la delle buone intenzioni, vanno creando solo divisioni e incomprensioni nel popolo di Dio.

Inoltre, diversamente da quanto stabilito in Summorum Pontificum, viene sottolineata l’autorità del vescovo, di regolare le celebrazioni liturgiche nella propria diocesi. Al vescovo diocesano compete autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella propria diocesi, seguendo gli orientamenti della Santa Sede. 

Con questo documento pontificio, in sostanza viene restituita ai vescovi diocesani una loro specifica autorità sulla liturgia nella loro diocesi, che era stata loro ‘revocata’ in riferimento all’uso del Messale del 1962, proprio dal Summorum Pontificum, ristabilendo quindi un principio ecclesiologico ribadito durante il Concilio Vaticano II.

Papa Francesco con la pubblicazione di questa Lettera Apostolica,  dopo aver consultato i vescovi del mondo, ha deciso di modificare le norme che regolano l’uso del messale del 1962, liberalizzato come “Rito Romano extra-ordinario”, da Papa Benedetto XVI nel 2007, intende proseguire nella costante ricerca della comunione ecclesiale.

Ma il Motu proprio entra anche in merito ai compiti del vescovo in riferimento a eventuali gruppi stabili di fedeli che celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970, esortandolo a verificare che ‘tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici’.

Sul luogo dove celebrare secondo il Rito del 1962, sia il vescovo a indicare ‘uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano radunarsi per la celebrazione eucaristica’,  escludendo che siano scelte chiese parrocchiali e che non si proceda all’erezione di nuove ‘parrocchie personali’, come previsto nel Motu proprio del 2007, stabilendo il vescovo ‘i giorni in cui sono consentite le celebrazioni eucaristiche con l’uso del Messale Romano promulgato da san Giovanni XXIII nel 1962’, ma anche verificando che ‘in queste celebrazioni le letture siano proclamate in lingua vernacolare, usando le traduzioni della Sacra Scrittura per l’uso liturgico, approvate dalle rispettive Conferenze Episcopali’.

Per quanto poi concerne i sacerdoti che potranno celebrare la Santa Messa con il Messale del 1962, papa Francesco, dispone che sia il vescovo diocesano a nominare un sacerdote, come incaricato delle celebrazioni, ma anche come responsabile della cura pastorale di questi gruppi di fedeli.

In sostanza con questo Motu proprio, si rimette ordine a qualche caso di ‘disordine pastorale’ e ad alcuni casi di irresponsabilità da parte presbiteri, di poter scegliere l’uso del Messale del 1962, senza dover rispondere a nessuno della propria scelta, che hanno introdotto situazioni di disagio. Ora, questo non sarà più possibile. Si potrà si celebrare con il Messale del 1962, ma a seguito di un discernimento del vescovo diocesano, che darà l’autorizzazione ai presbiteri che lo richiedono, dopo avere verificato determinati requisiti di idoneità.

In riferimento al sacerdote incaricato dal vescovo, il Motu proprio, dà anche le indicazioni per la scelta, affermando che ‘il sacerdote sia idoneo a tale incarico, sia competente in ordine all’utilizzo del Missale Romanum antecedente alla riforma del 1970, abbia una conoscenza della lingua latina tale che gli consenta di comprendere pienamente le rubriche e i testi liturgici, sia animato da una viva carità pastorale, e da un senso di comunione ecclesiale. È infatti necessario che il sacerdote incaricato abbia a cuore non solo la dignitosa celebrazione della liturgia, ma la cura pastorale e spirituale dei fedeli’.

Sempre in riferimento ai presbiteri, si danno alcune indicazioni, che fanno comprendere con chiarezza, che per poter celebrare con il Messale del 1962, tenuto conto dell’unica espressione della lex orandi del Rito Romano, è necessario ottenere un indulto.

E il vescovo diocesano, prima di concederlo dovrà consultare la Sede Apostolica, per i sacerdoti ordinati dopo la pubblicazione del presente Motu proprio, mentre per i presbiteri che ‘già celebrano secondo il Missale Romanum del 1962, sarà necessario richiedere al Vescovo diocesano l’autorizzazione per continuare ad avvalersi della facoltà.

Inoltre, il vescovo diocesano è chiamato a fare una congrua verifica ‘in ordine alla effettiva utilità per la crescita spirituale’ delle ‘parrocchie personali canonicamente erette’, per verificare se siano realmente a beneficio dei fedeli, valutando se mantenerle o meno.

La Lettera Apostolica, infine, dispone che  ‘gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, a suo tempo eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei passano sotto la competenza della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica’ e che ‘la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, per le materie di loro competenza, eserciteranno l’autorità della Santa Sede, vigilando sull’osservanza di queste disposizioni’. E anche per questo aspetto, viene ora rimesso ordine. Infatti non solo i vescovi erano stati sollevati da specifiche competenze in ambito liturgico, all’interno delle loro chiese particolari, ma anche la Congregazione del Culto divino, che in una prima fase era stata ‘sostituita’ dalla Commissione Ecclesia Dei e in seguito, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.


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