Una voce dal Profondo. Paolo Rumiz e quei ricordi a L’Aquila

di Fausto D'Addario | 10 Dicembre 2023 @ 05:14 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Paolo Rumiz
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Il nuovo libro di Paolo Rumiz è la cronaca di un viaggio nelle profondità del mondo di sotto: dalla Sicilia al Carso, passando per l’Abruzzo, l’Italia è una linea di faglia.

L’Italia non sta su una linea di faglia. Dalla Sicilia al Carso, passando per l’Abruzzo, l’Italia è una linea di faglia. E L’Aquila ne è il cuore, giro di boa delle esplorazioni appenniniche di Paolo Rumiz. Giornalista, scrittore e gran viaggiatore. Rumiz ha fatto viaggiare e sognare l’Italia con i suoi libri; ora nella sua ultima fatica letteraria, Una Voce dal Profondo, raccoglie, rilegge e rimedita gli appunti presi a partire dal 2009, risalendo l’Italia dal tacco alla punta, alla ricerca di quel tuono dal profondo che sentì per la prima volta nel terremoto del Friuli del ’76. Linee di faglie, terremoti e vulcani: tutto cò che abbiamo sotto le suole delle scarpe, tutto ciò che ci fa percepire che sotto c’è qualcosa di vivo – “i piedi sono organi di senso formidabili” – è un po’ il filo rosso che tiene insieme le note del suo taccuino.

Rumiz, come ogni buon viandante, si affida a una mappa. È uno dei capolavori del Centro Nazionale delle Ricerche: una carta strutturale-cinematica, che in sessanta e più colori rappresenta la complessità dell’Italia in un caleidoscopio di sfumature, capace di raccontare l’orografia inquieta, da milioni di anni, del Belpaese. “L’Appennino è la vera meraviglia cromatica“. La terra e l’uomo hanno creato fantastiche sculture nel sommerso: faglie sismiche, fiumi ipogei, caverne dipinte da artisti paleolitici, condotte sottomarine, rifugi di pastori e grotte di eremiti, un mondo di sbuffi e crateri vulcanici, di miniere e risorgive, di catacombe, gallerie e prigioni, cripte con sarcofagi di santi e pozzi inesplorati. “Una monumentale sinfonia delle tenebre, che ci apre dritti al sommerso della psiche e apre vertiginosi itinerari in noi stessi“. Al mondo non esiste una terra come l’Italia, con un intrico di scienza, mito e storia, dove il bello e il terribile sono la stessa misteriosa entità, nascosta nelle viscere della terra.

Il viaggio in Abruzzo

Un pianoforte a mezz’aria“, questo il singolare titolo del capitolo dedicato all’Abruzzo e in particolare al terremoto del 6 aprile 2009. Un pianoforte in bilico al primo piano, enorme e nero, che Rumiz vide sospeso a mezz’aria in un edificio letteralmente imploso. Troppa polvere per riuscire a farlo suonare di nuovo. Così nelle sue pagine ritornano in vita le immagini della zona rossa: “le case della città perduta, bagnata dalla luce calda del solstizio, l’ultima neve che splendeva sui monti e i fiordalisi che crescevano tra le rovine. Anche così L’Aquila era di una bellezza sconvolgente“. Anche se vuota di rumori e di odori. Nel letargo delle pietre anche un colpo di tosse era un tuono e il trillo di un telefonino era un rimbombo.

Puntando sull’Aquila la prima soglia che Paolo ha incontrato è quella di Avezzano, devastata da un terremoto nell’inverno del 1915, con tracce tutt’ora visibili. Avvenne a 70 km da Roma, ma i soccorsi ci misero giorni ad arrivare. Nonna Peppa era l’ultima dei sopravvissuti, a quell’epoca aveva cinque anni. “È successo che io e la mamma eravamo chiusi in casa, il papà era andato a lavorare e aveva girato la chiave da fuori, così quando viene il terremoto non potevamo uscire“. Chiudere a chiave le donne, era normale nei tempi del più inflessibile patriarcato. Quando venne il terremoto tutto tremava e qualcuno aprì loro dall’esterno. Case accartocciate, invocazioni di santi e tanto, tanto freddo. Quando Rumiz l’ha vista a Balsorano, era ancora piena di energie e fiera di aver lasciato una dinastia di sei figli, ventun nipoti e tredici pronipoti.

All’Aquila sembrava di stare in esilio a domicilio. “La zona è rossa, ma di vergogna per come viene preclusa ai vivi“. Era la sesta volta che i terremoti colpivano il capoluogo nei suoi otto secoli di storia, ma se nei verbali della ricostruzione del 1703 veniva fuori un popolo fiero, che rivendicava di fare da sé, “due secoli dopo, quello stesso popolo accettava di farsi nutrire passivamente, farsi ricostruire da altri e persino di farsi compatire come una tribù del Burundi in mano alla cooperazione internazionale“, con la spettacolarizzazione del G8.

Di quell’esperienza Rumiz fissa alcune istantanee. L’incontro al bar con Camillo e Augusto, intenti a numerare le sillabe di un verso: avevano composto un commovente inno alla ricostruzione che iniziava con “Me tengo a recordà che scì renata“. Ed erano così intenti a poetare che si erano quasi dimenticati di mangiare. La visione – “non so ancora dire se fosse reale o un’apparizione” – di una donna in tulle rosso fuoco attraversare via Paganica, alle sette del mattino, nel centro dell’Aquila deserta, una foresta di riccioli neri, che incedeva fumando a filo delle transenne. I gigli del palazzo quattrocentesco, intatto, appartenuto a Jacopo di Notarnanni, raccontati da Patrizia. “Ciascuno spigolo mostrava due piccoli gigli in ferro battuto: era un abbellimento delle catene antisismiche, tese da secoli dentro i muri maestri e ce n’erano dappertutto in città: sono un simbolo di purezza dedicato alla Madonna, ma anche e soprattutto un segno della previdenza antisismica del mondo di ieri“. Quei gigli incatenati tra loro avevano salvato molte parti dell’Aquila. Nella città fantasma Rumiz si imbatté in un uomo che si era orgogliosamente rifiutato di andarsene: era nato in via Cascina e in via Cascina voleva morire. Era il compianto Raffaele Colapietra; aveva ottant’anni e ne avrebbe vissuto altri dodici incollato alle sue pietre. Si era barricato in casa, con i suoi amatissimi libri e gatti. “Quelli che se ne sono andati hanno tradito la città; a decidere tutto non è stato il terremoto, ma lo sconvolgimento mentale esploso nelle 24 ore successive, quando la maggioranza degli aquilani, incitata dai media, ha deciso di andarsene, distruggendo in un attimo lo spirito comunitario del luogo. Non era mai accaduto: dal Cinquecento in poi, L’Aquila aveva vissuto ben 25 terremoti senza mai disertare“. La città ha avuto le sue colpe, in quella zona “rossa di vergogna“.

Il viaggio di Rumiz prosegue sulle montagne, lungo quella che chiama “l’autostrada sismica“. Ocre, la quintessenza dell’Abruzzo, la rovina di una rovina; le Pagliare di Tione, ad ascoltare le stelle, tra cervi, scorpioni e lupi; Anversa degli Abruzzi e il mondo pastorale, un miracolo di resistenza, seppur taglieggiato dalle mafie; i santuari e le grotte della Maiella e del Morone, una sorta di Monte Athos italiano; le gole di Caramanico e gli ipermercati grandi come astronavi nella valle che porta a Pescara. Un mondo crivellato di gole precipizi, una polifonia di dialetti e riti, erede di quel mosaico di tribù di pastori-guerrieri, che diedero del filo da torcere alla potente Roma; un mondo dove permangono le tracce di quell’addensamento impressionante di dee madri, oggi sostituite dalla folla orante dei santi, e di quel monachesimo che aveva generato santi e briganti. Nonostante il terrificante scossone che l’ha tormentato, l’Abruzzo, questa terra di mezzo, ha sempre mostrato di saper ricominciare.


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