Pandemia: il coronavirus non è l’influenza spagnola del 1918

La paura è simile, ma la realtà medica non lo è

di Redazione | 12 Marzo 2020, @12:03 | RACCONTANDO
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Il Coronavirus Covid-19 è stato ufficialmente dichiarato pandemia. Come ha detto il direttore dell’Oms, Teodor Ghebreyesus, il termine pandemia non viene utilizzato spesso, proprio per le implicazioni psicologiche che può provocare. La dichiarazione di pandemia fa seguito a due scenari ormai certi: la rapida diffusione tra le persone ed il concreto rischio di decesso. Prima di dichiarare questa emergenza, insomma, bisogna essere assolutamente sicuri che ci siano dei focolai, in diverse aree geografiche, che autonomamente vanno a ingrandirsi. Nel 2009, in tutto il mondo si scatenò il panico quando l’Oms descrisse l’influenza H1N1 come una pandemia: è stata l’ultima volta che l’Organizzazione mondiale della sanità aveva utilizzato questo termine.

Da questo momento in poi sarà l’Oms ha dettare le linee guida per impedire l’ulteriore diffusione del virus nel mondo. Potranno dunque intervenire gli esperti chiedendo ai Paesi misure anche drastiche per fermare la pandemia.

Il confronto con la pandemia di influenza spagnola del 1918 è inevitabile, soprattutto nel mondo dell’informazione governato dai social in cui viviamo oggi. L’atmosfera da film di fantascienza, mascherine chirurgiche, paura per le scorte di cibo e divieti di assembramento, oltre alle prevedibili crisi economiche, sono le stesse del 1918, ma la realtà medica è decisamente diversa.

La pandemia del 1918, ritenuta la più mortale della storia umana, uccise almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo, di cui solo mezzo milione negli Stati Uniti; si diffuse in ogni parte del mondo, interessando il Giappone, l’Argentina, la Germania e dozzine di altri paesi.

Nel 1918, il mondo era un posto molto diverso: i medici sapevano dell’esistenza di virus ma non ne avevano mai visto uno, non c’erano microscopi elettronici e il dna dei virus non era ancora stato scoperto. Oggi, tuttavia, i ricercatori non solo sanno come isolare un virus, ma possono trovare la sequenza genetica, testare farmaci antivirali e sviluppare un vaccino. Allora era impossibile testare persone con sintomi lievi in ​​modo che potessero auto-mettersi in quarantena. Ed era impensabile monitorare gli spostamenti, c’erano pochi dispositivi di protezione per gli operatori sanitari così come non esistevano le cure di supporto con respiratori che possono essere fornite a persone oggi malate di coronavirus.

Con un tasso di mortalità di almeno il 2,5 percento, l’influenza del 1918 fu molto più mortale dell’influenza ordinaria ed era così contagiosa che si diffuse rapidamente e il numero dei morti aumentò vertiginosamente. I ricercatori ritengono che l’influenza del 1918 abbia risparmiato gli anziani perché avevano una certa immunità, colpendo, invece, persone giovani di 20, 30 e 40 anni.

Indipendentemente dal motivo, è stato un disastro per l’aspettativa di vita, che precipitò di botto. Nel 1917, l’aspettativa di vita negli Stati Uniti era di 51 anni. Era lo stesso nel 1919. Ma nel 1918, era solo di 39 anni.

IL CORONAVIRUS

Le differenze con il coronavirus sono evidenti: tende principalmente ad uccidere gli anziani e quelli con patologie mediche di base e non sembra attaccare i bambini. Tutto ciò significa che avrà molto meno effetto sull’aspettativa di vita anche se il tasso di mortalità per i soggetti con infezione da coronavirus è significativamente più alto di quello dell’influenza stagionale.

Ciò che la situazione attuale ha in comune con il 1918, tuttavia, è il contesto di interesse pubblico. Il 3 ottobre 1918, Filadelfia chiuse tutte le scuole, chiese, teatri, sale da biliardo e altri luoghi di ritrovo. I carcerati furono liberati, alcune imprese funebri aumentarono di sei volte i loro prezzi e alcuni addirittura non fecero seppellire i loro defunti.

Azioni simili vengono prese oggi. L’Italia è praticamente isolata, altri Paese stanno imponendo rigide limitazioni agli spostamenti, gli eventi e gli spettacoli sono stati cancellati praticamente in tutto il mondo. Apple e le grandi major hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa. Alcuni negozi lamentano problemi di approvvigionamento per mancanza di scorte. E così via dicendo.

Per quanto riguarda l’economia, gli effetti dell’influenza spagnola del 1918, nonostante le chiusure di fabbriche e i disordini sociali, furono difficili da distinguere da quelle profonde della prima guerra mondiale. Il mondo non era così interconnesso come lo è oggi, e nell’estate del 1919, la pandemia era finita.

Se il coronavirus sta già avendo impatti significativi sul mercato azionario e su altri aspetti globali dell’economia le conseguenze a lungo termine rimangono da vedere. (red)


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