Palamara, anche per giornalisti e avvocati abruzzesi serve cambio di rotta

di Marco Signori | 02 Giugno 2020 @ 06:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Anche per giornalisti e avvocati abruzzesi, che osservano con attenzione il caso del giudice Luca Palamara che sfiora l’Abruzzo vedendo Giovanni Legnini protagonista di alcune intercettazioni, serve un cambio di rotta nel rapporto, spesso degenerato e giudicato perverso, tra magistrati e cronisti, ma anche una revisione dello stesso sistema giudiziario.

E se il presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo Stefano Pallotta non ha dubbi sul fatto che ci sono “aspetti patologici nel rapporto tra alcune Procure e alcuni giornalisti” e che c’è un “intreccio molto ambiguo tra politica, informazione e magistratura”, il presidente della Camera Penale dell’Aquila Gian Luca Totani rilancia la necessità della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

“Il giornalismo è un contro potere nell’accezione di controllore dei poteri costituzionali, esecutivo, legislativo e giudiziario, qualsiasi tipo di rapporto o di commistione è valutabile in termini patologici e non in termini corretti”, rileva Pallotta, per il quale “è evidente quello che sta emergendo, cioè la possibilità da parte di magistrati di incidere sul lavoro dei giornalisti, accade anche coi politici ma da questi eravamo abbastanza abituati a subire pressioni e ingerenze”.

“Il rapporto che spesso si instaura tra magistrati, nella fattispecie Procure perché i magistrati giudicanti hanno un altro atteggiamento rispetto a quelli requirenti, e giornalisti”, fa osservare il presidente dell’Odg Abruzzo, “spesso non è un rapporto sereno e istituzionalmente corretto, perché tra alcuni giornalisti e alcuni magistrati si creano rapporti privilegiati che portano i primi a essere una sorta di cassa di risonanza delle inchieste delle Procure”.

Un comportamento “espressamente vietato dal codice deontologico della magistratura”, ricorda Pallotta, “ci sono degli esempi anche a livello regionale, dove molto spesso dei procuratori capo hanno avuto o hanno come interlocutore solo qualche giornalista se non addirittura uno solo. È sbagliato sotto il profilo della corretta informazione”, fa notare il presidente dei Giornalisti, “questo diventa un vizio di forma ma anche di sostanza, il giornalista è tenuto a sollevare dubbi, il metodo delle fonti è il nostro metodo e ci porta a dubitare sempre e a valutare non solo la loro autorevolezza ma anche il contenuto, quindi riportare sic et simpliciter le indicazioni che ci vengono da queste fonti è sbagliato”.

“Se anche i giornalisti sbagliano? Assolutamente sì”, afferma senza mezzi termini Pallotta, “i giornalisti hanno il dovere di dubitare e criticare ogni cosa che passa sotto i loro occhi, non è oro colato tutto quello che passa anche da fonti che riteniamo autorevoli, il dubbio e la critica è il nostro metodo”.

“Va fatta una distinzione tra comunicazione, che tende a creare consenso, e informazione che crea conoscenza”, puntualizza, “noi ci siamo dati delle norme di comportamento perché non siamo un potere formalmente codificato, mentre la magistratura ha un codice deontologico che arriva dal Csm che proibisce di avere canali privilegiati”.

“Il fatto che si continui a cercare solo canali amici è una violazione deontologica del magistrato”, chiarisce Pallotta, “spesso questo non si può provare, essendo noi tenuti alla segretezza delle fonti e su questo si basa la distorsione e su questo giocano quei magistrati che intendono far filtrare alcune cose. Sono tuttavia aspetti patologici non generalizzati, riguardano soltanto alcune Procure”.

“Quando Legnini (da vice presidente Csm, ndr) proponeva l’istituzione di uffici stampa nelle Procure non sbagliava”, chiosa il presidente dell’Ordine dei giornalisti, “il magistrato ha il diritto e il dovere di rivolgersi a tutti e non soltanto ad alcuni organi di informazione”.

Tranciante il commento di Totani: “Che il correntismo sia un problema all’interno della magistratura e che ci sia un problema all’interno del Csm e dell’Associazione nazionale magistrati è la scoperta dell’acqua calda – dice – lo denunciamo da sempre, è un problema serio che va a riflettersi su una serie di questioni a cominciare da quella delle nomine”.

“Questo”, fa osservare il presidente della Camera Penale, “è finalmente il momento in cui anche l’uomo della strada capisce che c’è qualcosa che non va. Il problema non è Palamara, diventato un capro espiatorio, ma porre rimedio a questa situazione. Non si capisce perché all’interno dell’Anm una componente che è numericamente inferiore, cioè i pm che costituiscono il 20 per cento dell’intera magistratura, abbia l’intera rappresentanza. Cioè il 20 per cento della magistratura comanda il restante 80”.

“Tutti i vertici sono composti da rappresentanti delle Procure – aggiunge Totani – , pensiamo che il giudice debba essere liberato dalla sottoposizione al potere delle Procure, perché in questo modo, di fatto, le valutazioni di carriera dei giudici vengono fatte dai pm: quale gip non metterebbe la firma su un’ordinanza di un procuratore che poi valuterà il suo operato?”.

Nei confronti dell’informazione, Totani fa osservare come questa “dà voce esclusivamente alla pubblica accusa, nel momento in cui c’è per esempio l’emissione di un’ordinanza cautelare e inizia un’inchiesta, quindi la questione è agli albori”.

“A nessuno interessa come va a finire il processo – aggiunge – perché la sentenza viene scritta dall’opinione pubblica nel momento in cui inizia la vicenda processuale. Anzi, quando disgraziatamente capita che uno viene assolto, nell’opinione pubblica si ha una reazione scomposta”.

“All’Aquila abbiamo un esempio nel processo alla Commissione Grandi rischi – rileva Totani – si è fatto un processo nella convinzione che tutti dovessero essere condannati, quando invece è uscita la sentenza, che ha detto determinate cose, la reazione in aula e fuori fu di una determinata portata e prosegue ancora oggi, ogni volta che esce il discorso si riparte da capo”.

“A nessuno interessa cosa hanno detto le sentenze ma si riascolta quel brandello di telefonata che non ha valenza giuridica”, aggiunge rispetto al colloquio tra l’allora capo della Protezione civile Guido Bertolaso e l’assessore regionale Daniela Stati che tanto fece discutere.

“Questo è il momento giusto per rimettere a posto questi squilibri”, dice sicuro Totani, “la difesa tante volte ha interesse ad avere rapporto con stampa proprio per reagire a una serie di notizie messe in circolazione, un conto quelle di natura giudiziaria, altro quelle legate ad esempio intercettazioni che nulla hanno a che vedere col processo ma interessano di più l’opinione pubblica”.

Totani è chiaro, le responsabilità sono dei magistrati e non dei giornalisti: “Nel momento in cui un giornalista ha una notizia non vedo perché non debba pubblicarla – afferma – il tema è chi fornisce queste notizie ai giornalisti. Se vogliamo ancora credere alle favole che sono gli avvocati, come si è detto nel corso degli anni, possiamo farlo, però si notificano atti a mezzo stampa e i legali sono quasi sempre gli ultimi ad averli. Basti pensare che un difensore deve pagare 297 euro per avere un dvd di registrazioni e invece alla stampa arrivano prima degli avvocati”.

Il penalista rileva poi come questo cortocircuito rischia di incidere sull’esito dei procedimenti perché “orientando l’opinione pubblica si orienta anche il giudice che dovrà giudicare”, e insiste: “C’è bisogno di ristabilire una netta separazione tra i poteri e non può che avvenire attraverso la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, che spezzi circolo il circolo poco virtuoso che si è instaurato all’interno della magistratura associata e di quella istituzionale, cioè all’interno del Csm, perché come all’interno dell’Anm esistono gerarchie e nel Csm ci si va in virtù di appartenenze a determinate correnti”.

“Che Palamara dica ‘state tranquilli perché nei posti importanti vanno a finire i più bravi’ mi preoccupa”, chiosa Totani, “perché lavorando in provincia mi viene da pensare che magari quelli con cui mi confronto tutti i giorni sono dei somari! Naturalmente non è così e L’Aquila è poco politicizzata a livello di Anm, ma tante altre realtà in Abruzzo lo sono molto e si è visto anche in questo periodo, in cui si doveva riprendere l’attività giudiziaria: qui abbiamo ragionato ma altrove, dove sono presenti schieramenti di politica, è stato più difficile farlo”.

 


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