Openpolis: “I cambiamenti climatici sono una questione di classe”

I paesi più ricchi sono quelli che producono più emissioni

di Redazione | 14 Aprile 2024 @ 05:00 | AMBIENTE
Inquinamento
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I cambiamenti climatici hanno un effetto devastante su tutti coloro che vi sono esposti, ma non tutti hanno la stessa capacità materiale per mettersi al riparo dagli eventi estremi e dal deterioramento dell’ambiente. Inoltre, non tutti partecipano nello stesso modo alle attività che li generano. Si parla spesso dei diversi contributi dei paesi, con i paesi più poveri che inquinano di meno ma ne risultano più sproporzionatamente colpiti, come emerge da un recente approfondimento di Openpolis.

Tuttavia le differenze sussistono anche, e anzi soprattutto, tra classi sociali all’interno dei singoli stati. Come evidenzia il world inequality lab, un laboratorio di ricerca che studia le disuguaglianze, è questo il divario che più si è ampliato, a livello globale, negli ultimi decenni. Nel 2019 il 10% più ricco della popolazione era responsabile del 48% delle emissioni totali. In Europa le differenze sono meno marcate, ma in molti paesi le emissioni della fascia più ricca della popolazione sono in aumento. E anche l’Italia ha ancora molta strada da fare.

Le emissioni, una questione di classe

Per rimanere entro il limite di +2 gradi centigradi stabilito dall’accordo di Parigile emissioni globali pro capite dovrebbero limitarsi a 3,4 tonnellate di anidride carbonica, da oggi fino al 2050. Attualmente però sono 6,6, circa il doppio. Lo evidenzia il world inequality lab, l’istituto di ricerca che da circa un decennio studia le disuguaglianze, tra paesi e all’interno dei singoli stati, analizzando anche le disuguaglianze di genere e climatiche, oltre a quelle economiche.

Come riportato dall’istituto, si tratta di dati che vanno analizzati con attenzione. In primo luogo, esistono marcati divari tra paesi e aree del mondo. Per esempio le emissioni medie del continente africano sub-sahariano sono di appena 1,6 tonnellate per abitante, mentre nel nord America si arriva a una media di 20,8. Il che significa che un cittadino nord americano medio emette la Co2 equivalente di 13 cittadini dell’Africa sub-sahariana. Ma ancora maggiori rispetto alle differenze tra paesi sono quelle all’interno dei singoli paesi, tra i più e i meno abbienti.

Le emissioni dello 0,01% sono 744 volte quello che dovrebbero essere per mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi.

Globalmente il 10% più ricco (ovvero meno di 800 milioni di persone su quasi 8 miliardi) è responsabile della metà di tutte le emissioni di sostanze inquinanti nell’atmosfera. Mentre il 50% più povero contribuisce per il 12%. Si tratta di una piramide e pertanto se restringiamo ulteriormente il campo vediamo che l’1% più abbiente da solo è responsabile del 17% delle emissioni totali. E ancora, circa 770mila persone, lo 0,01% più ricco della popolazione mondiale, emettono una quota pari al 3,9% delle emissioni globali. Ovvero più di 2.500 tonnellate di Co2 equivalente l’anno, contro una media, come abbiamo accennato, di 6,6. Oltre 700 volte quello che dovrebbero essere per mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi. Inoltre questo è il gruppo le cui emissioni sono più aumentate: nel 1990 erano circa la metà. Il 10% più ricco invece, che emette mediamente 31 tonnellate, dovrebbe ridurre il proprio contributo del 90%.

Oxfam ha evidenziato tre principali ragioni per cui le persone più facoltose causano più inquinamento. In primis c’è lo stile di vita, caratterizzato da più comodità e lussi e quindi causa di maggiori emissioni. In secondo luogo ci sono gli investimenti che le persone più ricche fanno nelle industrie inquinanti e il loro interesse a mantenere lo status quo economico corrente. Infine, c’è il fatto che quest’ultimo si concretizza con influenze dirette sui media e sulla politica.

In molti stati europei le disuguaglianze climatiche continuano ad aumentare

L’Europa è una delle zone nel mondo in cui i cittadini nel complesso emettono più sostanze inquinanti. Con 9,7 tonnellate di Co2 equivalente pro capite nel 2019, è preceduta soltanto dagli Stati Uniti (20,8) e a pochissima distanza da Russia e Asia centrale (9,9).

Il 10% più ricco della popolazione è responsabile dell’emissione di 29,2 tonnellate di Co2 equivalente, mentre il 50% più povero ne emette appena 5,1. Tra le varie zone, si tratta di quella che riporta il divario meno marcato: con un rapporto pari a 5,7. Molto più pronunciate le differenze nell’Africa sub-sahariana e in Medio oriente, dove i più abbienti causano quasi 15 volte le emissioni dei più poveri. Tuttavia, anche nel nostro continente c’è un divario evidente. Inoltre, in molti casi le disuguaglianze sono aumentate dal 1980 al 2019.

9,7 tonnellate di Co2 equivalente, le emissioni medie in Europa nel 2019.

Il Lussemburgo è lo stato in cui il 10% più ricco causa più emissioni: 106 tonnellate di Co2 equivalente pro capite. Seguono a distanza Belgio e Cipro, con oltre 40 tonnellate. Ultimi invece alcuni stati dell’Europa meridionale e orientale, in particolare Croazia, Grecia, Romania, Portogallo e Bulgaria, con meno di 20 tonnellate nel 2019.

In 14 paesi Ue l’impronta carbonica del 10% più ricco della popolazione è diminuita tra 1980 e 2019, mentre in uno (la Spagna) è rimasta invariata e in 12 (tra cui anche l’Italia) è aumentata. L’aumento maggiore lo hanno riportato Malta e Cipro, con rispettivamente +22,9 e +16,3 tonnellate di differenza in questi 40 anni. Molto pronunciato invece il calo nei paesi dell’Europa nord-occidentale, in particolare Germania, Paesi Bassi e Belgio.

La situazione italiana nel dettaglio

Come accennato, l’Italia è purtroppo uno degli stati europei in cui l’impronta carbonica dei cittadini più ricchi è aumentata dal 1980 all’ultima rilevazione. Tuttavia, l’andamento è stato oscillante.

Le emissioni della fascia più ricca della popolazione in Italia sono progressivamente aumentate tra gli anni ’80 e ’90 fino a toccare un picco nei primi anni 2000, quando hanno raggiunto le 33,7 tonnellate di Co2 equivalente (nel 2004). Poi sono tornate a scendere, rimanendo relativamente stabili tra 2015 e 2019, tra le 23 e le 24 tonnellate pro capite. Tuttavia, ancora non siamo tornati ai bassi livelli dei primi anni ’80.


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