Obesità: una malattia da curare senza pregiudizi

di Barbara Ulian | 02 Febbraio 2024 @ 05:00 | SALUTE E ALIMENTAZIONE
obersità
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“Mangia di meno e muoviti di più”: no, non basta!

“È un problema di costituzione”: no, non è vero!

“Quando crescerai, il sovrappeso passerà”: no, non succede!

Quello dei luoghi comuni associati al peso eccessivo è un tema troppo poco affrontato. Viviamo da sempre nella convinzione che l’obesità sia frutto di una pigrizia di fondo, di una mancanza di volontà e di un’incapacità assoluta di controllare il proprio appetito. Ma non è così!

Già il 13 novembre del 2019, il Parlamento italiano ha votato una mozione che riconosce l’obesità come problema medico, mentre è del 4 marzo 2021 il suo riconoscimento a livello europeo quale malattia cronica. Perché essere obesi o sovrappeso non vuol dire mancanza di impegno e forza di volontà, vuol dire essere affetti da una malattia multifattoriale molto complessa che dipende da diversi fattori genetici, ambientali e psicologici.

Alcune delle cause più comuni dell’obesità sono:

  • Un’alimentazione eccessiva e sbilanciata, ricca di cibi ad alta densità calorica e poveri di nutrienti, come zuccheri, grassi, sale e alcol.
  • Una ridotta attività fisica, dovuta a uno stile di vita sedentario, alla mancanza di tempo, di spazi e di opportunità per muoversi.
  • Una predisposizione genetica, che influisce sul metabolismo, sull’appetito e sul senso di sazietà.
  • Alcune condizioni mediche, come l’ipotiroidismo, la sindrome dell’ovaio policistico, il diabete e la depressione, che possono alterare il bilancio energetico o favorire l’accumulo di grasso.
  • Alcuni farmaci, come gli ormoni steroidei, gli antipsicotici, gli antidepressivi e i contraccettivi, che possono avere effetti collaterali sul peso.
  • Fattori sociali e ambientali, come la povertà, l’isolamento, la discriminazione, la pressione dei media, la disponibilità e l’accessibilità di cibi poco salutari, che possono condizionare le scelte alimentari e il comportamento.
  • Fattori psicologici ed emotivi, come lo stress, l’ansia, la noia, la solitudine, l’insoddisfazione, che possono indurre a mangiare di più o a cercare conforto nel cibo.

Ed è proprio a proposito di quest’ultima causa, che voglio condividere con voi lettori le considerazioni di una donna, ex obesa, che combatte da sempre e che oggi ha vinto….

Certe volte le donne hanno molta fame. Aprono il frigorifero e vorrebbero ingoiare tutto quello che c’è dentro. Entrano in una pasticceria e vorrebbero ingurgitare ogni cosa, fino a scoppiare. Mangiano la cioccolata e vorrebbero non smettere mai. Mangiano i biscotti e ne finiscono due pacchi. Mangiano le patatine e vanno avanti fino a star male. 

C’è una bocca affamata dentro di loro: grida per essere riempita, scalpita come una bestia selvaggia per ricevere ciò che vuole: cibo! cibo! cibo!

Ma il cibo è solo l’involucro di quello che la bocca affamata pretende. Dietro quella voglia famelica c’è di più: c’è la voglia di qualcosa che faccia sentire vive. È la donna che arde di fame di se stessa, pallida della sua passione, a digiuno della sua anima. 

Le donne affamate spesso non seguono la loro vera natura: hanno smesso di cantare, hanno intrappolato le loro parole da qualche parte, hanno appoggiato la penna, hanno scelto di essere “troppo in ordine”, “troppo carine”, “troppo compiacenti”, “troppo perfette”, “troppo simpatiche”, “troppo disponibili”, troppo!!!!!! 

Sono lontane dalla loro vita profonda, passionale, nutriente, rigenerante: svalutano il proprio lavoro, dicono a se stesse che sono sbagliate perché non hanno fatto abbastanza, si autoimpongono di stare zitte, si sentono in colpa se non sono disponibili per tutti. Mettono sotto sale i loro desideri, fanno conserve con i loro sogni, ripongono in frigorifero necessità personali con l’etichetta «più avanti». C’è chi arrotola la passione stringendo un laccio attorno, chi scrive la parola “rassegnazione” sul muro della camera, chi appoggiato la penna sul tavolo e non la riprende in mano, chi getta la tela e poi giura a denti stretti di guardare sempre dall’altra parte. 

Spesso queste donne hanno la sensazione di essere “immobilizzate” e in questo immobilismo si costringono a non andare, a non fare un passo, a non pretendere, a non diventare, a non scoprire. La loro vita è “una bocca vuota” e il cibo diventa la metafora di un nutrimento che non arriva da un’altra parte.

Ma non è una situazione irreversibile. 

È semplicemente necessario “un risveglio”. 

Bisogna avvicinarsi all’anima, che giace da qualche parte con le ossa spezzate, e ricomporla. 

Come fare? 

Chiedendo a noi stesse cosa davvero desideriamo. Non è così difficile come sembra. Nel momento in cui ci chiniamo pietose sulla nostra anima esangue e ferita lei si rianima. Le basta poco. Un po’ di ascolto, una riflessione vera, una risposta sincera: rivolta a noi. Le donne sanno molto bene cosa vogliono, quando se lo chiedono con voce sincera. Conoscono il motivo di quella bocca affamata, di quelle mani tese per ricevere altro cibo. Quando risvegliamo la nostra anima lei non parla in modo criptato: ci dice a chiare lettere quale direzione prendere. È un’amica sicura, fidata, compassionevole, stimolante… lei ha le risposte che cerchiamo… e allora, come per magia, quella bocca affamata si chiude e dentro di noi nasce una nuova forza, la voglia di vivere davvero la nostra vita…”

L’obesità, dunque, non è solo un problema estetico, ma un disturbo da affrontare a livello scientifico, esiste uno stigma nei confronti di chi ne è affetto, perché ritenuto incapace di perdere peso. Di fatto, sappiamo che l’iperfagia non è la causa, ma il sintomo dell’obesità! E le persone non mangiano di più perché sono viziose, ma perché sono ammalate e la disfunzione di cui soffrono è legata a precisi meccanismi biologici. 

GUARIRE E’ POSSIBILE

Il verbo utilizzato non è casuale, dal momento che oggi tutti gli specialisti interessati dal problema convergono su un aspetto: l’obesità è una malattia e come tale va trattata. Un’esigenza che nasce da ragioni che sono innanzitutto mediche, anche se il riflesso riguarda pure la psiche della persona obesa, che si immagina meno a disagio rispetto al suo problema, nel momento in cui lo stesso sarà riconosciuto su larga scala come una condizione patologica.

Come abbiamo detto, a determinare un aumento di peso patologico sono spesso diversi fattori: nutrizionali, endocrinologici, psicologici, legati allo stile di vita. Ecco perché nei centri in cui si cura l’obesità oggi la presenza di un team multidisciplinare è considerata imprescindibile. Indipendentemente dall’approccio che si decida di seguire, le consulenze (almeno) del nutrizionista e dello psicologo sono considerate necessarie. Il primo passo per chi non ha mai provato a perdere il peso in eccesso consiste nella dieta e nell’educazione alimentare: tanto più efficace quanto più precoce. Ma non sempre la combinazione di adeguate regole alimentari e movimento può risultare sufficiente per contrastare i casi di obesità di grado importante: quelli a cui si associa un indice di massa corporea superiore a 35. 

QUANDO SERVE LA CHIRURGIA?

Quando i primi approcci risultano fallimentari, o se già in partenza l’obesità risulta più grave, l’unica possibile soluzione è costituita dalla chirurgia. Detto ciò, l’indicazione è comunque quella di rivolgersi ai centri specializzati in questo ambito. La chirurgia bariatrica mira a correggere o a guarire l’obesità patologica. Il tipo di procedura chirurgica va definito sulla base delle caratteristiche del paziente.

Concludendo, l’obesità non è una condizione «voluta», ma una vera e propria malattia che richiede un controllo adeguato, un trattamento specifico e un percorso medico studiato ad hoc.

L’obiettivo è quello di cancellarne pregiudizi, stigma sociale e disinformazione.

Scandalizza di più l’imperfezione fisica che quella dell’anima. 

Tutti pronti a puntare il dito verso chi non è “perfetto” per questi stupidi canoni societari, seguiti da tante pecore – con tanto rispetto per le pecore – che si specchiano e si mirano dalla mattina alla sera davanti ad uno specchio, lasciando marcire l’anima.

Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé – ormai ovunque – ma per quello non perfetto. 

È l’imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa!

Alda Merini

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