Niente aiuti agli attori, Marco Valeri: mi sono accorto di non esistere

di Marco Signori | 04 Maggio 2020 @ 07:50 | ATTUALITA'
i guastafeste
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L’AQUILA – Nella crisi economica senza precedenti causata dal Coronavirus si è parlato di invisibili per indicare i lavoratori in nero, in alcuni casi le domestiche, in altri i ragazzi che per mantenersi all’università si davano da fare nei lavori più disparati. Ma tra chi è stato dimenticato dal governo ci sono senza dubbio anche gli attori e tutti – o quasi – gli operatori dello spettacolo.

“Non esisto, ho fatto innumerevoli sforzi eppure ho scoperto di non esistere”, dice amareggiato Marco Valeri, 41 anni dell’Aquila, poliedrico attore con all’attivo decine di spettacoli e collaborazioni con enti e associazioni, che con la sua associazione culturale I Guastafeste/Nuova Compagnia di Teatro Popolare fa parte del Coordinamento delle Compagnie Teatrali extra Fus (cioè non finanziate dal Fondo unico per lo spettacolo) che ha chiesto un incontro all’assessore regionale alla Cultura Mauro Febbo, proprio per illustrare le difficoltà che sta vivendo il settore.

“Siamo ancora visti come appassionati e non come professionisti”, fa osservare a L’Aquila Blog, spiegando di non aver ricevuto alcun sostegno dal governo, neppure i 600 euro destinati agli autonomi: “Si è stabilito che il contributo fosse riconosciuto a chi, nel 2019, avesse versato contributi previdenziali per almeno 30 giornate di lavoro, ma in moltissimi casi sono le stesse istituzioni culturali a versare la metà del dovuto”.

“Non mi ci arrabbio – aggiunge Valeri – capisco benissimo che per stare in regola bisogna fare i salti mortali, è molto oneroso e anche chi ha un certo potere economico a volte non assolve ai suoi doveri. E così ci si ritrova con delle sorprese, come me che ho lavorato tutto l’anno ma ho solo una ventina di giornate per le quali sono stati versati i contributi, per un solo spettacolo ho impiegato 4 mesi e per quella produzione non ho una giornata di prove versata!”.

“Il periodo che ha preceduto il lockdown era molto dinamico, si stavano raccogliendo i frutti di un lavoro di lungo periodo – racconta l’attore – c’erano diverse date che si stavano programmando tra Roma, Pescara e Teramo, mi stavo muovendo sia in Abruzzo sia fuori, stavo portando in giro lo spettacolo ‘Il dottore e lo specialista… metafora di un disastro’ sul terremoto dell’Aquila, che avevamo in mente di proporre anche per le commemorazioni del 6 aprile, e poi ‘Storia di Anna la pazza’, il mio primo monologo, in più avevo collaborazioni con l’associazione Teatrabile sia per il teatro con i bambini sia per un altro spettacolo, e altri progetti ancora con Francesca Camilla D’Amico per uno spettacolo nella Valle Giumentina. Sono saltate le date romane e tutti gli accordi che stavamo prendendo con le realtà dove saremmo dovuti andare”.

“Per noi è stata una situazione nuova, come mondo della cultura non siamo una realtà molto unita”, ammette Valeri, “anche tra le associazioni, per quanto ci sia maggiore dialogo rispetto al passato non c’è molto rispetto reciproco, in Abruzzo ci sono tantissime realtà ma in molti neanche ci si conosce”.

“Da parte delle istituzioni”, accusa Valeri, “non c’è probabilmente una vera e propria considerazione di quello che, tanto i singoli quanto le realtà associative, riescono a mettere in campo”.

Gli enti culturali, denuncia l’attore, “usano gli attori, ma anche le associazioni, di volta in volta per dei progetti senza generare un reale confronto per la produzione di idee e la valorizzazione delle forze in campo”.

“Sono state sprecate tante generazioni – rileva Valeri – quando ero nella rosa dei collaboratori del Tsa feci una appello proprio per chiedere di unire le vecchie generazioni, come Ninni Giusti o Claudio Marchione, e le nuove generazioni, ma rimase inascoltato”.

“Il singolo attore, che è poi l’elemento cardine, è il più fragile del sistema”, fa osservare, “anche perché con l’attore non si parla d’altro se non del suo ‘utilizzo’ sul palco, se ad esempio la Regione vuole fare una legge non la fa sulla misura dell’attore ma con l’idea di utilizzare fondi che possono essere intercettate dagli enti”.

La richiesta che ora stanno rivolgendo al governo singoli e associazioni da un po’ tutte le regioni è quella di ridurre a 15 il numero di giornate riconosciute per poter accedere al contributo per gli autonomi, ma per Valeri va del tutto eliminato. “C’è anche l’ipotesi – dice l’attore – di valutare la movimentazione del denaro, per dimostrare quanto una realtà sia stata attiva, anche se spesso questo non corrisponde a grandi guadagni”.

Insomma, secondo l’attore “bisogna legittimare chi opera nella cultura, pur non essendoci un albo”. E per questo occorre anche “rendere meno rigide le imposizioni della Siae” e “rivedere l’intero sistema per rivalutare diversi aspetti, se ad esempio mi esibisco in un pub non posso pretendere tutti i costi, però lo faccio per necessità e questa attività non mi viene riconosciuta. È una condizione in cui quotidianamente tanti di noi si sbattono ed è paradossale se pensiamo che siamo nella culla dell’arte e della cultura”.


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