Nella Basilica di Collemaggio, la celebrazione della Festa di S. Pietro Celestino V

Una celebrazione eucaristica solenne, nel rispetto delle norme contro il Covid-19

di don Daniele Pinton | 17 Maggio 2021, @07:05 | CREDERE OGGI
Print Friendly and PDF

L’Aquila. Un anno fa, nella basilica di S. Maria di Collemaggio, il 19 maggio 2020, il Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, aveva presieduto, a ‘porte chiuse’ per i restringimenti dovuti alla pandemia per il covid-19, una sobria ma significativa liturgia eucaristica, nella Festa liturgica di S. Pietro Celestino V, Compatrono dell’Arcidiocesi di L’Aquila, concelebrata solo da alcuni sacerdoti, durante la quale aveva affidato la Città e Arcidiocesi, alla protezione del Santo eremita papa, per la liberazione dalla pandemia.

Quest’anno, in occasione della Festa liturgica di S. Pietro Celestino V, Compatrono dell’Arcidiocesi, nella Basilica di S. Maria di Collemaggio, il 19 maggio 2021 alle ore 18:00, il Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, nel rispetto delle norme governative contro il diffondersi del covid-19, presiederà con la partecipazione dei fedeli, la Santa Messa stazionale che sarà concelebrata da Mons. Orlando Antonini, Nunzio Apostolico, dal Can. Nunzio Spinelli, Rettore della Basilica, da alcuni sacerdoti della Vicaria Urbana e sarà animata dalla Schola Cantorum S. Sisto.

La solenne liturgia eucaristica, a cui saranno presenti le Monache Benedettine Celestine di S. Basilio, ‘eredi spirituali’ di S. Pietro Celestino e una rappresentanza delle autorità civili e militari, guidate da Pierluigi Biondi, Sindaco della Città di L’Aquila, vedrà anche la partecipazioni di Padre Quirino Salomone, ofm, Assistente Spirituale del Movimento Celestiniana, di Floro Panti, Presidente del Centro Studi Celestiniani e una rappresentanza dei vari organismi del Movimento Celestiniana, tra i quali il Centro Studi Celestiani, il Consorzio Celestiniana, la Fondazione Studi Celestiniana per la pace, i volontari della Mensa di Celestino, i Cavalieri di Celestino e i rappresentanti del comitato esecutivo della Festa della Perdonanza Celestiniana, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Immateriale Culturale dell’Umanità.

Al termine della celebrazione eucaristica, a tutti i fedeli presenti, come è ormai tradizione da una ventina d’anni, sarà distribuito il pane benedetto di S. Celestino, offerto dai volontari della Mensa celestiniana.

Alcuni dati bibliografici, sulla figura di S. Pietro Celestino V, Compatrono dell’Arcidiocesi di L’Aquila:

Pietro Angelerio, noto alla storia come Papa Celestino V, nasce tra il 1209 e il 1215 in Molise, probabilmente a Isernia o a Sant’Angelo Limosano. Penultimo di dodici figli di una famiglia di origini contadine, in età giovanile trascorre un breve periodo nel monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli: manifesta una notevole predisposizione alla solitudine e all’ascetismo, e nel 1239 si ritira in una caverna isolata sopra Sulmona, sul Monte Morrone (per questo verrà soprannominato Pietro del Morrone).

Pochi anni dopo si sposta a Roma, presso il Laterano, e qui prende i voti sacerdotali. Tornato agli inizi degli anni Quaranta sul monte Morrone, presso la chiesa di Santa Maria di Segezzano, vi rimane fino al 1246, quando si rifugia sui monti della Maiella, in Abruzzo, in un luogo praticamente inaccessibile. Dopo avere costituito una congregazione ecclesiastica denominata “dei frati di Pietro da Morrone”, riconosciuta da Papa Gregorio X come ramo dei benedettini e avente come sede l’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone, Pietro nel 1273 si reca, in pieno inverno, a Lione, in Francia, a piedi: qui stanno per cominciare i lavori del Concilio di Lione II deciso da Gregorio X. Lo scopo di Pietro è quello di impedire che il suo ordine monastico venga soppresso: l’obiettivo viene raggiunto, complice la fama di santità che lo circonda (al punto che Gregorio X lo invita a celebrare una messa in presenza di tutti i Padri Conciliari).

Negli anni successivi, la sua vocazione ascetica diventa sempre più radicale, così come il suo distacco dal mondo terreno. Gli anni Novanta del Duecento, però, vedono una Chiesa in subbuglio: il 4 aprile del 1292, infatti, muore Papa Niccolò IV, e poco dopo si riunisce il conclave per l’elezione del nuovo pontefice. Complice, però, il numero ridotto di porporati (solo dodici), nessun candidato riesce a ottenere i voti necessari per diventare papa. Un’epidemia di peste allunga ulteriormente i tempi, così che nel 1294 la Chiesa si ritrova ancora senza guida: è a questo punto che Pietro predice gravi castighi in assenza di decisioni da Roma, in una profezia spedita al Cardinale Decano Latino Malabranca che la fa giungere agli altri cardinali.

Il Cardinale Decano propone, dunque, che il nuovo pontefice sia proprio il monaco eremita, la cui figura religiosa, mistica e ascetica è molto apprezzata in tutta Europa dai diversi regnanti. Il Sacro Collegio, tuttavia, inizialmente si mostra restio a eleggere un non porporato. È solo il 5 luglio del 1294 che il Conclave nomina, dopo ventisette mesi dalla morte di Niccolò IV, Pietro Angelerio del Morrone come nuovo papa. La scelta ricade su di lui anche perché la figura di un monaco eremita estraneo alle politiche della Santa Sede e totalmente digiuno di esperienze di governo serve, da un lato, a rassicurare le potenti monarchie europee, e dall’altro a tranquillizzare l’opinione pubblica e la popolazione, desiderosa di una guida spirituale.

Di certo, inoltre, molti cardinali optano per questa soluzione anche pensando di poter manovrare e gestire con una certa facilità l’inesperienza di Pietro, ormai vecchio, e quindi ritenuto non in grado di destreggiarsi in un mondo curiale e burocratico dal quale è sempre stato lontano. Pietro riceve la notizia dell’elezione da tre ecclesiastici, saliti appositamente sul monte Morrone per dargli l’annuncio. Quando i messi, tra i quali è presente Iacopo Stefaneschi, si inginocchiano davanti a lui, Pietro si prostra con umiltà, mentre gli occhi gli si velano di lacrime; quindi, si volta in direzione di un crocifisso appeso alla parete della cella in cui soggiorna e inizia a pregare.

Solo dopo una lunga riflessione, con sofferenza e timore, dichiara di accettare l’elezione. In seguito, egli viene raggiunto da Carlo II d’Angiò, il quale non appena ha appreso la notizia è partito da Napoli per andare da lui. Pietro, dunque, scortato dal corteo reale e in sella a un asino che lo stesso re tiene per le briglie, si reca all’Aquila, città in cui il Sacro Collegio era stato convocato, e il 29 agosto del 1294 viene incoronato con il nome di Celestino V nella chiesa abbaziale di Santa Maria di Collemaggio, da lui stesso fondata sede eretta nella Città di L’Aquila.

Tra i suoi primi atti da pontefice c’è l’emissione della Bolla del Perdono, che concede l’indulgenza plenaria a tutti coloro che dopo essersi pentiti dei propri peccati e confessati si recano, dai vespri del 28 agosto al tramonto del giorno successivo, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. Viene dunque istituita la Perdonanza, una celebrazione che verrà poi ripresa dal Giubileo del 1300.

Celestino V si affida senza remore a Carlo d’Angiò, che viene nominato maresciallo del futuro Conclave, e ratifica il trattato tra lo stesso re e Giacomo d’Aragona, attraverso cui si decreta che alla morte di Giacomo la Sicilia tornerà in mano agli angioini. Il 18 settembre Papa Celestino V indice il suo primo (e ultimo) Concistoro, nel corso del quale nomina tredici nuovi cardinali (non c’è nessun romano tra di essi), tra i quali Tommaso d’Ocre, Simon de Beaulieu, Landolfo Brancaccio, Nicolas de Nonancour e Guglielmo Longhi. Lo scopo di queste nuove nomine, scelte con i suggerimenti di Carlo d’Angiò, è quello di riequilibrare il Sacro Consiglio con una rilevante impronta monastica benedettina. 

Sempre ascoltando i consigli del monarca angioino, il papa decide di trasferire dall’Aquila a Napoli la sede della Curia, e stabilisce la propria residenza in Castel Nuovo, dove soggiorna in una piccola e spoglia stanza dove non di rado si ritira in preghiera. Nel corso delle sue meditazioni, tuttavia, Pietro giunge alla decisione di abbandonare il soglio pontificio, complici le difficoltà incontrate nell’amministrazione della Chiesa (dovute sia alla sua ingenuità, sia alla sua scarsa cultura – non conosce la lingua latina). Ecco, dunque, che il 13 dicembre 1294 Papa Celestino V legge la rinuncia all’ufficio di romano pontefice.


Print Friendly and PDF

TAGS