di Maria Cattini – Nel PD, il partito fiancheggiato per tanti anni dalle “mejo associazioni” ambientaliste italiane, oggi impazza la voglia del Sì alle infrastrutture, dalle trivelle alle gallerie per il Tav e qualcuno, secondo Il Fatto Quotidiano in edicola oggi, sta già pensando come mettere a frutto il nuovo corso anche in Abruzzo.
“Dopo quasi vent’anni dalle lotte contro il progetto Lunardi,- ricorda Virginia Della Sala per Il Fatto – come un fantasma ricompare l’idea, e soprattutto la volontà, di creare quella che comunemente viene definita “la terza canna” – oltre le gallerie autostradali già esistenti – nel Gran Sasso, in Abruzzo, con l’obiettivo di mettere in sicurezza l’acqua potabile e le falde.”
Oggi che la guerra è contro il nemico 5Stelle, partito del “No Tav”, a sinistra fanno un po’ tutti finta di aver dimenticato quelle annose battaglie “No Terzo Traforo”, quelle con i concerti di Jovanotti ai piedi del Gran Sasso, quelle con il WWF, Legambiente Abruzzo e le allora giovani promesse della sinistra abruzzese che sventolavano striscioni contro “lo scempio” e “la montagna violata”.
Forse, proprio grazie a questa improvvisa amnesia che ha colpito chi un tempo era così ferocemente contro il Terzo Traforo, il progetto è tornato “nero su bianco perché sostenuto da Strada dei Parchi (che gestisce il tratto autostradale) durante l’ultima riunione della Commissione tecnica per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso, che vede attorno al tavolo la Regione Abruzzo, l’Istituto nazionale di fisica nucleare (sotto il Gran Sasso ha i suoi laboratori), Strada dei Parchi e i gestori della rete idrica, e confermato da un documento interno con la firma di un dirigente degli uffici del Mit.”
“Quella per la realizzazione di una terza galleria nel Gran Sasso è stata una delle maggiori battaglie ambientali in Abruzzo tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000”, ricostruisce il Fatto Quotidiano. “Sostenuta dall’allora ministro delle infrastrutture, Pietro Lunardi, l’idea era di realizzare un ingresso autonomo ai laboratori di fisica. Ci furono proteste, manifestazioni e ricorsi al Tar per tutelare la falda acquifera che fornisce acqua potabile a 700mila persone. Il progetto naufragò. Negli anni, poi, si sono susseguiti gli incidenti: il maggiore, nel 2002, per alcune perdite dai laboratori, a cui seguì sequestro, commissariamento e un nuovo progetto di messa in sicurezza da 100 milioni (tra 2004 e 2008), inutile visto che negli ultimi due anni altri incidenti hanno portato anche all’apertura di una inchiesta della procura di Teramo. Strada dei Parchi ha invece presentato tre ipotesi tra cui quella che prevede la creazione di un tunnel di 7 chilometri, separato dagli altri già esistenti, per accogliere il nuovo sistema idrico e tenerlo lontano dal traffico auto e dai laboratori. L’idea era già stata avanzata il 25 giugno e la Regione aveva già detto no. Ma il 21 dicembre Strada dei Parchi l’ha ri-sottoposta sostenendo che su quella ipotesi ci fosse la “preferenza del ministero dei Trasporti”, tanto da richiedere che la propria posizione fosse inserita nella delibera finale. “L’ingegner Mongiardini – si legge nel verbale – ribadisce la posizione di Strada dei Parchi e Mit sulla preferenza del progetto relativo alla realizzazione della galleria dedicata per le infrastrutture potabili”. Il problema è che il ministero dei Trasporti, in particolare la direzione di vigilanza sulle concessioni autostradali, sembra non esser stata “destinataria di alcuna comunicazione da parte della società concessionaria inerente la proposta in riferimento” spiegano. La preferenza, però, esiste. Ad esprimerla è stato il dirigente del Uit – Rm (l’ufficio ispettivo territoriale di Roma) del ministero dei Trasporti, Placido Migliorino, nel corso di un incontro con Strada dei Parchi il 15 giugno del 2018. La sua firma è su un verbale che il Fatto ha potuto consultare e in cui, nelle conclusioni, Migliorino “esprime la preferenza per la soluzione…che si presenta meno impattante per l’esercizio delle gallerie e qualitativamente più idonea per gli aspetti connessi alla tutela ambientale dell’acquifero”.
“La terza canna non si può fare – spiega al Fatto Giovanni Lolli, presidente ad interim della Regione Abruzzo. – Ci siamo assunti la responsabilità di indicare allo Stato le soluzioni per la messa in sicurezza e sia come tavolo che come giunta abbiamo respinto quel progetto per vari motivi, su tutto che siamo in area parco. Al di là di come la si pensa, al di là della volontà, per noi è un limite invalicabile”. Il progetto alternativo, presentato dalla Regione, costa 170 milioni di euro e prevede la messa in sicurezza dei dreni e dei tubi (che diventano d’acciaio e quindi impermeabili), il convoglio delle acque paretali in canaline di scolo anch’esse impermeabili, l’impermeabilizzazione dell’intero sedile autostradale. Un progetto che è stato consegnato alla procura, all’Iss, al ministero dell’Ambiente e alle autorità di bacino. “La realizzazione di una terza canna costerebbe almeno 100 milioni di più” conclude Lolli.
Nonostante la contrarietà della Regione, la segnalazione di Strada dei Parchi è comunque nel dossier e nella delibera della Regione. “Il nostro timore – spiega Augusto De Sanctis del comitato H2O – è che chi dovrà approvare il progetto possa lasciarsi influenzare dal fatto che il ministero dei Trasporti preferisca la soluzione del terzo traforo. Il Gran Sasso dà acqua a 700mila abruzzesi, già i laboratori dell’Infn hanno fatto scendere la falda acquifera di 600 metri: deturpare ancora questa montagna non è certo la soluzione”.

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