“Navigatore di molti mari”, il dono di Giorgio de Marchis alla città dell’Aquila

di Alessio Ludovici | 19 Dicembre 2021 @ 06:20 | RACCONTANDO
Fondazione Giorgio De Marchis
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L’AQUILA – Giorgio de Marchis. Ai più il suo nome non dirà nulla. E’ nato a L’Aquila nel 1930 e morto a Roma nel 2009. Filologo classico, storico e critico dell’arte di fama mondiale, noto per i suoi studi sull’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta. A L’Aquila c’è una Fondazione, senza scopo di lucro, che porta il suo nome ed è uno scrigno di cultura a disposizione di tutti. In questi giorni sono ospitate anche le opere di Marcello Mariani

Studi liceali a L’Aquila poi quelli universitari a Pisa, Parigi e Bruxelles. De Marchis ha scritto per Art International, Colloquio, L’Espresso e Il Giornale dell’Arte, pubblicato con Einaudi, Sellerio, Mondadori. Ha lavorato alla Galleria nazionale d’arte fino a diventarne Soprintendente (1980-81), è stato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokio fino 1993 e Ispettore centrale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. 

Eclettico, esuberante ma raffinato, questo sicuramente traspare dai suoi scritti, Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, è anche un aquilano. Città, L’Aquila, a cui è rimasto legato e che nel finale della sua vita ha voluto omaggiare della Fondazione che porta il suo nome, nata qualche anno prima della sua morte, e a cui ha donato tutto il suo fondo bibliotecario con un lascito per la sua gestione.

Il fondo conta più di 10mila volumi e centinaia di migliaia di altri pezzi sapientemente riordinati dai collaboratori della Fondazione. A dirigerla è Diana Di Berardino, a collaborare con lei ci sono Barbara Olivieri e Alessio Rotellini, storici e archivisti che ci mostrano la fondazione, Giulia Sulli, Olivia Di Michele e Martina Di Massimo. La sede oggi è in palazzo Cappa Cappelli lungo corso Vittorio Emanuele II, quella originaria è nell’omonimo palazzo de Marchis già Simeonibus mentre dopo il sisma la Fondazione è stata temporaneamente ospite dell’Archivio di Stato.  

Il posto è un gioiellino, facilmente individuabile. La veranda in noce che si vede da piazzetta del Sole è proprio la sede della Fondazione. In tanti, racconta Barbara, vengono solo per vederla, cosa finalmente possibile grazie alla Fondazione. La sede da ottobre è aperta al pubblico. Oltre che biblioteca è anche sala studio e ospita esposizioni (in questi giorni c’è una tappa della mostra itinerante su Mariani) e, in futuro, questo l’auspicio, eventi, presentazioni di libri, magari anche valorizzando quella piazzetta dal sapore parigino che affascina tutti. In questi anni, infatti, il lavoro è stato sopratutto interno, c’era tutto il materiale da archiviare. 

L’obiettivo è contribuire alla vivacità culturale cittadina con pubblicazioni, studi e ricerche. Non è un caso, evidentemente, che il Maxxi, che non vuole essere una cattedrale nel deserto, si sia subito incuriosito. Sta anche alla città e alle sue istituzioni accorgersi di certi luoghi. Il lascito non basterà per sempre e questi luoghi sono presìdi culturali unici e da valorizzare.

Intanto andate a visitarla, anche approfittando dell’esposizione delle opere di Marcello Mariani. La sede è bellissima, la veranda imperdibile come l’annessa scalinata a chiocciola, un incredibile blocco unico di pietra che porta al piano terra del palazzo. Dentro ci si sente immediatamente immersi nel mondo di de Marchis.  de Marchis Bonanni d’Ocre per la precisione. Sì perché la famiglia de Marchis si unirà con quella dei Bonanni, e Luigi Bonanni più tardi concede a Giorgio di aggiungere Bonanni d’Ocre al cognome. Sulle vicende di casa de Marchis, Giorgio ha scritto uno dei suoi ultimi volumi per Textus, raccontandone, con impareggiabile verve, le vicende attraverso i secoli, dall’arrivo in zona con l’incastellamento spagnolo ai tempi più moderni, dalle vicende dei Bonanni appunto a quelle del palazzo dei Simeonibus. “Non tutti i de Marchis – scrive Giorgio – sono stati specchi di virtù, anzi hanno spesso praticato i vizi capitali, ma selettivamente: lussuriosi, iracondi, superbi benché più che vizi i testimoni indulgenti le considerassero esuberanze caratteriali, molto più raramente, quasi un’anomalia, ingordi, avari, accidiosi e invidiosi”. Di se stesso, nel volume, parla in terza persona, ma sempre con la raffinata e pungente ironia con cui racconta tutte le vicende di queste famiglie: Scapolo, navigatore di molti mari, sarà legato per tutta la vita alla scrittrice veneziana Carla Vasio senza annoiarsi un solo giorno”. Dopo aver tanto navigato, nel 1993 il ritorno in città dove comincia a covare l’idea della Fondazione la cui nascita così racconta: “… considerando quanto sia a dir poco incauto affidare il ricordo di sé e l’adempimento dei propri voti alle inclinazioni dei futuri sopravviventi quando non vi siano altri legami, nessuno, se non una bruta, occasionale, involontaria e disgraziata contiguità biologica… (Giorgio de Marchis) piamente la riscattava dallo squallore destinando la propria parte a sede perpetua di una Fondazione… con il compito di conservare incrementare e rendere accessibile per beneficio pubblico e progresso degli studi il vasto patrimonio bibliografico e documentale di storia dell’arte del XX secolo costituente la propria biblioteca privata che legava alla Fondazione stessa con i propri beni immobiliari e d’altra natura e le rendite da esse derivanti. In tale occasione sceglieva per sé la la divisa H.O M.A.N.T.E.N.U.T.O.” 


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