Natale d’autore con gli scrittori abruzzesi

di Fausto D'Addario | 25 Dicembre 2023 @ 05:44 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
scrittori abruzzesi
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Gli auguri di Natale con racconti e poesie di scrittori abruzzesi: D’Annunzio, De Titta, Dommmarco e Silone.

Non c’è campo nel mondo delle belle lettere che Gabriele D’Annunzio non abbia affrontato. E il Vate ci ha lasciato anche una serie di tradizioni orali e poesie dialettali, rielaborate in terra d’Abruzzi. Ne nacque un unicum: la raccolta “Parabole e novelle“, edite nel 1916. Tra le bellissime favole di Natale, dannunziane e popolari allo stesso tempo, la più suggestiva è sicuramente “La leggenda in terra d’Abruzzo“.

La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca ed eguale, come nel plenilunio, perché il Divino era nato. Dalla capanna lontana i raggi si diffondevano per la solitudine; e la bontà che da quella luna anche diffondevasi intorno co’ raggi era tanta che le terre coperte di neve parevano fiorite di rose e come un immenso rosaio odoravano nella notte. Il bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano del loro fiato che fumava nell’aria gelida, come un aroma sulla fiamma. La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione estatica e si chinavano per baciare il figliuolo. Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni. E vennero anche i Re Magi. Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovine e il Re Moro. Come giunse la lieta novella della natività di Gesù, si adunarono. E uno disse: “E’ nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo?”. “Andiamo” risposero li altri due. “Ma con quali doni?”. “Con mirra ed oro ed incenso. Se accetta la mirra, sarà un beone; se accetta l’oro sarà un ladro; se accetta l’incenso, sarà un santo“. E si misero in cammino. Le mule seguivano i sentieri di montagna, guidate da una stella che procedeva innanzi pè i cieli. Come la stella si fermò sulla capanna, i Re Magi scesero a terra ed entrarono. San Giuseppe e la Madonna stavano in ginocchio d’innanzi alla mangiatoia, dove riposava il Bambino. L’asino e il bue facevano su lo strame un bel passo di danza: e la cornamusa suonava spontaneamente, come pel soffio d’una bocca invisibile. Si avanzarono i Re Magi e afferirono a Gesù Cristo i tre doni. Gesù Cristo li accettò tutti. E, nel tempo medesimo, il Vecchio diventò giovine, il Giovine diventò vecchio e il Moro diventò bianco. Non più si riconoscevano tra loro; e contesero a lungo e si copersero d’ingiurie a vicenda. Chi non tanto si lamentava era il Vecchio diventato giovine. Ma li altri due sopra lui specialmente tempestavano.  Disse il Moro: “Insomma, chi è la causa della nostra discordia? Non è forse l’ambizioso che è nato ora? Facciamogli la guerra“. Li altri due consentirono. E poco dopo incominciarono le persecuzioni. Una seconda leggenda narra che, nel viaggio, i Re Magi contendevano con molta furia; poiché non potevano ancora stabilire chi dovesse essere il primo ad offrire il dono. Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva: “L’oro è più prezioso della mirra e dell’incenso; dunque io debbo essere il primo donatore”. Li altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro. S’inginocchiò a’ piedi del Bambino; e accanto a lui s’inginocchiarono i due con l’incenso e con la mirra. Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia. Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: “L’oro non è per me!”. E quando il Re donatore di oro si levò, i suoi compagni videro ch’egli era diventato nano.

Gesù Bambine nasce

Nche tanta puvertà!

Nen ha né panne, ni fasce,

Ni fuoche pe’ scalla!

La Madonna la remire

E San Giuseppe suspire:

“Tu ce sci nate al monne

Pe’ volecce salvà:

Faceme grann’allegrezze,

Ch’a è nate ‘ Redentore:

E’ ‘nu fiore de bellezze,

E’ ‘nu gra ‘ foche d’amore

“Viènghene li pastore

Pè fagli grand’anore.”

La figlia de Sant’Anne

Pè noi lu sta prienne.

Lu bove e l’asinelle

Lu stanne a riscaldà.

Giuseppe vicchiarelle

De basce se lu vò magnà.

‘N ciele , oh che splendore!

Menete a faglie onore!

Cesare de Titta fece conoscere a D’Annunzio le tradizioni popolari e la poesia dialettale abruzzese che segnarono in modo indelebile i suoi esordi del Vate. Ingiustamente relegato a livello locale, l’opera del De Titta è poesia genuina, viva, che ha bisogno di essere rimeditata e riesaminata. Proponiamo due liriche del poeta di Sant’Eusanio del Sangro molto attuali, scritte nel 1932 a un anno dalla sua morte, perché allora come oggi andavano addensandosi minacciose nubi di guerra.

Anche nell’umile e caro

presepe c’è il senso amaro

d’un sorriso che non si desta,

d’un’ombra che immobile resta.

Vengono coi doni i pastori

ma pare che intorno, nei cupi

boschi un silenzio di lupi

turbi la calma dei cuori.


Paion turbati anch’essi

l’asinello e il bue genuflessi

e non riscaldano col fiato

il Divino che è nato.

I magi nel loro viaggio

hanno smarrito il raggio

della stella d’oriente.

E tra gli angeli tace

e tra gli uomini mente
il canto della pace.

Proprio la pace va sparendo, fra i vani discorsi della classe politica. Il mostro della guerra sta per scatenarsi e il poeta scioglie a Dio un’accorata e tragica preghiera a Gesù bambino, il Principe della pace.

Gesù bambino, la grande

miseria che si spande

sulla terra, fa che non sia

bieca fame, rossa follia.

Fa che nell’angustia oscura

l’umanità vinca la dura

prova e ripigli il lavoro

verso meta più alta e degna,

non illusa dall’insegna

del Vitello d’oro.

L’ortonese Luigi Dommarco fu appassionato cantore della sua città sul mare, che sarà al centro di tutta la sua lirica dialettale. Nei suoi versi, Ortona vievocata nelle sue bellezze naturali, nelle sue piazze e strade, nei suoi riti e nelle sue feste popolari. Dommarco fu tra l’altro autore della celebre “Vola, vola, vola“, oggi canzone popolare abruzzese per eccellenza. Ne “La Viggilie di Natèle“, scritta per il Natale del 1926, descrive i festosi preparativi, con quel suo stile mite e gioviale, con il cuore di eterno fanciullo.

Ha ‘rminute la Natèle

nghe la neve e nghe la piove,

fest’antiche e siempre nôve,

gni l’amore di Gisù.

Ogge è fest di lu core,

ogge è feste di famijje,

chi l’assomme l’alligrijje

che stu juorne port’a nnu?

Pe la stède è n’affrettarse

pe la chèse è nu rumore

di tijelle, di frizzore,

di uajjune d’assurdì.

Lu Prisèppie alluminète

nghe la rozza capannelle,

nghe lu Sante Bambinelle

mi fè tutte ‘ntinirì.

Mammaròsse z’ariscalle

all’antiche fuculère,

chiù di là li scupinère

stè finènne la Nuvé.

Chi stè ffrijje, chi cucine,

qua zi cante, là zi sone,

di massére ogni pirzone

la Natèle vo’ gudé.

I’ cuntente nu salute,

n’augurie affettuvose,

pe sta festa luminose

facce a tutti gna ci vo’.

Di Natèle biniditte

lu Bambine ce ne manne

a lu mene pe cent’anne,

ma riunit’accomme mmò.

Con Ignazio Silone ci avviciniamo a una sensibilità più vicina ai nostri giorni. È del 1963 un racconto che faceva parte di un testo, “La Terra e la Gente”, nel volume “Abruzzo“; tra nuovi costumi che si diffondono e tradizioni antiche, lo scrittore di Fontamara ci coinvolge in una riflessione sul senso del Natale e delle tradizioni familiari. La modernità, il progresso, le tecnologie hanno portato miglioramenti e benessere, ma qualcosa rimaneva sommerso dal rumore e dalle luci accecanti di queste feste. C’era qualcosa di poco convincente per Silone in questo “nuovo” Natale. E il suo cuore non può che riandare alla sua infanzia a Pescina e a quell’usanza di lasciare la porta di casa socchiusa dopo la messa della notte. Un messaggio di solidarietà che arriva al cuore dei nostri tempi.

In un angolo della piazza si trovavano assiepati contro il muro numerosi alberelli da abete; due giovanotti ne stavano contrattando la vendita con varie persone: mostravano le singole piante, ne vantavano la bellezza. “Da quanto tempo c’è questa usanza?”, domandai ai miei amici. Mi fu risposto che qualche albero di Natale cominciò a vedersi dalle nostre parti un paio d’anni prima della guerra. L’esempio fu imitato e per finire, almeno nelle famiglie con bambini, esso è ora considerato obbligo. Ovviamente mi fu spiegato: “non si dà all’illuminazione dell’albero il significato che ha nei paesi nordici, cioè festa del solstizio d’inverno e della luce che risorge. Anzi generalmente quella simbologia non la si conosce”. L’albero è stato accettato come ornamento, come un lusso. “Se l’hanno i figli del vicino, perché non i miei?”. Non per questo è stato abbandonato l’uso del presepe: al contrario, adesso se ne fanno di molto più belli. Anzi l’ultima novità è l’illuminazione automatica della capanna e della stella che guida i re Magi. Vi sono poi regali. “Eh, si spendono per i regali somme pazzesche”. Chi non ne ha fa debiti rilascia cambiali. […] Di conseguenza pochi pensano ancora a mettere il ciocco nel camino; anche il camino d’altronde è destinato a scomparire. Chi ha una casa nuova con la stufa e i fornelli non lo rimpiange. Francamente è raro, quando tira la tramontana, che un camino non riempia la casa di fumo. “Tu rimpiangi il camino?”, mi fu chiesto. “Non è certo il camino che rimpiango”, gli risposi. Non mi riuscì di aggiungere altro. Verso sera, mentre tornavo a Pescina, d’un tratto l’automobile fu avvolta dal nebbione che dal Fucino risaliva ai colli; rallentai la corsa. Solo a intermittenza mi riusciva di scorgere alla mia sinistra sulle pendici dei monti le deboli luci di Aielli, di Cerchio, di Collarmele. Alla mia destra è il lungo campo rettangolare che costeggiava la strada: quello era una volta l’inizio del tratturo. “Non si può rimpiangere il tratturo”, pensai; non il tratturo, non il calesse, non la lucerna a olio e non il ciocco messo ad ardere nel camino la notte di Natale. Ma oltre al ciocco vi era in Abruzzo qualche altra antica usanza natalizia, che era assai più di un’usanza, un certo modo di rivivere l’evento, di cui non sapevo la sorte. Quando, dopo la messa di mezzanotte, si tornava a casa, il padre lasciava socchiusa la porta d’ingresso; la madre ci spiegava che da mezzanotte la Santa Famiglia vagava per il mondo, al fine di sfuggire agli sbirri di Erode che avevano l’ordine di uccidere il bambino. Bisognava dunque che in caso di pericolo la Santa Famiglia potesse – senza perdere tempo – rifugiarsi nella casa più vicina, per questo la porta doveva rimanere aperta, il camino acceso tutta la notte e il tavolo apparecchiato con buone provviste; il fatto che il medesimo racconto ci era stato già narrato l’anno precedente non ne diminuiva l’attendibilità. La storia sacra è appunto una storia perenne. La nostra notte di Natale trascorreva di conseguenza nell’insonnia e nell’ascolto più ansioso: il minimo rumore ci faceva trasalire; non era necessaria una grande sensibilità per rimanere profondamente commossi all’idea che Maria e Giuseppe col neonato stessero per rifugiarsi in casa nostra. Se ne riceveva un’impressione che probabilmente avrebbe lasciato qualche traccia per il resto della vita. Soprattutto un concetto, piuttosto pessimistico, sulla sorte dell’innocenza del mondo e una buona disposizione alla solidarietà verso i perseguitati.


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