di Emanuela Medoro – La chiave di comprensione del significato del film, “NAPOLI VELATA” di Ferzan Ozpetek è “Il Cristo Velato” di Giuseppe Sanmartino (1753), situato nella Cappella Sansevero, mostrato al termine del film. Il “Cristo Velato” è uno dei simboli più popolari di Napoli, la velatura tutta di marmo, a lungo oggetto di discussioni, può ben rappresentare i misteri e i segreti di Napoli. Il film si svolge in un alternarsi di scene di vita napoletana, che velano o disvelano la realtà. Tutte forti e coloratissime, ricche di particolari significativi, colpiscono il cuore e la mente. Non narro la trama, mi fermerò solo su alcune scene che descrivono come F. Ozpetek vede Napoli.

La protagonista, l’attrice Giovanna Mezzogiorno, è un medico anatomo-patologo, vive ogni giorno a contatto della morte, e ne spiega le cause con preciso linguaggio scientifico. Come nella tradizione delle antiche tragedie greche, lei fonde nella sua vita thanatos e eros, quest’ultimo vissuto con partner casuali in un silenzio interrotto da pochissime parole, rappresentato in maniera esplicita assai, disvelata. Violenta la morte del suo ultimo uomo. Amante, amico, fidanzato, compagno? Svelato il movente del crimine, non l’autore. Violenta ed esplicita anche la morte dei suoi genitori, avvenuta quando era ancora una bambina che osservava il mondo intorno a sé, e ne rimaneva segnata.

Lei unisce dunque in sé la cultura scientifica e le tradizioni antiche, popolarissime e superstiziose della gente di Napoli. Per capire meglio i fatti della sua vita, si reca da una veggente. L’ anticamera del locale in cui l’indovina riceve è affollata tanto da richiedere la macchinetta che regola la fila con i numeri. Lì, uomini e donne di tutte le età attendono disciplinatamente il loro turno per arrivare a sentire i responsi della indovina, velatissimi questi, oggetto di discussioni fra amici per capirne il significato occulto. Velato anche il parlare di un amico di lei, Pietro, un vecchio gay interpretato da Beppe Barra, portatore di saggezza e cultura decifrabili solo da pochi intimi. Velato il parlare, ma svelata la morte improvvisa in un affollatissimo mercato. Per quelli come lui, la scena del rito napoletanissimo e noto a pochi, del parto dei maschi.

Gli interni domestici fastosi, dalle tinte scure o poco luminose, rappresentano la Napoli barocca, nascosta da mura esterne fatte di mattoni ingrigiti dalla polvere del tempo. Arredi, stucchi dorati, dipinti, tappeti, porcellane, tendaggi di velluti pesanti, ed anche giardini fioriti visibili oltre qualche vetrata, narrano il benessere di pochi, le abilità artigianali di tanti, vite segrete e nascoste.

Comprensibilissima ed esplicita, invece, indicativa degli aspetti più moderni di Napoli, la scena che si svolge nella fabbrica dei vestiti. Un capannone immenso, con file di tavoli attrezzati, intorno ai quali gruppi di uomini e donne tagliano e cuciono, a mano anche, in una sorta di dimensione industriale dell’artigianato locale, che non cancella e annulla la creatività individuale, anzi dà ad essa una dimensione più ampia. Bellissime anche le scene che si svolgono nella coloratissima e moderna metropolitana.

Frase finale della protagonista: “Tutto quello che si dice, ma non c’è la prova, diventa leggenda”. Un film per gli innamorati di Napoli.

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