Morì sotto le macerie, tribunale civile condanna la presidenza del Consiglio

Il Governo dovrà risarcire i famigliari del macedone Refik Hasani: decise di restare in casa dopo le parole "tranquillizzanti" del vice capo della protezione civile

di Marianna Gianforte | 11 Maggio 2022 @ 06:03 | CRONACA
sentenza presidenza
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L’AQUILA – Il tribunale civile dell’Aquila in composizione monocratica condanna la presidenza del Consiglio dei ministri ha risarcire i famigliari di Refik Hasani, vittima del terremoto del 2009. L’uomo, muratore originario di Senokos, in Macedonia, morì a 42 anni sotto le macerie della sua abitazione nel Comune di San Pio delle Camere, per essere stato ‘tranquillizzato’ dalle parole dell’allora vice capo del dipartimento nazionale della protezione civile Bernardo De Bernardinis, unico condannato in terzo grado di giudizio nel processo alla commissione Grandi Rischi che con la sentenza della Cassazione il 20 novembre del 2015 confermò il giudizio d’appello condannando il vice di Guido Bertolaso a due anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni.

Con la sentenza emessa ieri, martedì 10 maggio, il tribunale civile dell’Aquila condanna ora la presidenza del Consiglio dei ministri a pagare 170mila euro (oltre agli interessi) in favore del figlio di Hasani, Ljulzim, e 50mila euro oltre agli interessi, in favore di Lulzana Hasani, Ermir Hasani, Bukurije Hasani, rispettivamente coniuge, figlio e fratello della vittima, oltre alle spese – poco più di 5mila euro – rispettivamente per i due legali, Massimo Costantini per Ljulzim, e Ubaldo Lopardi, avvocato degli altri famigliari. La presidenza del Consiglio ha ora un mese di tempo per la citazione in appello. 

Il processo parte nel 2017, quando Ljulzim decide di portare in giudizio la presidenza del Consiglio dei ministri, struttura direttamente dipendente dalla presidenza del Consiglio, ritenendola responsabile per la morte del padre nella loro casa di San Pio. Il giovane, infatti, riteneva che il padre conoscesse molto bene “le cautele autoprotettive da adottarsi in caso di terremoto”, come si legge nel dispositivo, essendo nativo della Macedonia e residente in Croazia prima del trasferimento a San Pio delle Camere, “zone altamente sismiche”, e sapesse bene della necessità di abbandonare l’edificio al verificarsi delle scosse. Atteggiamenti, riporta la sentenza ricostruendo il fatto, che il muratore aveva sistematicamente messo in atto sin dall’inizio dello sciame sismico, nel 2008, nonché in occasione della forte scossa del giorno del 30 marzo 20009.

Nella memoria difensiva, viene specificato, appunto, che Refik, aveva ascoltato l’intervista rilasciata al giornalista Gianfranco Colacito sull’emittente locale TV1 dall’allora vicecapo del dipartimento della protezione civile De Bernardinis. Il dispositivo del tribunale chiarisce, poi: “De Bernardinis esponeva come lo sciame sismico in atto, inteso come il continuo succedersi di numerose scosse, costituisse un fenomeno favorevole, implicando uno ‘scarico di energia’ sostanzialmente preventivo di un evento tellurico di elevata intensità e che quindi non vi fosse pericolo”. Una comunicazione che avrebbe indotto Refik ad abbandonare le cautele precedentemente adottate, ad esempio, dormire nella propria in auto o nel furgone usato per lavorare per poi, la sera del 5 aprile, restare dentro casa nonostante le due scosse precedenti a quella tragica delle 3,32. Mentre figlio e nipote, proprio in seguito alla scossa della mezzanotte, avessero deciso di passare la notte in macchina. Per il figlio di Refik, dunque, il dipartimento di protezione civile (e quindi della presidenza del Consiglio dei ministri) è responsabile del fatto che il ‘funzionario’ De Bernardinis, rilasciando dichiarazioni sbagliate e rassicuranti, avesse portato la vittima a decidere di restare in casa. Dove, poi, ha trovato la morte. Di qui, dunque, la condanna e la richiesta di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali.

La sentenza di ieri del tribunale civile ripercorre l’incedere dei fatti intorno alla riunione della commissione Grandi Rischi avvenuta all’Aquila il 31 marzo del 2009, su richiesta del capo della protezione civile Bertolaso e sotto la forte pressione della popolazione aquilana, stremata da un sciame sismico che durava da circa sei mesi. La commissione si riunì con l’intento di fornire informazioni scientifiche e attendibili sullo sciame in corso, prima della quale il vice capo della protezione civile De Bernardinis rilascia le sue dichiarazioni all’emittente televisiva aquilana. Facendo passare l’idea, “oltre tutto presentata come una affermazione scientifica consolidata e ribadita”, che la sequenza sismica in atto avesse una valenza positiva, di “scarico di energia che sostanzialmente previene eventi di magnitudo più intensa” (si legge ancora nel dispositivo del tribunale).

A conferma della tesi della responsabilità che le parole del funzionario della protezione civile hanno avuto sul comportamento del famigliare, il tribunale ha anche ascoltato alcui testimoni che hanno confermato l’abitudine della vittima – prima di quella riunione – di uscire di casa al verificarsi delle scosse. Abitudine abbandonata dopo aver ascoltato l’intervista del vice capo della protezione civile.

Il tribunale ha respinto, dunque, le domande di risarcimento del danno patrimoniale e di risarciento del danno biologico patito dalla vitima. E dunque la giudice del tribunale dell’Aquila, Monica Croci, ha accolto parzialmente la domanda del figlio di Refik, Ljulzim, e le domande degli intervenuti e condanna la presidenza del Consiglio dei ministri a pagare 170mila euro in favore di Ljulzim Hasani, e al pagamento di 50mila come in parte motiva in favore di ognuno degli intervenuti: Lulzana Hasani, Ermir Hasani, Bukurije Hasani.


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