L’AQUILA – In laboratorio arrivano materiali segnati dall’uso, roba che altrove finirebbe in un sacco nero. Stefano Ciammitti li prende, li tratta, li rimette in forma: da lì nasce la sua idea di costume, portata fino alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Milano Cortina 2026. Aquilano di origine, figlio di Mario, ingegnere impegnato in una serie di incarichi legati alla ricostruzione post-sisma, Ciammitti mette in fila un lessico che, qui, ha un peso diverso: scarti, detriti, recupero, restyling.
“Detriti” e recupero: una parola che qui pesa
Per le Olimpiadi ha firmato un progetto costruito su materiali destinati al macero, tessuti tecnici e imbottiture legate all’immaginario invernale. I costumi realizzati sono oltre 250, tra principali e corpo di ballo. Il riferimento dichiarato è la sfilata di Alexander McQueen “Horn of Plenty”. “La cornucopia è un’immagine di abbondanza, ma qui è l’abbondanza dei rifiuti: quello che il consumismo produce, anche nella moda”.
Durante l’intervista, sul parallelo con una città colpita da una catastrofe come il terremoto, Ciammitti frena: “Non saprei fare questo paragone perché non è il mio mestiere”. Poi però aggiunge: “Però sempre di detriti, di rovine si parla, nel senso di ricostruire qualcosa dopo che è venuto meno”.
Anti-fast: meno cose, fatte meglio
Il discorso si sposta sul fast fashion e sul surplus produttivo, anche nell’alta moda. “Possiamo dire che siamo anti-fast. L’idea è usare meno vestiti, ma belli, buoni, senza seguire quella malattia di dover avere sempre e buttare”. Una posizione che parte da un’evidenza: “Anche nell’alta moda c’è un surplus di produzione, per questo viviamo un momento di crisi”. Il progetto olimpico è partito un anno fa. “Abbiamo iniziato un anno fa a preparare tutto”. Ciammitti racconta un confronto continuo con chi ha curato la cerimonia e con la macchina produttiva. “Ci siamo confrontati in modo piuttosto libero, però serviva un filo conduttore che unisse tanti vestiti. Ho cercato di proporlo io ed è stato subito accolto, anche perché c’è il tema della sostenibilità di queste Olimpiadi”.
Cinema e tessuti: il lavoro invisibile
Nel percorso di Ciammitti pesa molto il cinema. A partire da Io Capitano di Matteo Garrone. “Ho firmato tutti i costumi del film. Anche quando non sembra, è tutto molto studiato”. E torna una pratica tipica del reparto costumi: l’invecchiamento dei capi. “Noi facciamo anche invecchiamenti: lavoriamo il tessuto per farlo sembrare più distrutto, più lacerato”. Un metodo che ritrova anche nel progetto olimpico, dove il “vissuto” diventa elemento scenico. Tra le esperienze più recenti Buen Camino, film campione di incassi con Checco Zalone.
L’aquilano senza bandierine
Ciammitti dice: “Sì, la mia famiglia è proprio aquilana”. Non la usa come posa. Resta sullo sfondo, come certe cose di casa che non si spiegano. Ma quando parla di recupero e di “detriti”, la distanza tra un laboratorio di costumi e i cantieri della ricostruzione si accorcia, almeno per un attimo. Ciammitti (1989) è costumista e disegnatore. Aquilano, figlio di Mario, ingegnere impegnato in incarichi legati alla ricostruzione post-sisma. Ha lavorato per cinema, tv e teatro, collaborando a produzioni e serie come La Legge di Lidia Poët. In ambito lirico ha curato i costumi de La Straniera di Vincenzo Bellini al Maggio Musicale Fiorentino. Per la chiusura delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 ha progettato oltre 250 costumi basati sul recupero e sulla trasformazione di materiali destinati allo scarto.











