Migranti, la storia del cimitero dei ‘senza nome’ di Lampedusa

di Marianna Gianforte | 07 Novembre 2022 @ 06:06 | CULTURA
senza nome
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L’AQUILA – Sono ‘i senza nome’, gli ‘ultimi’, gli uomini, le donne, i bambini senza identità e senza storia inghiottiti dal mare, o morti una volta sbarcati a Lampedusa, l’isola più accogliente del mondo, la più a sud di tutti i confini italiani. Sono le loro storie che emergono dalle lapidi del cimitero della piccola isola e che il giornalista e filmaker Francesco Paolucci ha messo al centro di un documentario di 30 minuti prodotto dalla fondazione ‘Barba Varley Ets’, presentato mercoledì 2 al palazzetto dei Nobili. Uno degli appuntamenti proposti dal calendario del ‘Festival delle culture’ realizzato da ‘L’Aquila Film Festival’ in collaborazione con il dipartimento di Scienze umane, del Centro linguistico dell’università dell’Aquila e il Centro culturale ‘Le Officine’ di Fontecchio, per offrire uno sguardo diverso sull’umanità.

Il lavoro di Paolucci è un viaggio nel cimitero di Lampedusa, dove sono sepolti, insieme agli abitanti, anche i migranti morti in mare nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Migranti senza identità, dei quali non si sa nulla, i fili delle loro vite sono stati spezzati all’improvviso e chissà se, dall’altra parte del mare, c’è qualcuno che li sta ancora aspettando. Storie che suonano più vicine che mai proprio nelle ore e nei giorni in cui al largo delle coste siciliane centinaia di migranti stipati nelle navi delle ong aspettano, sognano e forse si illudono di poter scendere a terra dopo molto tempo in mare in condizioni estreme. A loro bisognerà spiegare che, per disposizioni del Governo italiano, soltanto una parte potrà toccare terra: i più fragili, i malati, le donne incinte. Per gli altri il destino sarà di tornare in mare aperto.

Lapidi senza nome, solo la data di morte e qualche indicazione sulla probabile origine. Il documentario racconta la storia dei senza nome attraverso le azioni di Modou Lamin, un giovane partito dal Gambia con il sogno di fare l’artista. Ha fatto quel viaggio ed è riuscito ad arrivare in Italia, dove vive e lavora da sei anni. E’ tornato a Lampedusa per dare una dignità, attraverso la sua arte, alle lapidi dei ‘senza nome’.  “Un viaggio – spiega la sinossi del documentario – in un luogo che sta diventando, nonostante tutto, simbolo di integrazione, resistenza e memoria collettiva attraverso le voci di Modou Lamin e delle persone che, insieme a lui, si prendono cura del ricordo di questi esseri umani senza identità”.

“La fondazione fa un grande lavoro sui migranti morti senza identità nel tentativo di raggiungere l’Europa e sepolti a Lampedusa. Un cimitero particolare, a sua volta inserito in un’isola particolare, che sembra avere due facce: quella della vita ‘normale’, del turismo, della vitalità; e quella drammatica degli sbarchi ma anche della morte di coloro che vengono letteralmente risucchiati dal mare. Un’isola, Lampedusa, che è un faro di speranza negli occhi di persone che fuggono, un punto d’arrivo, un posto in cui vivere lontano da fame e persecuzioni”.

Nei dieci giorni di lavoro a Lampedusa, al fianco del gornalista anche il fotografo Andrea Mancini, che oltre a scattare una serie di foto emblematiche del contesto dell’isola e del suo cimitero, ha anche curato, insieme a Valentina Equizi per l’elaborazione artistica e la grafica, una mostra fotografica che accompagna il documentario e allestita al palazzetto dei nobili. La mostra si compone di una serie di scatti che fanno parte di un reportage sul cimitero di Lampedusa sui quali è stato realizzato un intervento artistico. “Il dialogo tra questi due linguaggi, grafico e fotografico – spiegano i due artisti -, amplifica un racconto che risulta essere urgente, dando spazio a molteplici letture e interpretazioni. Gli spazi della mostra diventano uno luogo di condivisione, attraverso il quale porsi domande, più che cercare risposte, per interrogarsi sul momento storico che tutte e tutti viviamo”. 

 

 


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