Mercato in piazza Duomo, amarcord dolce e amaro

di Isabella Benedetti | 25 Maggio 2022 @ 06:01 | Punti di svista
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Il ricordo del mercato in piazza Duomo è il ricordo dolce e amaro della nostra passata quotidianità, ci strappa un sorriso, ma al tempo stesso, è un pensiero che si vela di malinconia.

E’uno spaccato della nostra storia che non tornerà più. I confini temporali della memoria tracciano un ante e un post sisma. Tutto dal terremoto è cambiato, inesorabilmente.

La “spesa in piazza” era ripetere una routine di gesti e di passi, era calpestare un suolo dove ogni cosa aveva una sua collocazione. “Il Bersagliere”, con il suo furgone, apriva il sipario della biancheria intima proprio nel posto che, a settembre, accoglieva il teatrino dei burattini dei F.lli Ferraglioli. C’erano la bancarella della merceria e quella dei vestiti, quest’ultima offriva imitazioni, a buon prezzo, delle griffe delle vetrine dei negozi blasonati tutti intorno. L’uomo alto delle uova che strappava i giornali. Mani grigie d’inchiostro, ripiegato nella sua piccola postazione dimezzava le pagine dei quotidiani per ottenerne la giusta dimensione per incartare le uova. Intervistato da una giornalista per un servizio televisivo sul mercato, disse che i giornali mica li leggeva mai, li strappava solo, incurante di tutti quegli articoli, titoli cubitali, paroloni, delle facce dei politici, delle attrici, gli sportivi e le storie di pallone. Tutti omologati per lui e finalizzati ad uno scopo, incartare le uova. C’era l’uomo dei caci, del miele, la signora gentile dei fiori.

Camminare per il mercato era inebriarsi di colori, di suoni, di odori.

Cuore pulsante della città, il mercato di piazza Duomo era crocevia di moltitudine varia: di trattative, di incontri, di curiosi, di passanti senza particolare ragione. Il mercato contadino è stato sempre lo specchio dei tempi che cambiano, la cartina tornasole delle evoluzioni sociali e dei progressi economici. Dal 1300, anno in cui partì, il mercato della piazza ne ha viste di mutazioni, è stato scenario dove il “vecchio” si è fuso man mano con il “nuovo”. Il furgone rosso di Gianni, a piedi piazza, che spandeva nell’aria odore di fritto e polli arrosto, chiudeva le fila di un corridoio di contadine, gonne lunghe, grandi grembiuli, facce cotte dal sole. Queste erano l’anima di un contado ancora vicino e reale, di un’economia agricola povera che ha ceduto il passo alla filiera globalizzante delle multinazionali. Gli ortaggi e la frutta che vendevano, però, avevano un altro odore e sapore, quello genuino e sano che mani esperte sapevano trarre anche dalle zone più impervie. Il motivetto caraibico partiva dall’alto della piazza, annuncio di un nuovo tormentone, sbeffeggiando il suono serio e ferroso delle stadere, armeggiate con abilità da mani ruvide, dure, spaccate e secche come la terra d’agosto. I palazzi importanti, le chiese, i negozi tutti intorno hanno fatto da cornice al mercato., dicotomie urbane e, insieme, commistioni di vite. Ogni faccenda poteva essere sospesa un attimo per la preghiera al Santo protettore. Chi lavora al mercato conosce il sacrificio vero, la fatica, le levatacce mattutine, l’esposizione al freddo, alla pioggia, al vento, al solleone. Io, ogni giorno, andavo al mercato in piazza Duomo, ma quando il sole era alto e scaldava il chiacchiericcio benevolo degli anziani alla “Puglietta”.

Ho sempre sognato per la mia città un mercato coperto, che potesse riparare dal caldo e dal freddo queste realtà, che fosse posto protetto di incontri, di scambi, di trattative. Quando ripenso al terremoto il ricordo si associa subito al mercato e alle scuole. Penso con tristezza al grande capitale umano perso, mi crea un profondo senso di angoscia l’analisi mentale dell’eventualità del terremoto in pieno giorno. Per questo motivo ritengo che il mercato in piazza non possa più essere svolto nella quotidianità e nelle modalità di un tempo, ma solo saltuariamente per particolari eventi e ben ragionati. Qualche piccola realtà di mercato ha trovato collocazione in città, ma sull’onda di altre iniziative da più parti d’Italia, sarebbe bello progettare una struttura che, in maniera adeguata e assolutamente sicura, possa permettere di continuare la nostra abitudine di gesti e di passi.


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