Maschere e pochi volti per il Carnevale di oggi

L’Aquila vive un Carnevale breve, con una spina nel cuore.

di Isabella Benedetti | 07 Febbraio 2024 @ 05:00 | Punti di svista
Maschere e volti Carnevale
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“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”, scriveva Luigi Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”, a sottolineare come l’apparenza dominasse la sostanza, come la maschera fosse il filtro delle reali emozioni nelle relazioni sociali.

La maschera è utilizzata per sopravvivere in un mondo cinico, crudele, dove mostrare il proprio essere è considerato un atto di debolezza in una jungla dove domina la legge del più forte.

Se Pirandello rivivesse ai giorni nostri, al tempo dei “social”, probabilmente direbbe, scattandosi un selfie, “Accidenti, siete peggiorati”! Mostrarsi, mostrare l’apparente meglio di sé in una stereotipata maschera di omologazione sociale, è accontentarsi della scatola vuota, dove all’interno il contenuto si è smaterializzato.

Tra un po’ di giorni sarà Carnevale, quale quindi il valore della maschera? E’ sorprendente scoprirne le tante sfaccettature, insieme alle origini del Carnevale, la festa più irriverente dell’anno, che mescola matrici religiose e pagane, riti propiziatori a momenti catartici dell’essere. La maschera ha funzione di amplificatore emozionale sin dalle origini del teatro. Gli attori usavano la maschera per marcare con più forza i tratti caratteriali dei personaggi. Il significato etimologico della parola maschera, d’altro canto, deriva dall’arabo “mascarà” e indica lo scherno, la satira, lo scherzo che trova in questo caso giustificazione. Il Carnevale, dal latino “carnem levare”, sancisce con il martedì grasso la fine della festa e l’inizio della quaresima, è l’approvvigionamento fisico e spirituale, una propedeutica preparazione al digiuno e all’astinenza. Anticamente nel mondo agropastorale, i contadini erano soliti indossare maschere ed effettuare riti benauguranti per salutare l’imminente bella stagione con l’auspicio di un buon raccolto. Ma il Carnevale ha nascita ancora più remota e l’origine dei travestimenti risale al periodo greco-romano: gli antichi greci in occasione dei “riti dionisiaci” e i romani durante i “saturnali”. Era un momento di trasgressione in cui si sovvertiva l’ordine sociale. Qui la maschera serviva per nascondersi, per perdere la propria identità nelle rivendicazioni popolari. La scala gerarchica sociale, nei Saturnali veniva ribaltata. Era il momento in cui i poveri potevano fingersi ricchi e i nobili e i benestanti indossare umili abiti e mescolarsi tra la folla. E’ il tema, sempre attuale, de “Il principe e il povero” di Mark Twain. E’ entrare nei panni dell’altro per vivere un’esperienza di vita diversa, lontana dalla propria routine e che aiuta ad alleviare le pene esistenziali. Forse, in questo caso, la maschera dice la verità, non mente, non nasconde. Come in psicoterapia, al contrario, fa apparire, mostra aspetti di sé che vengono spesso celati. Le persone manifestano ciò che vorrebbero realmente essere.

L’Aquila, dal canto suo, vive un Carnevale breve, con una spina nel cuore. Chi nasce e vive in questa città, nasce con un lutto da osservare. Nel febbraio del 1703 un rovinoso terremoto ha distrutto la città e ucciso tantissime persone. Lo stemma della città con i colori nero-verde ricordano proprio il nero del lutto e il verde della speranza, ma nel periodo di Carnevale quel nero sembra abbia uno spessore e peso maggiore. Sono poche le feste in questo periodo, perlopiù private, sottotono e sottovoce. Ricordo però la festa dei bambini al Circolo aquilano. Sono di quell’ultima generazione che ha vissuto la “festa dei moccoletti”, il giovedì grasso. Quelle stanze austere risuonavano una volta l’anno delle risa e dei giochi dei bambini, in un mare di coriandoli e di stelle filanti. Finita la festa, quelle stanze tornavano alle solite occupazioni, i battiscopa restituivano mesi dopo qualche coriandolo a ricordo della leggerezza di quel giorno. Forse si dovrebbe superare questa vecchia ristrettezza legata al Carnevale che dovrebbe avere più considerazione e tempi più lunghi. E’ il diritto di chi è chiamato a superare le numerose criticità subite in questa citta, è il diritto dei bambini. Lanciamo in aria, quindi, i nostri coriandoli, come gli antichi greci lanciavano fiori per festeggiare una vittoria di guerra, con un senso nuovo di rinascita e di gioia. Spesso occorre un attimo di sana follia per vivere e alleggerire la vita.


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