Mario Narducci e il suo itinerario della memoria: Via delle Bone Novelle. Racconti in quarantena

di Gianfranco Giustizieri

di Redazione | 10 Maggio 2021, @06:05 | RECENSIONI
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L’AQUILA – In una fredda primaverile serata aquilana essere in compagnia del crepitio legnoso alimentato da piccole lingue di fuoco ondeggianti nel camino. Tra le mani un libro. E lì, seduto in un’accogliente poltrona, leggere storie di vita, memorie di un tempo passato, sprazzi di città quasi dimenticati.

   Così poter viaggiare a ritroso nel tempo, inoltrarsi in percorsi conosciuti, ma sbiaditi nella memoria o varcare i propri confini per altre realtà in terre lontane dove sono nati altri racconti, perle di vita e di leggenda.

   Allora un piacere personale ti prende, pagina dopo pagina: avvicinare ambienti sconosciuti, ricordare, strappare dall’oblio ciò che si era dimenticato, ridare lampi di luce al proprio tempo della memoria, sorridere al flash narrato; infine dire a sé stesso: “Io c’ero, è vero, mi ricordo”.

   Impressioni dolci e malinconiche che si alternano, un turbinio di volti e luoghi che si conoscono o riconoscono, un continuo tornare indietro per riflettere su ciò che fu, un andare oltre per donarci sconosciute esperienze, tutto questo ed altro ancora: pagina dopo pagina, racconto dopo racconto.

È il bel libro di Mario Narducci, Via delle Bone Novelle. Racconti in quarantena, IAED Edizioni, 2021, che ci conduce in questo itinerario della memoria.

Già il titolo apre alla suggestione per una antica leggenda aquilana, quel «Via delle Bone Novelle», strada vera, in seguito così denominata, percorsa quasi ottocento anni fa da un anonimo soldato per portare in città l’annuncio della vittoria sull’esercito di Braccio da Montone. Allora una buona novella, ora un dono offerto a puntate dapprima agli utenti di Facebook in tempi di pandemia (la brevità dei racconti dettata da questa esigenza) e successivamente confezionato per gli amanti del libro. E tanto per rimanere in similitudini viarie, la bella copertina di un grafico molto vicino all’autore: il figlio Francesco Maria. Segnali di richiamo ai racconti e colori vivaci nel mezzo, poi l’accenno figurativo sull’autore che apre al testo con tutte le sue storie.

Quarantaquattro racconti, anzi quarantaquattro novelle perché: “ […]. Le qualificano tali, infatti, gli elementi fondamentali propri di questo genere: la piacevolezza del raccontare e la rappresentazione della condizione umana; i protagonisti sono esseri umani presi dalla realtà; i contenuti sono verosimili; lo stile, brillante, è breve ed essenziale; la finalità non è per forza morale. […]” come Liliana Biondi scrive nella significativa Prefazione.

È difficile tracciare un percorso di lettura senza citare ogni singola novella, ma ciò è impossibile in poche righe di commento. Allora tre vie preferenziali: la poeticità della narrazione, la città dei “pazzerelli”, i luoghi della memoria.

Non bisogna dimenticare che Narducci, oltre ad essere un narratore, è un poeta vero e molte delle sue novelle manifestano in prosa questa vena creativa come nella bellissima e rappresentativa  Neve d’aprile. Un personaggio misterioso si distacca, giorno dopo giorno, da ogni realtà quotidiana quando all’improvviso: “[…]. La nevicata d’aprile lo colse davanti alla finestra. […]. Non c’era soffio di vento ad arruffarla. Silenziosa cadeva nel silenzio delle cose. Una musica non udita la trasportava come per una danza. Non era frenesia di vortice ma un lento ballare in coppia. […].” La neve improvvisa gli apre la finestra dei ricordi e lui si lascia andare in quella lontana infanzia che non c’è più: […]. Era felice, pensò, come non lo era più stato. […] La felicità è uno stato transitorio. Attimi interrotti dal dolore. È la beatitudine che dura per sempre, perché è quiete dell’anima che viene da Dio e vive di innocenza. La neve d’aprile non cadeva più. L’uomo si scosse di colpo, il suo volto allontanò ogni cenno di sorriso. Tornò a sedere in poltrona, il plaid sulle ginocchia. Gli altri non lo sapevano, ma era beato.”

Una prosa fortemente evocativa in cui fiocchi di neve danzanti dal valore simbolico lo riportano a visioni espressionistiche di lontane realtà vissute. Così in altre novelle, La donna velata, L’Angelo muto, Il vecchio papa, tanto per citarne alcune, dove i vari elementi narrativi si fondono in un’atmosfera unica tra passato e presente, tra solitudine e dolore e arrivano a toccare molti dei vari personaggi disseminati nel libro: il Patrizio con la sua ossessione, Hans e i suoi tormenti, Riziero che era vento e altri ancora.

Una seconda riflessione va direttamente ai molti protagonisti, quei personaggi che la scrittrice Laudomia Bonanni ebbe a denominare pazzerelli in un famoso elzeviro del 27 aprile 1963 su «Gazzetta del Popolo» (Una piccola libera pazzia): “La mia città è piena di pazzerelli (ma del resto n’è pieno il mondo e non è a dire che non lo si sappia). Nei vicoli i bambini li rincorrono con gridi, la gente del vicinato si fa sugli usci. Pazzerelli è il nome popolaresco che esprime una sorta di fatua allegria, un che di estremamente librato, un’innocenza primordiale”.

Pazzerelli diversi in un tempo diverso quelli di Narducci, ma tutti dalla stessa provenienza popolare, girovaghi perenni dentro le mura cittadine, conosciuti dalla gente che su di loro ha creato una narrativa orale fatta di frasi, fantasie, tic e misteri, direi quasi un’epica del marginale. Comportamenti, atteggiamenti, parole fuori dalla nostra quotidianità, ma che Narducci raccoglie sapientemente nella consapevolezza di altre realtà umane di cui spesso non si riesce ad accettare una dissimile normalità di vita nella quale ognuno può trovare la propria felicità o una perenne disperazione. Una angosciata esposizione dolorosa come in La donna velata (“sembrava venuta dal nulla, per tornare nel nulla”); una purità dell’anima come un fanciullo in Riziero (“era fragile come un filo d’erba delle sue montagne e candido come un bambino”); una ostilità per autodifesa in La donna senza nome (“era un riccio inarcato pronto a scagliare aculei”); una presenza serena ed invasiva in Libero (“un solitario che, le palpebre a fessura, osservava tutto senza vedere nulla”); ancora Peppino, Fortunato, Peppe, Maria, Spasimante …, per ognuno una novella/racconto, a ciascuno il riconoscimento della propria originalità.

Infine i luoghi della memoria. L’Aquila di una volta, un respiro profondo, un rimpianto per ciò che non c’è più sottaciuto e non manifesto, ma che si coglie nelle singole frasi, nelle parole, nei flash d’immagini: Piazza Duomo, le due chiese, il telone delle bancarelle, i venditori del mercato, le campane che suonavano musica sacra nella mattina di domenica (Le due nanette), la città “culturalmente ambiziosa e bellamente vanitosa”, il Corso grande in cui sempre l’amico s’incontrava, il passeggio di lui e di lei con i vestiti secondo le stagioni (La donna velata), la piazzetta dei Nove Martiri per le foto ricordo e la neve fuori stagione (Neve d’aprile), i ricordi del tempo che fu e poi la terra tremò (L’Angelo muto)… Così si può continuare, tracce, impronte, lampi di luce disseminati quasi in ogni racconto: un vocabolario animato per la città.

Poi Roma, la città santa e della professione (Il vecchio Papa, Il Cardinale, La fioraia di Piazza Navona), il luogo dei primi sogni e della spensieratezza (Stazione Termini, L’estate dei cocomeri).

E come non accennare ai luoghi dell’amore, dei dolci ricordi, alla sua Mariolina e a un tempo passato che è anche il suo presente dove “Conobbi questa valle per amore e adesso l’amo per il gioiello che è.” (L’oro del Metauro).

Narducci appella questa sua ultima opera “una piacevolissima fatica”, ma è il lettore a ringraziare per il dono di ciò che fu e forse non è più: ha ritrovato, in qualche pagina, un pezzetto del suo cuore.

 

 


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