Maria Dell’Anno Sevi: “Io quel 6 aprile me lo ricordo”

di Redazione | 22 Ottobre 2022 @ 12:13 | RACCONTANDO
6 aprile
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Maria Dell’Anno Sevi ricorda, con un post su facebook, la notte che ha cambiato il volto dell’Abruzzo.

“Vivevo a Ferrara. Mi ero svegliata presto per studiare e, come d’abitudine, mentre facevo colazione guardavo un po’ di telegiornale. E vidi macerie… macerie e nient’altro. Lessi la città da cui provenivano quelle immagini: L’Aquila. Per un momento pensai che il sonno mi facesse confondere un film con il tg, ma poi mi dovetti rendere conto che quelle macerie erano vere. Nonostante fosse ben prima dell’alba telefonai a mia nonna, che non vive in Abruzzo da tanti anni ma ha lì tutta la sua famiglia, che ovviamente è anche la mia. Le chiesi se sapeva cosa era successo. Mi rispose di no. Glielo dissi. Lei attaccò con me per telefonare ad una delle sue sorelle.
Al posto di studiare quella mattina la trascorsi tra il televisore e il telefono, temendo che qualcuno di quei morti ci appartenesse. Anche se in fondo ci appartengono comunque tutti e tutte, non solo perché parte della nostra famiglia vive lì, ma semplicemente per il fatto che siamo esseri umani su questa Terra. Fortuna ha voluto che tutte e tutti i nostri cari fossero vivi. Alcune di loro però quel giorno hanno perso la casa. E in fondo hanno perso molto di più, perché uscire dalla propria casa in pigiama non significa solo lasciare lì dentro oggetti ma un buon pezzo della propria vita; significa qualcosa che chi non ha vissuto non potrà mai capire. Tra tutte le telefonate me ne è rimasta impressa una con una delle mie cugine: piangeva senza quasi riuscire a parlare -“È una brutta cosa”- ricordo queste parole -“È una brutta cosa”-, un’espressione quasi da bambina che è incapace di concepire e definire ciò che ha davanti agli occhi. Quella disperazione mi è rimasta nelle orecchie.
Sono trascorsi più di dieci anni da quel 6 aprile, e di terremoto ce n’è stato addirittura un altro.
Dieci anni fa proprio quella cugina mi portò in giro a vedere le macerie della sua città: era spettrale. Quest’anno ho fatto la stessa passeggiata con altre due cugine (siamo tante, tra una generazione e l’altra) e ho trovato una città di nuovo viva e anche piuttosto affollata. Tuttavia, qualche metro più in là delle vie del centro, ho visto ancora macerie e buchi dove una volta c’erano palazzi. In un certo senso mi ha fatto quasi più impressione questo contrasto rispetto alla totale distruzione di dieci anni fa; perché quei buchi e quel che resta dei palazzi puntellati testimoniano i momenti in cui i e le loro abitanti hanno dovuto abbandonare quel pezzo della loro vita, o peggio sono stati la prima tomba di chi non si è svegliato la mattina dopo.
Ho letto che qualcuno pochi giorni fa ha affermato – in nome del popolo italiano – che c’è stato un “concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile”, e addirittura ha quantificato quella colpa in una percentuale. È la prima volta, a quanto ne so, che viene affermato questo in nome del popolo italiano. Di solito studio sentenze in cui viene giudicato e colpevolizzato il comportamento della donna ritenuta – a torto! – responsabile delle violenze che ha subìto e finanche dell’uccisione di cui è stata vittima, e mi chiedo quando lo Stato smetterà di incolpare le vittime al posto dei colpevoli.
Domenica le donne e gli uomini che – come me – non si riconoscono in quelle parole scritte in nome del popolo italiano manifesteranno il proprio dissenso e la propria delusione nello stesso luogo in cui sono incisi i nomi delle 309 persone morte quel 6 aprile. Non per loro colpa, aggiungerei. Sicuramente per destino, perché nonostante quanto ci proviamo la natura rimane sempre più forte di noi, per incuria di chi aveva il dovere di costruire bene, e per le falsità di chi aveva il dovere di non rassicurare laddove non c’era niente per cui stare tranquilli. Ma mai per colpa loro.  
Queste righe sono per le mie cugine e i miei cugini, per le sorelle di mia nonna, per L’Aquila, per l’Abruzzo, e per quel popolo italiano che non si riconosce nell’attribuire colpe alle vittime.” 
Così i ricordi di Maria Dell’Anno Sevi

 


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