di Maria Cattini – “Manipolazioni e falsità per mettere il bavaglio alla stampa e minare quel sistema di valori che chiamiamo democrazia. Ecco perché è importante esserci domenica al teatro Brancaccio”: così La Repubblica lancia la manifestazione di domenica a Roma per la libertà di informazione, messa a rischio nel nostro Paese da pericolosissimi personaggi come Alessandro Di Battista che, per intenderci, vive all’estero e attualmente non ricopre alcun incarico istituzionale. Pazienza, per La Repubblica essere un esponente del Movimento 5 Stelle rappresenta di per sé un grave indizio di pericolosità e deriva fascista. Roba che i 20 anni di quasi monopolio dell’informazione berlusconiana sono roba da educande.

“Il potere- spiega La Repubblica ai suoi elettori-non ha mai amato le domande, le intrusioni, lo svelamento. Ha sempre attaccato chi le faceva e provato a buttarlo fuori strada, ma mai prima d’ora aveva cercato di costruire un fronte comune con i cittadini per squalificare l’informazione.” Insomma per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari , che anche se non lo si compra si è costretti a sentirselo leggere ogni mattina ad apertura di tutte le rassegne stampa radio televisive manco fosse il verbo calato dal cielo, fin quando ci saranno i 5 Stelle al Governo c’è “una sola certezza da divulgar agli italiane:”mala tempora currunt sed peiora parantum”.

E ci potrebbe stare: malgrado gli allarmi di Repubblica, ogni giornale italiano è ancora liberissimo di seguire la propria linea editoriale, o “la propria narrazione dei fatti”come si preferisce dire oggi. Se per Repubblica i 5 Stelle rappresentano il male assoluto ci sarà un perché. E loro sono liberissimi di scriverlo, anche col rischio di apparire grotteschi. Come quando, magari sulla stessa pagina, sposano l’appello del PD “contro le paure istigate da Salvini sull’immigrazione” e al contempo terrorizzano gli italiani con le grida di allarme, sempre del PD, contro “derive fasciste”, “lo spread” e “il bavaglio alla stampa libera”.

Però un dubbio sorge spontaneo: che La Repubblica, La Stampa e tutto il gruppo L’Espresso più che la “libertà di informare” stiano in realtà difendendo la libertà di condizionare, se non proprio disinformare, l’opinione pubblica.

Come, ad esempio, è accaduto la settimana scorsa, quando Il Centro, fino a non molto tempo fa appartenente allo stesso gruppo L’Espresso, ha deciso di censurare completamente il clamoroso epilogo di una vicenda altrettanto clamorosa che, esattamente cinque anni fa, ha condizionato il corso della storia della Regione Abruzzo. Stiamo parlando della pubblicazione delle motivazioni di assoluzione con formula piena dell’ex governatore della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, dallo scandalo rimborsopoli che gli costò la sua rielezione alla Presidenza, data appunto per favorita prima dello scoppio dello scandalo, pochi mesi prima delle elezioni.

Una vicenda che è costata moltissimo a Chiodi, sia politicamente che personalmente, sulla quale Il Centro, come tutti gli organi d’informazione nazionali e locali, ha riempito pagine con fiumi d’inchiostro, raccontando ogni dettaglio e additando Chiodi agli abruzzesi come lo squallido Presidente che approfittava della sua posizione per godere di viaggi e rimborsi non dovuti e notti d’amore pagate con i soldi dei contribuenti. Anche perché così lasciavano intendere le accuse lanciate dagli inquirenti. Infatti finì che, tanto era l’indignazione, gli abruzzesi preferirono eleggere come Presidente uno che raccontava di improbabili attacchi “UFO”, “di coccole” e di portare gli ammalati in braccio all’ospedale. Ma era uno del PD, quindi tutto nella norma.

Ora, dopo cinque anni, sono state pubblicate le motivazioni con le quali la completa assoluzione di Chiodi e di altri componenti della sua Giunta: “l’accusa- ha scritto il GUP-è carente quanto alla prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, di un utilizzo per fini personali, e quindi illecito, dei fondi regionali nella disponibilità dei singoli componenti”.

Il gup nelle motivazioni ha sottolineato che “gli imputati hanno sostenuto delle spese, pagando direttamente con carta in dotazione o anticipandole e chiedendo poi il rimborso, fra l’altro per un ammontare non rilevante, giustificando adeguatamente l’utilizzo o comunque producendo a supporto documenti attestanti spese inerenti le loro finalità istituzionali. La documentazione predisposta a giustificazione delle spese sostenute dagli imputati nel corso delle missioni in oggetto delle rispettive contestazioni – prosegue il giudice – risulta redatta in piena conformità alla normativa e alle delibere che disciplinano la materia”.

Il giudice inoltre ha considerato “un dato oggettivo ed inconfutabile, emerso dalle indagini svolte, che tali spese, di entità non ingente e sempre nei limiti del budget previsto per ciascun componente della Giunta regionale, non risulta essere stato oggetto di alcun rilievo in sede amministrativa. La stessa indagine avviata dalla procura della Corte dei Conti della regione Abruzzo – rimarca il gup – risulta archiviata non essendo emerse irregolarità contabili”.

Ma di tutto ciò il lettori de “Il Centro”, che rimane il quotidiano più diffuso in Abruzzo non hanno potuto leggere nulla perché neppure un rigo è stato pubblicato dal quotidiano, lo stesso che tanto invece aveva scritto sulla vicenda anni prima. Se questo è il tipo di stampa da difendere domenica in piazza, noi preferiamo starcene comodamente a casa, sul divano, a leggerci allegramente qualche “fake news” rilanciata sui social. Almeno quelle sono gratuite.

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