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Mafia dei pascoli in Abruzzo. Antoci: “Antenne dritte, il negazionismo è l’errore più grande”

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Nella notte tra il 17 e 18 maggio del 2016 un commando blocca l'auto su cui viaggia Giuseppe Antoci, all'epoca Presidente del Parco dei Nebrodi in Sicilia, e apre il fuoco sulla vettura blindata

L’AQUILA – Nella notte tra il 17 e 18 maggio del 2016 un commando blocca l’auto su cui viaggia Giuseppe Antoci, all’epoca Presidente del Parco dei Nebrodi in Sicilia, e apre il fuoco sulla vettura blindata. Rispondono al fuoco i poliziotti della scorta e tre molotov che dovevano servire a incendiare l’auto rimangono fortunatamente inesplose. E’ solo quella notte che emerge davvero alle cronache nazionali la vicenda della mafia dei pascoli. Un affare da milioni e milioni, puliti, che va avanti da anni in tutto il paese sfruttando i contributi europei per l’agricoltura e che Antoci, insediatosi nel parco nel 2013, cerca di fermare con ogni mezzo. 

E solo dopo quella notte qualcosa comincia a cambiare anche nel paese. I protocolli di legalità varati nel parco dei Nebrodi, che prevedono limiti e controlli antimafia molto più stringenti, di lì a poco diventano norma con il nuovo codice antimafia del 2017.

Non un enunciato, ma uno strumento che “consente di acclarare il metodo mafioso della vicenda delle truffe”. Ce lo spiega direttamente lui, Giuseppe Antoci, che abbiamo sentito dopo l’operazione Transumanza.

E’ proprio il nuovo codice, figlio di quei protocolli, a permettere certe operazioni, a permettere agli inquirenti di collegare il metodo mafioso alla custodia cautelare e al 416 bis, l’associazione di stampo mafioso. “E poi c’è, fondamentale, il sequestro dei beni” spiega Antoci, oggi presidente della Fondazione Caponnetto: “Le mafie fanno il carcere con tranquillità ma quando gli tocchi i soldi le cose cambiano. La norma sta funzionando ed è una novità importante, anche perché il bacino di affari in mano alla mafia è importante”.

“L’operazione della Dda dell’Aquila e della Guardia di Finanza dimostra un metodo che è l’assunto fondamentale da cui tutto parte: l’agricoltura non può assolutamente finire in mano alle mafie”.

Ma la giustizia è solo una parte della vicenda. Esiste un’altra giustizia, che è tutta in capo alla società, ai cittadini: “Quello della mafia dei pascoli è un tema morale, non giudiziario. L’errore più grande che si può fare nei territori ancora vergini è negare l’evidenza, dire che tanto siamo tutte brave persone”.

“Bisogna tenere le antenne dritte” spiega Antoci, “se arriva qualcuno e ti offre dei soldi, se ci sono danneggiamenti, se ci sono cavalli di ritorno (è una delle tecniche di controllo del territorio della criminalità organizzata, che ruba i mezzi e poi si offre di ridarteli), è lì che bisogna stare attenti, a questi segnali”. Dopo è già tardi.

E’ un fenomeno che riguarda tutto il paese, lo ha già dimostrato il mega processo Nebrodi, lo conferma l’ultima operazione partita dall’Aquila che coinvolge ben dieci regioni. “Sono soldi facili e a rischio zero e non è che c’è un tema Sicilia, è una cosa che riguarda tutto il paese: bisogna tenere le antenne dritte, non bisogna farli arrivare”.

Di quei segnali c’è traccia anche nel nostro territorio. Lo raccontano le cronache, i passaparola, le ricerche coraggiose. Un racconto di piccole e grandi intimidazioni, furti, danneggiamenti, offerte fuori dal mercato. 

L’operazione Transumanza ha portato alla luce importanti verità. Un passo importante di tanti altri che probabilmente andranno fatti. Settantacinque le persone coinvolte. Quattordici interdittive ad esercitare l’attività d’impresa per coloro che hanno partecipato alle condotto contestate in maniera occasionale. Undici misure cautelari con l’obbligo di dimora a quelli che sono considerati i protagonisti della rete criminale. Una rete di personaggi noti e meno alla giustizia. Ci sono imprenditori del Trentino, faccendieri legati al clan Li Bergolis del Gargano, aquilani ed abruzzesi.

I precedenti penali anche gravi di certe figure sono abbastanza esplicativi: truffe, rapine, spaccio, tentato omicidio, lesioni, estorsione, reati in materia di armi e via discorrendo. 

E poi la lunga lista di aziende controllate e coinvolte, fittizie per lo più o anche reali ma parimenti coinvolte. Ognuna a muovere l’ingranaggio giusto. C’è chi ha il ruolo, quando serve, di fornire i bovini necessari, con vari escamotage, da far pascolare sui terreni demaniali conquistati. C’è chi ha il compito di creare le aziende fittizie, intestate a prestanomi, con cui accedere alle agevolazioni dell’imprenditoria giovanile, chi è specializzato nell’accesso ai titoli Pac, chi nel trovare i terreni o intrattenere i rapporti con Comuni e Asbuc. Un’organizzazione di stampo mafioso, appunto, questa l’accusa, che opera nei comuni del nostro territorio.