Luisa Nardecchia: Il bisogno di ricordare, il bisogno di dimenticare

di Redazione | 06 Aprile 2013 @ 00:00 | L'ELZEVIRO
luisa nardecchia
Print Friendly and PDF

di Luisa Nardecchia– Tra questi due bisogni viviamo lacerati e spaccati, all’Aquila. Ovunque si sta sotto il giogo di questi due padroni tiranni, che si odiano e baruffano nella testa di noi cittadini. Il primo, il bisogno di ricordare, ti sveglia al mattino quando apri gli occhi e sei fragile, caldo di sonno. Come un martello ti picchia e ti dice “IO ESISTO, RICORDAMI! NON LASCIARMI MORIRE ANCORA!”. Ha il volto di chi non c’è più, dei muri dei vicoli antichi, dei selciati per giocare a campana, dei portoni di strade percorse per mano quando eri creatura, ha larghe finestre a mosaico, strade lucide di pioggia, lampade accese, e pane sulla porta.
Il bisogno di dimenticare, invece, ti assale quando ti lavi la faccia e poi la sollevi allo specchio. Quell’acqua fredda caccia via il bisogno di ricordare come fosse una mosca, e ti grida all’orecchio: “DIMENTICA! VAI AVANTI O PERDI ANCHE IL POCO CHE RESTA”. Ha il volto dei ragazzi, dei giovani, delle case nuove, ha la voglia di ridere, ha l’odore dei mandorli, dei peschi fioriti, ha i sogni di un nuovo palazzo, odora di tintura fresca, e ha un balcone colmo di gerani che ti chiama e vuol vederti affacciato.
Scarti di lato. E inizi la giornata chiudendo i due bisogni tiranni, ricordare e dimenticare, in un angolo della testa, una gattabuia in cui li lasci a litigare. Lavori mangi fai la spesa ami sorridi cucini dormi perfino, con il rumore in sottofondo di quei due che baruffano, fastidioso ronzio dei due opposti, uguali e contrari, perennemente in lite. Uno si affaccia e ti racconta dell’Aquila bella té, poi l’altro ha il sopravvento e dice: “Quella è solo la parte di un tutto in macerie! Vai avanti, scuoti quella polvere dai sandali”.
Così viviamo all’Aquila, dopo quattro anni.
Dobbiamo imparare, ancora, forse è presto, ancora, per capire stralci di parole lontane:

“… Se resto, c’è un andare nel mio restare;
Se vado, c’è un restare nel mio andare”…

C’è un andare nel nostro restare, c’è un restare nel nostro andare.
Questa poesia di Gibran parla, non a caso, della casa che ti àncora indietro, e della strada, che ti proietta avanti. La regalavo sempre ai miei studenti prima dell’esame di maturità, stampata su carta pergamena, come augurio viatico per il loro futuro. “Restare e andarsene – spiegavo loro – sono la stessa cosa. Perché da lontano senti la parte di te che è rimasta, da vicino ascolti quella lontana che ti chiama”, spiegavo loro, prima della maturità. Non siamo maturi, noi, ancora, per capire queste scarne parole.
E’ presto, ancora: aspettiamo, impariamo, lavoriamo, ricostruiamo noi stessi, prima ancora delle case e delle strade. Prima o poi ricordare non sarà più un dolore, dimenticare non sarà più una fuga.
 


Print Friendly and PDF

TAGS