Le tre T per sconfiggere il virus. Differenza fra virologo e epidemiologo?

di Viviana Couto Sayalero (Chimica Industriale) per Coronavirus - Dati e Analisi Scientifiche

di Redazione | 08 Maggio 2020, @11:05 | SALUTE E ALIMENTAZIONE
Print Friendly and PDF

Il 3 maggio 2020 su tpi.it è stata pubblicata un’intervista di Luca Telese all’epidemiologo Alessandro Vespignani, che da anni si occupa di epidemiologia computazionale negli Usa e ha sviluppato uno dei quattro modelli che sta usando la task force della Casa Bianca per monitorare l’andamento e le proiezioni della pandemia.

Questa intervista è importante per vari motivi, primo fra tutti: chi è che ha capito la differenza fra un virologo e un epidemiologo?

Ce la spiega Vespignani stesso, dicendo chiaramente che «i virologi possono essere dei luminari, ma talvolta sono le persone meno indicate per capire come si sviluppa un’epidemia […] io non potrei dare nessun contributo a trovare un vaccino, ma sono in grado di capire come si muove il virus in una popolazione». Continua «non tutti sanno che un normale virologo – salvo eccezioni – sa poco di epidemiologia» chiarendo infine che «è come chiedere a un meccanico bravissimo con i pistoni e con le centraline delle auto di fare una previsione sul traffico in autostrada al casello di Abbiategrasso. […] Io non sono bravo a smontare il motore di un virus, a trovare un vaccino, ma lavoro con i dati per capire quanti contagiati ci saranno domani, e tra un mese, a Milano, a Bergamo, o a New York».

Dopo aver illustrato questa profonda differenza, gli vengono poste alcune domande sulle misure prese dall’Italia e sulla tattica adottata da altri Paesi e, infine, arriva al succo della questione: qual è la strategia per contenere un virus dopo la prima ondata?
Vespignani nomina le “tre T”: “testing, tracing, treating”, o, in italiano, “testare, tracciare, trattare”. Queste indicazioni erano già state illustrate in un briefing dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il 18 marzo (https://bit.ly/3dnE9N2), e sono fondamentali per la lotta alla diffusione di un’epidemia.
L’epidemiologo sostiene infatti che parlare di fase 2 è prematuro per tutti i Paesi se prima non vengono create infrastrutture solide di contrasto del virus basate su queste tre T, che permettano di comprendere non solo dove si trovano i contagiati, ma quello che fanno (e quindi chi potrebbero contagiare a loro volta).
Vediamole nel dettaglio.

TESTARE

Vespignani parla di testare sistematicamente la popolazione, con una determinazione «ossessiva e spietata». Commenta positivamente il Veneto, che della prima T ha fatto la propria strategia vincente.

TRACCIARE

Vespignani immagina un sistema che “dialoghi” con i positivi. Appena si risulta positivi si riceve una telefonata e si deve rispondere ad alcune semplici domande per permettere di bloccare la catena dei contagi “Quante persone hai visto? Chi sono?” così da poterle isolare preventivamente, come è successo in Cina, Corea del Sud, Hong Kong o anche in Germania.
Potrebbe sembrare una strategia troppo difficile da attuare ad un primo sguardo, ma ci avrebbe permesso di isolare solo le persone a rischio, e non tutta la popolazione. E mette in risalto anche questo nell’intervista, spiegando come «tutto questo ha un costo sociale enorme» e per questo l’isolamento, se ci sono stati contatti, deve avvenire solo per il tempo necessario, ossia due settimane meno i giorni passati dal contatto con la persona che ora è positiva.
Nella T di “tracciare” è incluso anche il monitoraggio e l’assistenza ai positivi, ai quali va presa la temperatura con lo scanner e vanno seguiti telefonicamente. Se diventano negativi possono riuscire. Vespignani dice «serve un esercito di tracciatori. Negli Stati Uniti si pensa di assumerne almeno 100mila».
Parla della famosa app e si mostra scettico. Non per l’app in sé, ma spiega «le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso? […] Quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei». Spiega che l’app non è la soluzione se si viene lasciati da soli, a casa, senza nessun tampone e la ASL non risponde per le troppe telefonate.
Ma potrebbe essere un grande supporto se accompagnato da un servizio umano. E non si parla di personale medico, ma di persone comuni che possono fare tale lavoro e, in caso di problemi, «passare la palla ai medici».
Il giornalista afferma in maniera provocatoria «molti si chiedono se si possa fare in Paesi come il nostro» in relazione a un tracciamento così strutturato dei contagiati. A quel punto Vespignani si altera e spiega come in Congo, durante l’epidemia di Ebola, le autorità siano riuscite a implementare il monitoraggio anche in zone di guerra: «Si può fare in Congo e non si può fare a Milano?».

TRATTARE

Per la T di “trattare” l’epidemiologo spiega come devono essere gestiti i casi che risultano positivi e in primo luogo parla delle modalità di isolamento.
Si altera nuovamente perché non riesce a credere che in Italia gli infetti vengano invitati a chiudersi in casa: «ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari», e gli ultimi report ISS gli danno ragione.
Sottolinea che è un problema di mentalità, e che «nei venti punti del Ministero ci stanno queste cose scritte» ma molti governatori non le applicano.

Concludiamo con le ultime battute dell’intervista tra Telese e Vespignani, che riportiamo nella loro interezza:
T: Quindi, sulla Fase 2, il suo è un sì, ma condizionato.
V: Per tornare al lavoro bisogna avere queste condizioni di contorno.
T: Alcuni dicono: “Non ci sono le risorse, non c’è il tempo”.
V: È un altro ragionamento folle. Le posso fare l’ultimo esempio? Bisogna immaginare per un attimo che non si tratti di un virus.
T: E cosa cambia?
V: Se ci fossimo ritrovati in una guerra dove si sono già contati 20mila morti, 100mila feriti, migliaia di dispersi non avremmo perso un secondo.
T: Dice?
V: Ma certo. Avremmo già intere fabbriche che costruiscono carri armati invece che automobili, avremmo già corpi volontari arruolati e intruppati, avremmo linee di difesa multiple, migliaia di riservisti mobilitati!
T: Dovremmo, infatti.
V: (Sospiro) E allora perché non accade?

L’intervista integrale: https://bit.ly/3dmpUbn

• Autrice: Viviana Couto Sayalero


Print Friendly and PDF

TAGS