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Le Marche come l’Abruzzo, il solito alibi delle aree interne

Le Marche come l’Abruzzo, il solito alibi delle aree interne
Julio Velasco raccontava di quegli schiacciatori che, anche quando l’alzata era inguardabile, si affrettavano a girarsi ai compagni dicendo: “Scusate, colpa mia, colpa mia”.

L’AQUILA – Julio Velasco raccontava di quegli schiacciatori che, quando l’alzata era inguardabile e sbagliavano l’attacco, si affrettavano a girarsi ai compagni dicendo: “Scusate, colpa mia, colpa mia!”. Non era vera autocritica: era un modo per continuare a parlare del compagno che aveva sbagliato l’alzata. A loro volta gli alzatori dicevano “colpa mia”, che era un modo elegante per dire: “lo so che la ricezione era pessima, ma siccome sono buono mi prendo io la colpa”. Infine restavano i ricevitori, che non potevano scaricare la responsabilità su nessuno, se non sull’avversario che aveva servito troppo forte. La lezione di Velasco però era un’altra: non mettere pressione a chi riceve o alza, ma adattarsi, trovare comunque una soluzione a un problema e chiudere il punto.

Ecco, il post voto nelle Marche assomiglia molto a quello spogliatoio. “Colpa nostra, non abbiamo guardato alle aree interne”, ripetono analisti e commentatori in queste ore. È vero: dalle aree interne è arrivata, come già in Abruzzo ma questo non è stato ancora notato, una severa lezione al centrosinistra. Ma la reazione resta la stessa: colpa di Ricci che non ha saputo guardare, colpa nostra che non abbiamo saputo leggere. Leggere cosa? A questo punto si inserisce il sottofondo esotico e stereotipato che torna sempre: i paesi terremotati, le vallate spopolate, il lavoro povero, l’arretratezza. Un sottotesto che non cambia mai: i problemi vengono da lì, dal territorio imperfetto e difficile. Ma siccome siamo buoni diciamo ora che è colpa nostra.

Era successo anche in Abruzzo, con la caricatura della “Pescara in minigonna” proposta dalla stampa nazionale, contrapposta all’Abruzzo interno buono solo per sagre e nostalgie. Poi però è arrivato il voto, e la “spallata” decisiva è partita proprio dalle montagne e dalle vallate.

Ci chiediamo, ma davvero le “condizioni ottocentesche” del lavoro e la sofferenza sociale sono una caratteristica delle sole aree interne? In città tutto bene? Nelle periferie urbane, nei distretti industriali in crisi, le condizioni sono forse diverse? I rider di Roma sono terziario avanzato? E gli affitti di Milano sviluppo sostenibile? Precariato, salari da fame, disoccupazione diffusa: non sono forse mali comuni, che non conoscono confini geografici?

Eppure è raro, anzi impossibile, sentire associate le parole “città” e “arretratezza”. Un binomio che diventa quasi obbligato quando si raccontano le aree interne. Il problema è che non si riesce ancora a intercettarne le peculiarità senza cadere nei soliti cliché tra la città moderna da una parte, la montagna arretrata dall’altra. Anche chi critica Ricci per come ha condotto la campagna elettorale, lo fa dal trespolo della Milano da bere. Insomma, dopo il voto, si ripete il rituale del “colpa mia, colpa mia” che però serve solo a parlare ancora dell’alzata. Quando invece il punto sarebbe un altro: imparare finalmente a schiacciare con la palla che arriva, non quella perfetta, senza trasformare ogni volta le aree interne nel capro espiatorio di turno. Ora però, andiamoci a procacciare il pranzo nei boschi.